Eugenia Tognotti, La Stampa 31/1/2007, 31 gennaio 2007
Antonio Maria Costa* Mettetevi nei panni di un contadino afghano: 9 probabilità su 10, vivreste in un alloggio senz’acqua corrente né elettricità, sotto un tetto inadatto all’inverno, in campagne aride, con mulattiere dissestate che attraversano campi ancora minati
Antonio Maria Costa* Mettetevi nei panni di un contadino afghano: 9 probabilità su 10, vivreste in un alloggio senz’acqua corrente né elettricità, sotto un tetto inadatto all’inverno, in campagne aride, con mulattiere dissestate che attraversano campi ancora minati. Fame, analfabetismo, malattie e povertà sarebbero la compagnia quotidiana della vostra famiglia. Sareste intimiditi giornalmente dai signori della guerra, gli estremisti e i trafficanti di droga, tra corruzione e violenza. Potreste guadagnare 1-2 euro al giorno con un lavoro onesto, il doppio coltivando oppio, 8-10 euro come guerrigliero talebano. Naturale che la coltivazione d’oppio attragga molti contadini e che altri si uniscano alla guerriglia. Nel 2006 la produzione d’oppio ha raggiunto il record di 6100 tonnellate, specie nel Sud, dove trafficanti e guerriglieri vivono in simbiosi. Il presidente Karzai: «Incassiamo infamia» Il traffico di droga diretto all’Europa frutta miliardi di euro, i piccoli contadini all’inizio della catena di produzione guadagnano un’inezia. Mi disse ironicamente il presidente Karzai: «Incassiamo il 5% del reddito da droga e ci prendiamo il 100% dell’infamia». Possiamo salvare l’Afghanistan solo aiutando i contadini a resistere alla tentazione dell’estremismo politico e del commercio di droga. Occorre convincere piuttosto di vincere. I contadini hanno bisogno di aiuti. Nonostante l’assistenza generosa della comunità internazionale, l’Afghanistan ha finora ricevuto aiuti allo sviluppo pro capite molto inferiori a quelli disposti per le altre aree post-conflitto (i Balcani soprattutto). Troppo denaro destinato a importanti progetti è tuttora bloccato dalla burocrazia, sottratto da funzionari corrotti, sprecato nei meandri dei meccanismi internazionali. Pensate a quanto gli aiuti civili possono realizzare. Ad Herat, dove opera il contingente italiano, poche decine di milioni di dollari hanno permesso di costruire una mini-centrale che fornirà elettricità all’intera provincia. Moltiplicando questo per il numero di province (34) si conclude che il bilancio necessario per dare elettricità all’intero Paese è molto basso, specie se confrontato con le spese militari. Nel 1920 Lenin definì l’elettrificazione della Russia il migliore modo per salvaguardare il potere appena acquisito. Ci sarebbe del merito nel fare lo stesso in Afghanistan. Non c’è sviluppo nell’instabilità Benvenuto è il programma in corso di aiuto speciale e rapido offerto alle province afghane che azzerano le coltivazioni d’oppio: un milione di dollari a ciascuna provincia che il mio Ufficio verificherà essere priva di droga, investiti in strade, irrigazione, dispensari, scuole, micro-credito. L’obiettivo per il 2007 è di raddoppiare le province libere dall’oppio, da 6 a 12. Ma lo sviluppo non può radicarsi in un contesto instabile. tempo di svelare il vero volto della corruzione in Afghanistan. tempo d’identificare i trafficanti di droga attraverso una lista internazionale, di congelare i loro beni, di bandirne i viaggi, di assoggettarli a mandato di arresto internazionali e di estradarli. Benvenute saranno le misure che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu prenderà in materia. Ma è tempo anche di migliorare la collaborazione dei servizi segreti di Afghanistan, Iran e Pakistan con le agenzie dei Paesi più avanzati. L’Europa, dove gran parte dell’oppio afghano è consumato (come eroina), può fare di più: ridurre la domanda di droga, prevenendo e curando la tossicodipendenza. Il dibattito sul futuro dell’Afghanistan deve concentrarsi sul nesso sicurezza, sviluppo e droga. Non si può stabilizzare il Paese senza sviluppo, e questo non può basarsi sulle coltivazioni illecite che arricchiscono solo i signori della guerra, mentre le comunità rurali languiscono. *direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine