Libero 31/01/2007, Renato Brunetta, 31 gennaio 2007
Libero 31 gennaio 2007. Settore strategico per eccellenza, l’energia è al centro delle battaglie di questo inizio millennio
Libero 31 gennaio 2007. Settore strategico per eccellenza, l’energia è al centro delle battaglie di questo inizio millennio. La Russia, primo produttore mondiale di gas, usa l’energia come arma politica per riconquistare il suo ruolo internazionale e assoggettare il suo vicinato più prossimo. L’Iran, grande esportatore di petrolio, usa il greggio come minaccia contro chiunque intenda ostacolare la sua corsa verso il nucleare. Il Venezuela, altro importante produttore di oro nero, compra influenza in giro per il mondo e esporta l’antiamericanismo a suon di petrol-dollari. Negli Stati Uniti, si è cominciato a parlare di petrol-tirannie governate da petrol-dittatori per qualificare questi regimi e si è cominciato a elaborare una politica energetica alternativa per ridurre la dipendenza dal petrolio. In Europa, per contro, i Ventisette fanno fatica a elaborare una strategia comune, per la strenua e ottusa difesa della sovranità e dell’interesse nazionale in un settore strategico. Quella degli Stati europei è una ”ottusa difesa” perché, di fronte alla probabilità che la prossima guerra mondiale sia incentrata sull’energia, agire a livello nazionale significa preparare la propria sconfitta contro l’interesse di tutti e di ciascuno. Nelle scorse settimane, la Commissione europea ha proposto una serie di misure per cercare di superare gli egoismi energetici degli Stati membri. Il presidente dell’esecutivo comunitario, Josè Manuel Barroso, ha parlato della necessità di parlare con una voce sola, di introdurre più concorrenza nel mercato interno e di ridurre la dipendenza europea attraverso una «rivoluzione post-industriale». Gli obiettivi sono giusti e gli strumenti ambiziosi. Ma non è detto che il suo piano venga adottato a marzo dai capi di Stato e di governo dell’Unione europea, perché allo stato attuale i Ventisette sono troppo gelosi delle loro prerogative energetiche: l’energia è innanzitutto lo strumento chiave della crescita economica e, di conseguenza, è un interesse nazionale primario; inoltre, è la geopolitica a governare l’energia e questa a sua volta influenza la politica estera. Si può, dunque, comprendere la reticenza degli Stati europei, ma un ”no” del Consiglio europeo al piano Barroso sarebbe una grave occasione mancata. Le due Europe. Le recenti crisi che hanno avuto come protagonista la Russia illustrano bene le ragioni per cui è necessario arrivare a una ”politica estera comune dell’energia”. A prima vista, il conflitto con la Bielorussia che ha portato al taglio delle forniture di petrolio anche all’Europa potrebbe sembrare una scaramuccia tra vecchi alleati divenuti all’improvviso avversari. Allo stesso modo, la disputa sull’aumento del prezzo del gas all’Ucraina e ad altre repubbliche ex-sovietiche potrebbe apparire come una scelta capitalistica per mettere fine a privilegi concessi in cambio della sottomissione imperiale. Se fosse così, il problema non si porrebbe per l’Europa. Ma la realtà è ben diversa: Mosca ha usato e continua a usare le sue risorse energetiche come leva di potere per affermare la sua politica imperiale. E ogni volta che il rubinetto del gas e del petrolio viene chiuso c’è un messaggio indirizzato anche all’Europa: opporsi alle ambizioni politiche del Cremlino e a quelle economiche dei colossi energetici russi significa rimanere al freddo. Il risultato è che, di fronte a un’Europa disunita, il presidente russo, Vladimir Putin, ha gioco facile a imporre regole e dettare condizioni. Oggi l’Unione europea è divisa sostanzialmente su due fronti: chi ha fiducia totale nella Russia di Vladimir Putin e nel suo gas (Italia, Francia, Germania e Regno Unito) e chi è iper-critico nei confronti di quella che considera ancora l’Unione Sovietica, ma che dipende quasi al 100 percento dalle sue risorse energetiche (i paesi della Nuova Europa). Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati. Se la Russia è un fornitore ineludibile per le sue straordinarie riserve, l’Europa deve imparare a usare toni e strumenti più duri per spingere Mosca verso una maggiore liberalizzazione del mercato del gas e del petrolio, condizione indispensabile per essere un fornitore realmente affidabile. Caucaso e nucleare. Dietro alla necessità di parlare con una voce unica nel settore dell’energia ci sono anche ragioni economiche. Il dialogo unico con i partner energetici è, infatti, fondamentale per garantire la sostenibilità, la competitività e la sicurezza degli approvvigionamenti. L’Europa, oggi, è in posizione di subordinazione e debolezza: troppo divisa, l’Ue subisce il ricatto di paesi come la Russia e l’Algeria che si coalizzano per rafforzare la loro posizione dominante. Troppo egoisti, gli Stati membri cercano di fare accordi solitari con la Russia, salvo rimetterci perché le condizioni sono penalizzanti o perché Mosca preferisce altri. Ecco perché occorre, non solo parlare, ma anche agire come ”un sol uomo”: l’Europa può e deve diventare ”compratore unico” di energia, perché solo il monopsonista è in grado di ”personalizzare” le relazioni contrattuali con i fornitori in funzione delle proprie esigenze, mettere in concorrenza una pluralità di potenziali venditori e, di conseguenza, ottenere migliori condizioni sul mercato. ’Parlare con una voce sola”, però, non basta e la Commissione europea ha individuato altre misure per uscire dalla dipendenza energetica. La prima mossa è di diversificare i fornitori, trovando nuove vie di transito, come l’oleodotto Baku-Tiblisi-Cheyan che porta l’oro nero dall’Asia centrale fino all’Europa, ma che è stato boicottato dagli europei perché promosso da Stati Uniti e Regno Unito. Per troppo tempo l’Unione europea ha sottovalutato l’importanza del Mar Caspio e del Mar Nero, regioni che possono essere l’alternativa all’egemonia russa. Diversificare i fornitori significa anche mettersi nelle condizioni di poter utilizzare le loro ricchezze energetiche, in primis puntando sui rigassificatori che tanto in Italia fanno discutere, ma che sono indispensabili se vogliamo poter importare gas senza essere alla mercé di dittatori e guerre. All’interno dell’Europa, poi, gas e petrolio devono poter circolare liberamente e con facilità, al fine di dare concretezza alla solidarietà energetica europea, soprattutto in momenti di emergenza come quelli vissuti quest’anno con la crisi russo-bielorussa o lo scorso anno con la disputa russo-ucraina. Tuttavia, la politica estera comune dell’energia non basta a garantire l’indipendenza energetica europea. C’è invece un settore in cui l’Unione europea è all’avanguardia ed è il nucleare. L’Europa non può più permettersi di sottovalutare l’importanza di questa fonte fondamentale per la sua sicurezza energetica. Già oggi il nucleare rappresenta il 31% della produzione di elettricità europea, contro il 30% del carbone e il 20% del gas. Ufficialmente, sul nucleare la Commissione si vuole agnostica, perché sta a ciascuno Stato membro decidere se farne uso o meno. Ma nel piano Barroso c’è un chiaro invito a svilupparlo perché - dice la Commissione - il nucleare è meno vulnerabile ai cambiamenti dei prezzi degli idrocarburi e, soprattutto, è un’energia relativamente pulita che non emette biossido di carbonio. Per questo Bruxelles è pronta a nuovi investimenti o a finanziare il prolungamento della vita dei reattori europei. Se la Francia ha già deciso di sviluppare il nucleare di quarta generazione e la Finlandia sta investendo in nuovi reattori, la maggior parte dei paesi europei ha deciso di seguire questa strada e perfino la Germania pensa a una marcia indietro sulla decisione di abbandonare questa risorsa indispensabile. Le beghe a sinistra. Tutto questo chiama in causa il governo di Romano Prodi. Con la Russia, l’accordo di Eni promosso dal governo va contro la voce unica invocata da Bruxelles e rischia di essere controproducente nel lungo periodo, perché ci mette in una posizione di dipendenza da Gazprom a cui è stata concessa un’ampia fetta del mercato italiano. Le divisioni della maggioranza impediscono, poi, di andare avanti sulla strada dei rigassificatori indispensabili alla diversificazione dei fornitori. Il nucleare è un tabù di tale portata che, se solo evocato, potrebbe portare alla caduta del governo Prodi. E ancora non c’è una posizione chiara sull’unbundling perché, se Enel lo ha già operato ed è servito da benchmark per Bruxelles, Eni rischierebbe di indebolirsi. Perfino la Germania di Angela Merkel - che ha interessi vitali nell’industria nazionale dell’energia - ha compreso la portata della sfida, alzando la voce con la Russia. Per tutte queste ragioni e per l’attuale incertezza del mercato energetico europeo, la frettolosa proposta di separazione proprietaria tra Eni e Snam rete gas (attualmente Eni controlla con il 50,1% Snam rete gas), si configurerebbe come un’inutile fuga in avanti che indebolirebbe i nostri campioni nazionali in un settore fondamentale. Inutile, poi, perchè l’Europa non ha ancora deciso e regolato l’evoluzione della governance del settore energetico, mentre, ed è bene ricordarlo, il mercato energetico italiano è, assieme a quello inglese, già tra i più liberalizzati e regolati (la nostra Autority è indipendente con pieni poteri di regolazione ex-ante a differenza di altri grandi paesi europei, in più già disponiamo di un codice di rete). Un atteggiamento di prudenza strategica e il rispetto del principio di reciprocità (spesso snobbato dalle burocrazie francesi e tedesche), dunque, sarebbe la migliore strategia da adottare in questa fase. Ma il governo Prodi, invece, con il generico progetto che prevede la creazione di un fondo unico infrastrutture ”F2i” che ha l’obiettivo di raggruppare le reti (sulla scia del piano ”Rovati”), ci vuole far precipitare all’indietro. Insomma Prodi, già presidente dell’Iri, propone il ritorno della gestione statalista dell’economia a lui tanto cara, finalizzata più al potere politico che all’efficienza. Insomma, l’energia è cosa troppo seria per prestarsi a patetici giochetti di ruolo su chi è più forte a sinistra. Renato Brunetta