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 2007  gennaio 30 Martedì calendario

Andavo da loro e portavo le paste» In carcere lo chiamano «Mani di forbice» [FIRMA]FABIO POLETTI INVIATO A BRESCIA Un uomo ordinario

Andavo da loro e portavo le paste» In carcere lo chiamano «Mani di forbice» [FIRMA]FABIO POLETTI INVIATO A BRESCIA Un uomo ordinario. Educato: «Quando andavo dagli zii portavo il Ramazzotti o le paste». Metodico: «Mangiavo sempre a mezzogiorno e alle sei di sera. Alle undici ero già a letto». Magari un po’ incolore con quella camicia azzurrina che spunta dal golfino di lanetta grigia. L’antitesi di quel Guglielmo Gatti, «Mani di forbice» lo chiamano in carcere, accusato di aver ucciso e fatto a fette gli zii Aldo Donegani e Luisa De Leo, scomparsi da casa l’estate di due anni fa e ritrovati a pezzi nei boschi sul passo del Vivione il 17 agosto 2005. «Non sono stato io, sono totalmente estraneo. Con loro non avevo nemmeno rapporti. Facevano gli scambi di coppia, avevano un comportamento esageratamente estroverso... Comunque liberissimi, a me non davano fastidio», ha ripetuto per nove ore di fila questo quasi ingegnere di 42 anni, viso pulito, modi perbene, un sorso d’acqua ogni tanto per prendere fiato, mai la voce troppo alta se non in un paio di occasioni, quando l’interrogatorio al processo dove è imputato di duplice omicidio si faceva troppo incalzante. Il sangue Il pubblico ministero Paola Reggiani gli chiedeva delle macchie di sangue degli zii che gli hanno trovato sull’auto, sui muri di casa, sotto al lavandino, sopra la cassapanca, sulle scarpe, perfino sotto la ruota di scorta della Punto azzurrina parcheggiata in garage e «con le portiere chiuse che non si sa mai». Un fuoco di fila di contestazioni da doppio ergastolo che Guglielmo Gatti ha incassato, ma solo fino a un certo punto: «Non lo so come siano finite lì... Le avrà portate qualcuno con le sue scarpe, in casa girava tanta gente, carabinieri, magistrati, uomini della scientifica... Io non accuso nessuno, sono solo deduzioni...». Impressioni che non piacciono al presidente Enrico Fischetti che almeno una volta bacchetta «Mani di forbice» e allora sono dolori: «Qui non ci basiamo sulle deduzioni. Questo è un processo che si base sulle tracce, anche quelle di sangue... Non seguiamo nè Batman nè Mandrake». Ci vorrebbe un miracolo per togliere Guglielmo Gatti dall’angolo. Ma forse basta la sua freddezza, il tono di voce monocorde, i concetti ripetuti mille volte sempre con le stesse parole, senza sbagliare una virgola, senza nemmeno muovere il ciuffo quando sposta la testa dal presidente al pubblico ministero, dal suo avvocato a quest’aula di corte d’Assise piena di persone venute apposta ad ascoltarlo. A provare qualche brivido quando gli chiedono delle cesoie comperate all’Hobby center e a darsi di gomito nello scabrosissimo racconto degli zii che magari frequentava poco, abitavano al piano di sopra e lui sentiva, oh sì se li sentiva... «I miei zii al mercoledì andavano a ballare», racconta il nipote mica tanto prediletto. Incalzato, alla fine spiega i menage promiscui della coppia. «Una volta ho visto mia zia dalla finestra dare un bacio in bocca a un’altra donna... Un bacio come nei film. Non si preoccupavano di nascondersi. Ospitavano altre coppie, mi facevano squallore e tristezza», racconta lui con la sua vita ordinata, le gite al supermercato per passare il tempo, mai un amico, non una donna recente - «Sì, c’è stata, tanto tempo fa, qui non ne parlo, non c’entra con il processo» - le riviste di computer, la musica, la televisione e lo studio del giapponese che da autodidatta continua anche in carcere. E gli scontrini della spesa conservati per anni. Gli scontrini Quegli scontrini adesso sono una delle prove contro di lui. Pochi giorni prima della scomparsa degli zii in un Hobby center alla periferia di Brescia qualcuno compera delle bacinelle, della segatura, degli attrezzi agricoli e un paio di cesoie che i carabinieri sospettano siano quelle trovate accanto ai cadaveri. Molti di quegli oggetti comuni sono stati trovati a casa di Gatti. Lui conferma: «Il bricolage era la mia passione, curavo il giardino, dovevo tinteggiare la casa... Ma le cesoie non sono mie». In una libreria in camera sua i carabinieri trovano uno scontrino di un supermercato, tra l’altro ci sono tre confezioni di sedano. Al passo del Vivione trovano i corpi, i sacchetti e pure il sedano. Lui smentisce: «Quello scontrino non è mio. E poi a me il sedano nemmeno piace. Non so chi lo abbia messo in casa mia». Guglielmo Gatti racconta di cancelli divelti, di luci trovate accese in casa al ritorno dagli interrogatori, di macchie di sangue che non avrebbero visto i carabinieri in una prima perquisizione ma che sarebbero comparse poi dopo. «Quando abbiamo passato il luminol che attiva le tracce di sangue, il garage si è acceso come un albero di Natale», aveva raccontato un carabiniere. Lui smentisce, smentisce, e smentisce ancora. «A noi aveva chiesto se il luminol andava via», conferma un altro militare di fronte al mistero di quest’uomo così educato da chiedere scusa se non si fa capire subito, così gentile da sorridere sempre ad ogni domanda, apparentemente incapace di uccidere una zanzara, figuriamoci gli zii: «Veramente le zanzare sì. Avevo comperato anche un acchiappamosche, mi sembrava un oggetto sfizioso».