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 2007  febbraio 01 Giovedì calendario

Ora basta con i rinvii abbattere subito i gas serra Parla Pascal Acot, filosofo e storico dell’ ecologia Anche con una riconversione energetica, 100 anni per ripulire l’ atmosfera ROMA - Pascal Acot, filosofo e storico dell’ ecologia, è nella sua casa a cento chilometri da Parigi a preparare il prossimo libro

Ora basta con i rinvii abbattere subito i gas serra Parla Pascal Acot, filosofo e storico dell’ ecologia Anche con una riconversione energetica, 100 anni per ripulire l’ atmosfera ROMA - Pascal Acot, filosofo e storico dell’ ecologia, è nella sua casa a cento chilometri da Parigi a preparare il prossimo libro. Il biposto da turismo, che è il suo hobby preferito, resta bloccato: in questi giorni volare è troppo pericoloso. Andrà così sempre più spesso? Dovremo abituarci agli uragani anche in Europa? "Questo si vedrà. La climatologia può prevedere grandi tendenze, non entrare nei dettagli. Certo questa tempesta, che in sé non è un’ eccezione, ha caratteristiche particolari. Ad esempio l’ intensità: è molto forte". Le tempeste diventano più forti, le alluvioni più frequenti, gli inverni più caldi. Quale è la causa che spiega tutti questi fenomeni? "Il riscaldamento globale, su questo non c’ è dubbio. E in questo caso specifico c’ è da aggiungere un probabile effetto dovuto alla ricomparsa del Nino, che appare legata agli incendi scoppiati in Australia e al tempo anomalo negli Stati Uniti, con l’ ondata di gelo in California e la gente in camicia a New York fino a pochi giorni fa". Allora è tutto chiaro? "Non proprio. C’ è un’ influenza umana sul clima che nel prossimo rapporto dell’ Ipcc risulterà ancora più chiara. Ma ci sono anche fattori astronomici: siamo, all’ interno di un ciclo di 11 mila anni, nel punto più vicino al Sole". Per contrastare il caldo ci consiglia di aspettare qualche millennio? "Assolutamente no. Una parte dei cambiamenti climatici va attribuita all’ azione umana e quindi non agire è da irresponsabili perché le conseguenze del rinvio sarebbero devastanti e metterebbero in discussione la stabilità delle nostre società". Che si può fare? "Si potrebbe fare molto nel campo dell’ efficienza e delle fonti rinnovabili e invece si fa poco o niente perché siamo troppo abituati a fare affidamento sui combustibili fossili come motore di tutta la nostra economia. Per costruire la nostra assicurazione sul futuro dovremmo tagliare le emissioni di gas serra del 60 per cento e anche di più. Le sembra una prospettiva realistica?" L’ Unione europea ha dato una prima indicazione chiara: meno 20 per cento al 2020. E c’ è chi spinge ancora per arrivare a una riduzione del 30 per cento entro quella data. Anche perché la capacità di reazione degli ecosistemi sta peggiorando e l’ anidride carbonica si accumula in cielo sempre più rapidamente. "Dal punto di vista scientifico bisognerebbe tagliare molto e subito. Altrimenti diventa troppo tardi per ridurre sensibilmente gli effetti devastanti del cambiamento climatico". Perché annullarli ormai è impossibile. "Impossibile. I tempi di inerzia della macchina climatica sono terribili. Anche ammesso che si riesca a condurre subito una riconversione energetica radicale, ci vorranno tra 50 e 100 anni per ripulire l’ atmosfera dai gas serra. Ma, ripeto, si può fare molto per diminuire i danni". (a. cian., la Repubblica 20/1/2007); Thomas L. Friedman, la Repubblica 20/1/2007. Beh, alla faccia dei nostri narcisi! La settimana scorsa sono sbocciati nel nostro giardino tutti insieme e adesso formano una bella macchia di giallo intenso in fondo al passo carraio. Temperature di 18 gradi a Washington in pieno gennaio possono dar luogo a queste cose. Ad essere sinceri, i narcisi a gennaio allietano il prato. L´anno prossimo forse potremmo provare con le rose a febbraio. Non so voi, ma quando in natura vedo accadere qualcosa che non ho mai visto in tutta la mia vita - come i narcisi che sbocciano a gennaio - io incomincio ad avere la pelle d´oca, quasi avessi assistito a una puntata di "Twilight Zone" (telefilm di fantascienza americano della Cbs, trasmesso in Italia con il titolo "Ai confini della realtà", ndt). Mi aspetto quasi di svegliarmi una mattina e trovare Rod Serling (autore della serie televisiva, ndt) intento a falciare il prato di casa mia…in pantaloncini corti. Perché no? Il dicembre scorso è stato il quarto dicembre consecutivo più caldo della media che si ricordi e il 2006 è stato l´anno più caldo in America dal 1895. Il 2006 è stato dichiarato altresì l´anno più caldo in Gran Bretagna dal 1659. Pare che perfino la Casa Bianca se ne sia accorta: Al Hubbard, consigliere del presidente per l´Economia, dice che Bush renderà presto nota una strategia per perseguire l´indipendenza energetica che conquisterà "titoli sui giornali così grossi da farvi cascare i calzini!". Poiché qualsiasi cosa il presidente abbia fatto finora in campo energetico ha lasciato del tutto indifferenti e al loro posto i miei calzini, sono davvero impaziente di ascoltare che cosa avrà da dire Bush. Né la Casa Bianca né il partito democratico paiono capire che l´opinione pubblica e la comunità degli imprenditori sono chilometri e chilometri più avanti di loro per quanto riguarda la comprensione di questa faccenda energetica/ambientale. Il candidato alla presidenza che finalmente lo capirà - e metterà a punto un´agenda energetica/ambientale convincente - nel 2008 riscuoterà un vero successo. Che cosa potremmo considerare convincente? Un tempo credevo che si potesse trattare di una sorta di "Manhattan Project" per l´energia, ma oggi non lo penso più. Ho appreso che non esiste una panacea per ridurre la nostra dipendenza dal petrolio e le emissioni di gas serra, e i politici che sostengono di averne una di solito cercano soltanto di evitare di chiedere di fare subito qualche sacrificio. Lo strada giusta è il "Green New Deal". Il New Deal non si imperniava su una panacea, ma su una vasta gamma di programmi e di progetti industriali finalizzati a rivitalizzare l´America. Idem per il New Deal energetico: se dobbiamo invertire l´andamento del cambiamento climatico, e porre fine alla nostra dipendenza dal petrolio, ci occorrono maggiori quantità di ogni tipo di energia: quella solare, quella eolica, quella a idrogeno, quella a etanolo, quella a biodiesel, quella a carbone pulito e quella nucleare. Senza dimenticare il risparmio. Un Green New Deal è necessario perché per alimentare tutte queste tecnologie al punto che possano svilupparsi e crescere sul serio occorre un progetto industriale di enorme portata. Se avete installato un mulino a vento nel giardino di casa vostra o dei pannelli solari sul tetto, Dio ve ne renda merito! Ma noi saremo in grado di migliorare l´ambiente e rendere più verde il pianeta soltanto se cambieremo il modo di procurarci ed erogare elettricità, lasciando perdere il carbone sporco e il petrolio per andare verso il carbone pulito e l´energia rinnovabile. E questo è proprio un progetto industriale di immense proporzioni, molto più vasto di quanto vi sia stato detto da chiunque. Infine, come il New Deal, se trasformeremo in realtà questa sua versione Green esiste il potenziale per creare un´industria energetica pulita nuova, che sproni la nostra economia avviandola nel XXI secolo. Lanciare oggi un Green New Deal impone due cose fatte come si deve: le normative governative e i prezzi. Prendiamo in considerazione la California: fissando senza mezzi termini standard più elevati di efficienza energetica per gli edifici e gli elettrodomestici, e creando incentivi affinché le società che erogano servizi pubblici collaborassero con i consumatori per consumare meno energia, la California da trent´anni mantiene costante il proprio consumo di elettricità pro-capite, a fronte del resto della nazione che ha visto tale consumo salire del 50 per cento circa, secondo il Natural Resources Defense Council. Ciò ha fatto sì che la California potesse fare a meno di costruire altre 24 centrali elettriche di grandi dimensioni. Se Ronald Reagan non avesse abbassato i più alti standard di efficienza energetica imposti a Detroit, oggi potremmo non aver bisogno del Medio Oriente. Alti standard costringono a innovare, e l´innovazione conduce al risparmio su scala. Anche i prezzi sono importanti. Non mi interessa se si tratta della tassa federale sulla benzina o della carbon tax o della Btu tax o ancora del cap-and-trade system (politica di incentivi fiscali per la riduzione delle emissioni, ndt): gli impianti, le fabbriche, i proprietari di automobile devono pagare alla società i costi effettivi e pieni del carbonio che immettono nell´atmosfera. Imponendo costi più elevati ai carburanti fossili si renderanno più competitive le alternative pulite oggi costose. Peter Darbee, presidente della Pacific Gas and Electric, mi ha detto: "Dal punto di vista di un investimento a lungo termine, le aziende di servizio pubblico a controllo statale sono i consumatori più importanti e se non si esigerà da loro che prendano in considerazione una riduzione dell´anidride carbonica, investiranno meno nell´efficienza energetica e nelle fonti di energia rinnovabile". Quanto ho detto non è così astruso e difficile da capire: gli standard fissati dal governo hanno la loro importanza, stimolano l´innovazione e l´efficienza. E anche i prezzi contano: incoraggiano scelte energetiche più pulite e differenziate. Pertanto, quando il presidente renderà note le sue proposte in fatto di politica energetica, se queste non contempleranno standard d´efficienza più alti e prezzi più elevati per i carburanti fossili, toglietevi pure i calzini da soli. Da queste parti farà caldo sul serio. Copyright 2007 New York Times News Service Traduzione di Anna Bissanti Antonio Cianciullo, la Repubblica 20/1/2007 ROMA - Ormai l´uso delle virgolette è diventato obbligatorio. Basta un´occhiata al diagramma che mostra la crescita dei disastri "naturali" per convincersi che dietro quei lutti ci sono responsabilità umane: da una parte il sovraffollamento in condizioni spesso precarie, dall´altra l´abuso di petrolio che ha intossicato l´atmosfera e cambiato il clima. Lo State of the World 2007, il rapporto annuale del Worldwatch Institute appena uscito negli Stati Uniti, dedica un capitolo alla "riduzione dei disastri naturali". Negli anni Ottanta erano, in media, 173 all´anno; negli anni Novanta erano saliti a 236; solo nel 2005 sono stati 430 e hanno ucciso quasi 90 mila persone. Una crescita esponenziale che ha una ragione molto chiara: "Sono il prodotto di una relazione in forte cambiamento tra gli eventi naturali, le condizioni sociali e fisiche e i sistemi di prevenzione del rischio organizzati - o più spesso non organizzati - per proteggerci". La situazione è ulteriormente esasperata dall´esplosione caotica degli slum delle megalopoli: otto delle 10 città più popolose del mondo sono in zona sismica e 6 sono esposte alla minaccia degli uragani. Non è solo un pericolo teorico. Il 2005 ha fatto registrare il record di uragani: 27 compreso Katrina che ha devastato New Orleans. L´instabilità climatica rende sempre più precari i bilanci di molti settori chiave dell´economia. A cominciare dalle assicurazioni. Secondo i dati riassunti da Greenpeace, a livello mondiale le perdite del settore assicurativo sono passate da una media di 4 miliardi di dollari l´anno negli anni Ottanta, a 40 miliardi l´anno negli anni Novanta. Nel 2005 si è avuto il picco, sfiorando quota 225 miliardi. Sempre nel 2005, dopo aver subito richieste di indennizzo da uragani per 2,1 miliardi di dollari, l´American Insurance Group ha messo a punto una serie di progetti per la riduzione dei gas serra. Anche perché prevenire è più conveniente: le perdite economiche da disastri "naturali" registrate negli anni Novanta - scrive Zoë Chafe sullo State of the World 2007 - avrebbero potuto essere ridotte di 280 miliardi di dollari se fossero stati investiti 40 miliardi in misure preventive. Invece le città continuano a divorare le campagne senza preoccuparsi delle conseguenze. Le isole di calore prodotte dai megaconglomerati urbani - a iniziare da quelli asiatici in rapida espansione - producono una differenza di temperatura rispetto alle aree vicine che può arrivare a picchi di 10 gradi. Secondo le stime Unep (il Programma ambiente delle Nazioni Unite), l´onda di calore che ha colpito l´Europa nel 2003 ha portato i danni annuali prodotti dal cambiamento climatico a 60 miliardi di dollari. E, se troveranno conferma le previsioni che ipotizzano a fine secolo un innalzamento di un metro del livello dei mari, il Bangladesh perderà il 17,5 per cento del suo territorio e dovrà trovare una casa a 13 milioni di persone, mentre sia l´Egitto che il Vietnam avranno a che fare con circa 9 milioni di rifugiati ambientali. Antonio Cianciullo, la repubblica 21/1/2007 ROMA - Ci sono voluti quasi 6 anni di lavoro e l´impegno di 2.500 scienziati coordinati dalle Nazioni Unite. Ma il verdetto, che sarà annunciato ufficialmente il 2 febbraio a Parigi, questa volta è senza appello. "Il riscaldamento climatico è inequivocabile, risulta evidente dall´aumento della temperatura dell´aria e degli oceani, dallo scioglimento delle nevi e dei ghiacci, dall´aumento del livello dei mari", si legge nel 4° rapporto dell´Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) anticipato da una fonte americana. Il global warming non solo è in atto, ma in costante accelerazione: 11 dei 12 anni più caldi nella storia della meteorologia sono concentrati negli ultimi 12 anni. All´inizio del 2001, quando uscì il terzo rapporto Ipcc, l´aumento di temperatura nell´arco dell´ultimo secolo si misurava in 0,6 gradi. Oggi gli ultimi cento anni danno un incremento di 0,74 gradi. E per i prossimi vent´anni è attesa un´ulteriore crescita di 0,4 gradi. Avrebbe potuto essere la metà, ricordano gli scienziati Onu, se gli avvertimenti fossero stati colti in tempo tagliando radicalmente le emissioni serra. Adesso ci aspettano almeno tre decenni di caldo crescente. Oltre quella data il livello di certezza delle previsioni diminuisce perché la speranza aumenta. Potremmo ancora tirare il freno d´emergenza, potremmo ancora smettere di bruciare petrolio e carbone. E in questo caso gli scenari per il 2100 virano verso esiti più accettabili: il panorama più favorevole tra quelli possibili prevede un aumento di 1,7 gradi (è una stima che rappresenta la media tra un minimo di 1 grado e un massimo di 2,7 gradi). Ma potremmo anche andare avanti facendo finta di niente, come è successo finora. In questo caso l´aumento medio previsto è di 4 gradi, con l´ipotesi peggiore che arriva a 6,3 gradi. Una prospettiva del genere cambierebbe radicalmente le possibilità di sopravvivenza di centinaia di milioni di persone. Accanto all´innalzamento degli oceani da considerare ormai certo (da 28 a 43 centimetri a fine secolo) si dovrebbe mettere in conto l´ingresso nell´era dell´apocalisse: con un aumento di temperatura compreso tra 1,9 e 4,6 gradi si arriverebbe allo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia con una crescita del livello del mare di 7 metri. Sarebbe un processo lento (durerebbe millenni) ma anche difficile da disinnescare perché i tempi di riequilibrio dell´atmosfera, avverte l´Ipcc, si misurano nell´arco dei secoli. Più rapidi, invece, sono altri effetti negativi provocati dai cambiamenti climatici. Assisteremo a una riduzione delle calotte glaciali che, nel caso del Polo Nord, porterà a fine secolo a una scomparsa quasi totale dei ghiacci durante il periodo estivo. Inoltre "è molto probabile che le ondate di calore e gli episodi di precipitazioni molto intense continuino a diventare sempre più frequenti" e che i cicloni tropicali diminuiscano in numero ma aumentino in intensità. Dal punto di vista tecnico, la responsabilità di questi fenomeni va attribuita ai gas serra che trattengono il calore all´interno dell´atmosfera. Gas come il metano, che in poco più di due secoli è passato da una concentrazione di 715 parti per miliardo a 1774. O come l´anidride carbonica che, nell´era preindustriale, si misurava in 270-280 parti per milione: oggi sono già 380. Arrivare al raddoppio dell´anidride carbonica, cioè a quota 550, comporterebbe un aumento della temperatura valutabile in 3 gradi. un traguardo disastroso per l´equilibrio degli ecosistemi su cui si basa la stabilità delle nostre società e non troppo lontano: si può collocare tra il 2040 e il 2080. Di fronte a una prospettiva così devastante, l´Ipcc chiama direttamente in causa le responsabilità politiche che hanno portato a questa situazione, cioè le scelte di sviluppo energetico e produttivo centrate sui combustibili fossili e sulla deforestazione: "L´aumento dei gas serra è dovuto principalmente alle emissioni derivanti dai combustibili fossili, dall´agricoltura e dai cambiamenti d´uso del terreno". Nel disastro che si prospetta la natura gioca un ruolo del tutto marginale: analizzando l´aumento di temperatura dal 1750 a oggi si scopre che l´intervento umano ha un peso "almeno 5 volte maggiore" dei mutamenti di tipo astronomico Rifkin: "No alle centrali, sì all´energia fatta in casa la bomba climatica va disinnescata ora" ROMA - "Abbiamo pochissimo tempo per disinnescare la bomba climatica e non possiamo permetterci di sbagliare. Quella che ci sta di fronte è una sfida epocale e per vincerla bisogna spazzare via le false promesse: il nucleare e il carbone pulito". Jeremy Rifkin, il guru della nuova energia, va dritto al cuore del problema. Non rischia di fare una battaglia ideologica nel momento in cui c´è bisogno di concretezza? " chi parla di nucleare e di carbone pulito a non essere concreto. E le spiego perché. Il nucleare è costoso, tanto che nessun privato investe in questo settore. Lento, perché per costruire le centinaia di centrali necessarie occorrerebbero molti decenni. Pericoloso, perché non è stato risolto il problema delle scorie e perché offre un bersaglio ideale ai terroristi. Dunque concentrare le energie sul nucleare significa solo perdere tempo". Il carbone è una via più praticabile. "Ma è la fonte con un contenuto di carbonio più alto: è paradossale che venga proposto come cura contro l´effetto serra. L´unico modo per sostenere questa scelta sarebbe il sequestro del carbonio che andrebbe imprigionato in luoghi perfettamente isolati sotto terra o sotto il mare. Ma è una tecnologia futuribile e costosa. Parliamo di scenari forse ipotizzabili dopo il 2020. Abbiamo bisogno di altro, dobbiamo reagire subito". Cosa propone? "Una strategia basata su cinque pilastri. Primo: aumentare l´efficienza energetica del 20 per cento entro il 2020. Secondo: tagliare le emissioni di anidride carbonica del 30 per cento entro il 2020. Terzo: ottenere un terzo dell´elettricità da fonti rinnovabili entro il 2020. Quarto: realizzare entro il 2025 un´infrastruttura basata sull´idrogeno e sulle celle a combustibile per stoccare l´energia accumulata attraverso l´uso di fonti rinnovabili. Quinto: costruire una rete intelligente, come il web". Il web ha bisogno di energia, non la produce. "Certo, ma ogni grande rivoluzione economica si accompagna a una rivoluzione dell´informazione. Quando è stata inventata l´agricoltura, nella Mezzaluna fertile, è apparsa la scrittura cuneiforme perché c´era bisogno di registrare le eccedenze alimentari con un´efficienza che la tradizione orale non poteva garantire. La prima rivoluzione industriale ha avuto bisogno del sostegno della stampa, delle notizie che viaggiavano sui giornali. Il passaggio dal vapore al petrolio ha accompagnato lo sviluppo del telegrafo e del telefono. Adesso siamo nel mezzo della terza rivoluzione industriale, nell´era di internet e della democrazia dell´informazione in cui ognuno può andare a cercare in rete quello che vuole. Le pare possibile che questo sistema così elastico, basato sulla domanda dal basso, possa coesistere con un modello elettrico iper centralizzato, affidato a poche grandi centrali?" Queste centrali però garantiscono l´alimentazione della rete. "Con gli effetti collaterali che sono sotto i nostri occhi. Un altro scenario è possibile. Uno scenario in cui, attraverso l´uso dell´idrogeno e di milioni di celle a combustibile, l´energia viene prodotta comunità per comunità, casa per casa, computer per computer. Un´energia che gira liberamente in rete, che viene passata da un utente all´altro come l´informazione, in modo che anche il più piccolo produttore possa cedere la sua quota di eccedenza alla collettività". Non è un sistema troppo complesso? " fluido, flessibile e intelligente, cioè capace di adattarsi ai bisogni, di prendere dove c´è da prendere e di dare dove c´è da dare. Ed è anche l´occasione per far nascere milioni di posti di lavoro perché si tratta di tecnologie a bassa intensità di capitale. La comunità europea è nata attorno allo sviluppo del carbone e dell´acciaio e ora può rilanciarsi sposando la terza rivoluzione industriale come base di una crescita in cui economia, democrazia e tutela dell´ambiente viaggiano in parallelo". Conferma l´ottimismo della visione contenuta nel libro che ha scritto nel 2004, Il sogno europeo? "Purtroppo negli ultimi tempi l´Europa ha fatto passi indietro e anche sull´energia sta mostrando ripensamenti che incrinano la sua capacità di leadership. Ma si è formata una coalizione molto larga che ha chiesto il mio aiuto: ci sono le due reti che raggruppano le grandi regioni europee, gli esponenti della società civile e dell´ambientalismo, i rappresentanti della piccola e media impresa che costituisce la spina dorsale dell´economia del continente, politici che appartengono a tutti gli schieramenti. Vogliamo che l´Unione europea ritrovi lo spirito che a Kyoto l´ha portata a scommettere sull´innovazione tecnologica. E spero che Prodi, nel vertice di marzo, continui da presidente del Consiglio su questa strada, che è quella che lui scelse come presidente della Ue e che ora rischia di essere abbandonata". (a. cian, la Repubblica 21/1/2007).