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 2007  gennaio 28 Domenica calendario

Montanelli: l’altro ’77. Il Sole 24 Ore 28 gennaio 2007. Il 1977 visto da "destra". Presso il Fondo manoscritti dell’Università di Pavia epositato un reperto che si distingue da buona parte delle testimonianze e delle rievocazioni di quell’anno cruciale, quasi sempre vergate da protagonisti e reduci - a vario titolo - di "sinistra"

Montanelli: l’altro ’77. Il Sole 24 Ore 28 gennaio 2007. Il 1977 visto da "destra". Presso il Fondo manoscritti dell’Università di Pavia epositato un reperto che si distingue da buona parte delle testimonianze e delle rievocazioni di quell’anno cruciale, quasi sempre vergate da protagonisti e reduci - a vario titolo - di "sinistra". Si tratta del diario di Indro Montanelli. Nel ’77, Indro ha 68 anni e dirige «il Giornale», baluardo dell’anticomunismo e dell’avversione al compromesso storico fra Dc e Pci. I suoi lettori guardano con sgomento alle piazze incendiate dall’estrema sinistra, alle scuole occupate, alle università messe a soqquadro, a un Parlamento che sta per approvare la legge sull’aborto, al terrorismo che alza il tiro, al ribollimento di una società che sembra voler abbattere dalle fondamenta quanto ancora rimane dei suoi capisaldi tradizionali. Il «Giornale» ’organo più rappresentativo dei cittadini disorientati, che subiscono obtorto collo questi movimenti tellurici, opponendovi una ferma richiesta di legge e ordine, spesso senza capire che in realtà anche dentro la sinistra si sta consumando uno scontro durissimo fra padri e figli, fra partiti istituzionali e forze extra-parlamentari. Per milioni d’italiani, Montanelli resta l’unica bussola di fronte alla disgregazione strisciante. Ogni volta che compare in pubblico, per una conferenza o una presentazione, è un osannante bagno di folla: «Vogliono che io faccia un partito». Proposta peregrina e inattuabile. Indro, tuttavia, s’impegnerà per un «centro democratico», nel tentativo di coalizzare i deputati Dc contrari all’abbraccio col Pci. Il diario registra diversi incontri e telefonate con parlamentari ed esponenti democristiani, fra cui Massimo De Carolis, leader della «maggioranza silenziosa». Nello stesso tempo, il giornalista toscano cerca di coinvolgere nel suo progetto anche due illustri storici, Rosario Romeo e Girolamo Arnaldi, iscritti al Pri ma assai critici verso Ugo La Malfa, troppo accomodante con i comunisti. Montanelli, per la verità, sembra un po’ a disagio in quest’inedito ruolo di tessitore umile e paziente, che alla fine non otterrà risultati particolarmente significativi. Eppure, queste manovre allarmeranno Aldo Moro, il quale a dicembre manderà il suo emissario, Arnaldo Forlani, per indurre Indro alla prudenza: «Questa è la prima volta - dice - che la Dc corre un vero rischio di rottura. E tu capisci che dramma sarebbe». «Sarebbe un dramma - dico - se la Dc fosse realmente la diga contro il Pci: ma se a questo non serve, a cosa serve?». Proprio perché considera la Dc il male minore, Indro non coltiva alcuna illusione verso i suoi uomini. Sul chiacchierato Giovanni Leone, ad esempio, è durissimo: «Non si vede perché il Presidente di una Repubblica come la nostra dovrebb’essere un uomo specchiato. Ma Leone è molto al di sotto dello Stato e del popolo che rappresenta. E la sua famiglia è anche al di sotto di lui». Un giudizio curiosamente affine a quello di un’arcinemica di Montanelli, Camilla Cederna, autrice, l’anno seguente, di un libro-denuncia che sarà determinante nel costringere Leone alle dimissioni. A settembre, il direttore Piero Ottone stava per lasciare il «Corriere della Sera». S’infittiscono le voci di un ritorno di Montanelli in via Solferino, come direttore. Sarebbe una bella rivincita, per lui, che se n’era andato via quattro anni prima, sbattendo la porta, in polemica con la linea editoriale "progressista". Ma Indro non ne vuole sapere di abbandonare la sua nuova creatura e i suoi «ragazzi». Non si sente un prefetto o un questore, trasferibile d’autorità da una redazione all’altra: «Il giorno in cui accettassi una simile offerta, il lettore avrebbe il diritto, incontrandomi per strada, di sputarmi in faccia». Altro problema impellente, la gestione del «Giornale». Stipendi e compensi troppo bassi per giornalisti e collaboratori, lusingati dalle offerte di testate più danarose. Finanziamenti erogati con il contagocce. Per di più, l’uscita di scena di Eugenio Cefis dalla Montedison rischia di compromettere il rapporto con l’ente che era stato il maggior "mecenate" del foglio milanese. Di qui, una serie di spossanti colloqui con il gotha del capitalismo italiano. Da Schimberni a Moratti, da Agnelli a Romiti, tutti, a parole, si mostrano ben disposti verso le battaglie di Indro, ma quando si tratta di aprire i rubinetti, si defilano. In questo quadro, si colloca anche il vis-à-vis che Licio Gelli solleciterà a Montanelli, nella camera 219 dell’Excelsior di Roma, il 4 settembre. Un colloquio senza esito. Il Venerabile non farà breccia nel cuore di Indro: «Mi ha detto che quattro ministri dell’attuale governo, 8 sottosegretari e 140 parlamentari dipendono da lui. Questi massoni sono tutti uguali: credono che la loro potenza sia direttamente proporzionale al mistero di cui si circondano e prendono per cose fatte quelle per le quali complottano» (quando nel 1981 Roberto Gervaso rimarrà invischiato nello scandalo P2, Montanelli si rifiuterà di difenderlo e gli scriverà: «Credi che mi abbia fatto piacere e recato giovamento il fatto che dopo tanti libri in cui i nostri nomi compaiono insieme, il tuo sia stato associato a quella faccenda?»). Alla fine, ma soltanto nel ’78, sarà raggiunto un accordo fra «il Giornale» e l’agenzia pubblicitaria Sipra, della Rai. Commenterà Indro, sempre nel suo diario: «Il presidente, D’Amico, n ex operaio della Fiat, ora deputato comunista: un uomo concreto, franco, di poche parole. Era più soddisfatto lui dell’accordo con noi, che il direttore generale, il democristiano Pasquarelli». Difficoltà e diffidenze, specchio dello scollamento fra Montanelli e la borghesia. Pur difendendola pubblicamente, come categoria dello spirito, in privato non risparmia sarcasmi sulla mollezza dei suoi rappresentanti: «Sono stufo di farmi sparare alle gambe per difendere interessi che non sono miei». Il riferimento era all’attentato che aveva subìto a Milano, il 2 giugno ’77, a opera di un commando Br. Già in ospedale, Indro rievocherà a caldo nel suo diario tutte le fasi di quella terribile giornata: «la festa della Repubblica. Io la celebro ricevendo nelle gambe quattro pallottole di rivoltella, calibro 9». Appena uscito dall’Albergo Manin, era stato sorpreso alle spalle da due killer: «Aggrappandomi all’inferriata dei giardini pubblici, penso: "Devo morire in piedi?". Questo pensiero stupido, retaggio sicuramente del Ventennio, orse quello che mi salva: cadendo, avrei probabilmente preso l’ultima scarica nell’addome». Poi, un cane lupo, dall’altra parte dell’inferriata, infila la lingua fra le sbarre e si mette a leccare il viso del giornalista ferito: «La donna, che lo tiene al guinzaglio, errea. Le sorrido e dico: "Non si spaventi!"». Una volta in ospedale, davanti ai suoi collaboratori, Indro detterà la linea da seguire: «Niente pianti, niente commozione, d’ora in poi tutto dev’essere fatto per confermare l’immagine che di me hanno i nostri lettori: il giornalista senza paura, ma anche senza pose gladiatorie». Nell’anno seguente, i nodi del ’77 verranno al pettine, avvitandosi in una spirale senza uscita. anche l’ultimo anno in cui Montanelli terrà un diario. Lo interromperà presto, sopraffatto dagli impegni. Una delle sue ultime annotazioni è datata 9 maggio: «Il cadavere di Moro, lasciato su una macchina fra Botteghe Oscure e Piazza del Gesù, ci coglie di sorpresa. Siamo stati duri nei suoi confronti perché eravamo convinti che le Br ce lo avrebbero ributtato tra i piedi, cadavere vivente, ad appestare la vita politica italiana. La sua fine miseranda c’ispira un risentimento di pietà». Una lunga stagione politica volgeva ormai al termine. Nei decenni successivi, poi, per uno di quei paradossi della storia italiana, che ha sempre visto ex giovani rivoluzionari diventare accigliati conservatori, Indro si vedrà allegramente scavalcato a destra da molti dei suoi passati avversari. Ma dopo la sua rottura con Berlusconi, anche gli antichi lettori lo abbandoneranno. E così, il vecchio Montanelli dovrà parare la surreale accusa di essersi «convertito al comunismo». Lui, che negli anni Settanta per i comunisti - vecchi e giovani - era stato una delle poche, autentiche bestie nere! Raffaele Liucci