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 2007  gennaio 30 Martedì calendario

L’acqua farà la fine del petrolio e per lei saranno combattute le prossime guerre». La profezia è dell’egiziano Boutros-Ghali, segretario generale dell’Onu negli anni Ottanta

L’acqua farà la fine del petrolio e per lei saranno combattute le prossime guerre». La profezia è dell’egiziano Boutros-Ghali, segretario generale dell’Onu negli anni Ottanta. Nel corso del «World Social Forum» di Nairobi, terminato ieri, ingegneri, scienziati e diretti interessati si sono concentrati sull’Africa, dove 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. Un continente dove la disponibilità è crollata del 90% dal 1960 a oggi e dove i tentacoli delle multinazionali sono arrivati fino al letti dei fiumi. Grandi gruppi come la Suez e Vivendi, ora Veolia hanno contratti in Marocco, Kenya, Burkina, Gabon, Niger e Ciad. Il colosso Saur si sta bevendo la Costa d’Avorio, il Senegal, il Sudafrica, la Repubblica Centrafricana e la Guinea. La Coca Cola fa il resto, con i suoi 80 marchi sparpagliati tra Mali, Ghana, Benin, Mozambico, Tanzania e Nigeria. Ma l’acqua in Africa va privatizzata o no? La questione è controversa: da una parte ci sono la Banca Mondiale, il Fondo monetario Internazionale, le multinazionali e un business di 1000 miliardi di dollari l’anno. Dall’altra un continente con la crescita demografica più alta del mondo ma quasi del tutto privo di adeguate strutture idriche. «Forse non ha torto nessuno», dice la dottoressa Rossella Monti, presidente dell’Hydroaid, la scuola internazionale dell’Acqua per lo Sviluppo con sede a Torino e numerosi progetti in tutta l’Africa. Il problema è nel mezzo: i costi altissimi delle infrastrutture, la necessità dei finanziamenti pubblici e l’inevitabile dipendenza dalla Banca Mondiale e dalle multinazionali. I governi locali, spesso corrotti e impreparati, realizzano infrastrutture alla bell’e meglio salvo poi imporre prezzi che sfiniscono le popolazioni impreparate. Com’è accaduto in Sudafrica dove la privatizzazione della Saur, ha fatto lievitare le bollette prima del 98 poi del 140%. «L’Onu deve dichiarare l’acqua un diritto umano - dice il viceministro degli esteri Patrizia Sentinelli a Nairobi - Mantenerla pubblica significa mantenere la democrazia». Ma non tutti sono d’accordo. Soprattutto alla luce del fatto che, come spiega la Monti «il vero problema è l’agricoltura che succhia il 70% del consumo. L’acqua qui viene pagata pochissimo, in molti casi a ettaro e non a consumo. Acqua che, però, va razionalizzata e sfruttata al meglio. Soprattutto in vista del riscaldamento del Pianeta che rischia di prosciugare l’Africa». E invece nell’agricoltura ci sono i maggiori sprechi, dovuti a prelievi irrazionali, e i maggiori danni, per inquinamento e deforestazione. Ll’Unep ha stimato che «bisognerebbe investire 16 miliardi di euro fino al 2025 per raggiungere gli standard internazionali dei sistemi di irrigazione». Ma cosa dicono gli africani? Nello stadio kenyota Kasarani, quando si è parlato di acqua c’erano più di 400 persone. Carmen Sousa, presidente del comitato difesa acqua in Uruguay, è andata subito al sodo: «non accetto, mentre si parla di acqua pubblica, che si beva acqua in bottiglia venduta a 5 dollari». La privatizzazione del petrolio è stato un errorre storico fondamentale - concordano gli esperti - e ora bisogna impedire la petrolizzazione dell’acqua. Quel che è certo è che gli esperimenti tentati sono quasi tutti falliti. L’ultimo in Tanzania. Nel 2003 la CityWater ha assicurato una fornitura per 10 anni investendo 102 milioni di dollari. Nel 2005 il contratto è saltato e la Biwater ha chiesto i danni all’alta corte britannica. «Doveva essere un’avanguardia. fallito perché era troppo interessato ai profitti» ha commentato Carmen Sousa. «La privatizzazione - dice invece Sekou Diarra della malese Asiap - ha causato danni alla popolazione, rialzi a catena e conseguenze sociali. Potrebbe essere una vittoria temporanea». Non è facile in un continente dove l’acqua arriva solo da 3 fiumi. Il Nilo bagna 6 nazioni e ne rifornisce 11; il Niger è comune a 9 e il Congo ne attraversa 3. In Mali, le malattie per l’acqua inquinata sono cresciute del 70% e il 60% della gente spende la metà del portafogli per accaparrarsi acqua potabile. Il tutto, con una privatizzazione fallita alle spalle.