Libero 30/01/2007, pagg.1-9 Antonio Martino, 30 gennaio 2007
Tasse sulla casa Il governo prepara il colpo. Libero 30 gennaio 2007. Il governo delle sinistre è intenzionato a dare seguito ad una sua minaccia elettorale: riformare gli estimi catastali, il che detto in soldoni significa aumentare il valore delle case a fini fiscali
Tasse sulla casa Il governo prepara il colpo. Libero 30 gennaio 2007. Il governo delle sinistre è intenzionato a dare seguito ad una sua minaccia elettorale: riformare gli estimi catastali, il che detto in soldoni significa aumentare il valore delle case a fini fiscali. La prima considerazione da fare è che si tratta di una misura profondamente iniqua perché la casa rappresenta per i meno abbienti il cespite principale, e spesso unico, del loro patrimonio. Aumentare l’imposta sul valore della casa significa introdurre una patrimoniale particolarmente odiosa, perché grava in misura spropositata su persone che sono ben lungi dall’essere ricche. Del resto che si tratti di misura inaccettabile, lo conferma Proposition 13, il referendum che nel 1980 in California condusse all’abolizione dell’imposta sull’incremento di valore delle abitazioni, dando il via a quella autentica rivoluzione fiscale che aiutò Ronald Reagan a vincere le elezioni presidenziali ed a realizzare la più coraggiosa riforma fiscale nell’intera storia degli Stati Uniti. Ma la misura non è soltanto iniqua ed odiosa, è anche destinata a produrre conseguenze economiche fortemente negative. I lavoratori non si schiodano. Si lamenta da più parti, ed a ragione, la scarsa mobilità della nostra forza lavoro, ma non sarebbe male che ci si rendesse conto che una delle cause meno evidenti è la quasi inesistenza del mercato delle abitazioni da affittare. Anche se la stima secondo cui l’80% degli italiani abita in una casa di proprietà è da ridimensionare, è certamente vero che la percentuale di case in proprietà è molto alta. Chi è proprietario della casa in cui abita ha difficoltà a muoversi. Non solo, ma il fatto che sia difficile reperire una casa da prendere in locazione rende ancora meno facile cambiare residenza. Che il mercato delle case da affittare sia esiguo è facilmente comprensibile: al netto delle tasse, delle spese di manutenzione e degli altri costi, il rendimento dell’impiego in alloggi da affittare è misero. In altri termini, costruire case da affittare non conviene, perché rendono poco, sono tassate molto, e la disponibilità delle stesse, una volta affittate, è seriamente limitata da quella insensatezza che è il blocco degli sfratti, una misura ”temporanea” che si ripete da tempo immemorabile. Ma la penalizzazione dell’edilizia non produce danni solo in termini di scarsa mobilità della mano d’opera, ha anche effetti devastanti sull’occupazione e sullo sviluppo. L’edilizia ha, infatti, tre caratteristiche strategiche: è ad alto contenuto di lavoro, a basso contenuto di importazione ed ha un vastissimo indotto. L’investimento nel settore, quindi, determina un significativo aumento dell’occupazione diretta, un ancor più significativo aumento dell’occupazione indiretta, con conseguenze nulle sui nostri conti con l’estero. Per questo i francesi dicono ”quand le batiment va tout va”. Sarebbe di gran lunga meglio, dovendo proprio tassare le case, tassarne il reddito anziché il valore stimato senza considerazione del reddito. Oltre ad evitare le conseguenze negative di cui si è già detto, si scongiurerebbe l’eventualità di persone costrette a vendere la casa in cui abitano perché non si possono permettere di sopportare il carico fiscale gravante su di esse. Fu proprio questo il meccanismo che fece scattare la molla che diede vita al referendum californiano del 1980. Quanto poi al drammatico problema della casa che grava su quanti non possono permettersi di pagare affitti di mercato né di acquistare una casa, fermo restando che se l’edilizia popolare fosse gestita razionalmente sarebbe più che sufficiente a far fronte a questi casi, una soluzione corretta sarebbe quella di attribuire a quanti non dispongono di un reddito adeguato un ”buono casa” che consenta loro di pagare un fitto di mercato. Così facendo, le esigenze dell’economia, lo sviluppo del mercato di alloggi da affittare, e quelle della socialità, consentire anche ai meno abbienti l’accesso alla casa da affittare, verrebbero conciliate e soddisfatte. La profezia dell’Annunziata. Questo governo intende muovere nella direzione opposta, come del resto minacciato in campagna elettorale. Mi piacerebbe che i nostri governanti riflettessero sulle considerazioni di una nota editorialista di sinistra durante la campagna elettorale: «A quale Italia pensa un leader politico che indica fra i primi obiettivi la rivalutazione del catasto? O che dice che l’Ici sarà aumentata solo per le seconde case? (..) Una casa di 180mila euro di valore è oggi in Italia un modesto appartamento in una periferia cittadina: un classico acquisto con mutuo. E a proposito di seconde case: qualcuno dei nostri politici sembra dimenticare che nel tessuto intensamente familista della nostra nazione (...) la ”seconda” casa è spesso in realtà quella dei vecchi genitori o nonni. Oppure è il luogo dove sono stati investiti risparmi nei turbolenti ed inaffidabili anni appena trascorsi». (Lucia Annunziata, La Stampa, 1 aprile 2006). Antonio Martino