Il Sole 24 Ore 28/01/2007, Giuliano Da Empoli, 28 gennaio 2007
L’era della flessibilità non nega la famiglia. Il Sole 24 Ore 28 gennaio 2007. L’anno scorso, la crisi della famiglia ha ispirato ad Alfonso Cuarón un film apocalittico e bellissimo: I figli degli uomini
L’era della flessibilità non nega la famiglia. Il Sole 24 Ore 28 gennaio 2007. L’anno scorso, la crisi della famiglia ha ispirato ad Alfonso Cuarón un film apocalittico e bellissimo: I figli degli uomini. Era ambientato nella Gran Bretagna del futuro, ma avrebbe benissimo potuto essere girato nell’Italia di oggi, dove, si sa, la famiglia è da tempo un organismo in via di estinzione. Rispetto a trent’anni fa, da noi si celebrano 150mila matrimoni in meno all’anno (per non parlare dei figli: 350mila in meno). Da questo campo di macerie sta emergendo un nuovo protagonista: il single. Colui che sceglie di attraversare la propria vita senza costruire legami stabili. Tra il 1991 e il 2001, nel nostro Paese la percentuale di celibi sopra i 24 anni di età è aumentata del 44 per cento. Un vero e proprio boom: oggi i single italiani sono circa sei milioni. Alcuni pensano che sia un puro e semplice indicatore di crisi. I giovani, si dice, non si sposano più perché non riescono a raggiungere il grado di stabilità economica che sarebbe necessario per decidere di fondare una famiglia. E però, come tutte le spiegazioni deterministiche, anche questa coglie solo in parte la realtà. Dagli Stati Uniti, nel frattempo, arriva un segnale importante. Quest’anno, per la prima volta nella storia, il numero delle donne single ha superato quello delle sposate. E non è tanto, da quel che dicono gli esperti Usa, un segno di difficoltà, quanto una questione di scelta. Le donne americane, infatti, sono più forti che mai: economicamente e socialmente. E, da questa posizione di forza, scelgono per la prima volta di non sposarsi: non perché non possano, ma perché non devono. Quello che era, fino a qualche tempo fa, un imperativo sociale, ma anche economico, è diventato un accessorio, come la pashmina o il blackberry. Lo stesso vale, almeno in parte, per l’Italia. Anche da noi, le parole d’ordine della cultura single sono "scelta" e "reversibilità";perché siamo entrati in una fase nella quale, come aveva previsto Sartre molti anni fa, ciascuno di noi ondannato ad essere libero. Libero di scegliere tra 52 marche di yogurt e 126 tagli di jeans, ma anche libero di sposarsi o no, di fare un figlio o no. Le generazioni del post ’68 sono le prime per le quali nulla iù automatico; ogni rito di passaggio che faceva precedentemente parte di un percorso definito a priori ggi sottoposto a un attento ri-esame. Un corollario del desiderio di poter scegliere sempre, poi, uello di non stabilire vincoli che limitino questa facoltà. I legami, in particolare quelli legali come il matrimonio, implicano, di per sé, una limitazione delle proprie possibilità di scelta. A furia di vivere una vita a termine, sul lavoro e nei consumi, le nuove generazioni ci hanno preso gusto e oggi concepiscono ogni impegno a tempo indeterminato come un peso insopportabile. Però devono stare attenti, i single abituati alla scelta e alla reversibilità permanente. In primo luogo, perché l’eccesso di scelte rischia, in molti casi, di diventare paralizzante. Nei test effettuati qualche anno fa dall’aeronautica militare americana, gli aerei da combattimento con poche funzioni prevalevano sistematicamente sugli apparecchi più sofisticati: perché il pilota con troppe opzioni finisce col diventare più lento, e meno efficiente, del pilota che ha di fronte a se solo un numero limitato di scelte. La reversibilità, di tutte le scelte e di tutti gli impegni, sarà anche una bella cosa. Purché non si dimentichi che la vita, lei, fino a prova contraria non è ancora diventata reversibile. E che a furia di volerle tenere sempre libere, il rischio, prima o poi, è quello di restare a mani vuote. L’era flessibile non ha cancellato la necessità, per ciascuno di noi, di poter contare su punti di riferimento stabili, ai quali ancorare le proprie esperienze. Al contrario, questa esigenza si è forse addirittura accresciuta, anche se, paradossalmente, siamo sempre meno attrezzati per soddisfarla. La vera sfida, oggi, è quella di ricostruire vincoli affettivi e familiari che siano compatibili con le mutate condizioni ambientali. Come hanno scritto due giovani scrittori veneti in un’antologia dedicata proprio a questo tema (I nuovi sentimenti, Marsilio, 2006): «Ci sono sentimenti che hanno resistito caparbiamente all’avvento del nuovo. Ce ne sono altri che sono scomparsi: un po’ alla volta, quasi insensibilmente, o un po’ di colpo di fronte a inaspettati cataclismi culturali. E ci sono sentimenti che sono mutati, per poter sopravvivere (e per permetterci di sopravvivere) in un ambiente mutato. come se al sentimento Amore 1.0 fosse stata sostituita la release Amore 2.0, nuova e più adatta all’uomo del terzo millennio». Speriamo che non sia piena di bachi. Giuliano Da Empoli