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 2007  gennaio 30 Martedì calendario

Un intero popolo scomparve per una catastrofe climatica simile a quella di oggi [FIRMA]GABRIELE BECCARIA Luogo: Siberia

Un intero popolo scomparve per una catastrofe climatica simile a quella di oggi [FIRMA]GABRIELE BECCARIA Luogo: Siberia. Epoca: circa 8 mila anni fa. Storia: il grande popolo dei cacciatori-nomadi del lago Baikal sparisce di colpo, probabilmente per un’improvvisa follia del clima. Alla storia lascia pezzi eloquenti di ossa umane e ossa animali, frammenti di utensili e anche incisioni sulla roccia con scene di tempi felici, come ritratti stilizzati di guerrieri dotati di braccia lunghe, teste piccole e lance sottilissime. E soprattutto lascia un enigma, ideale per stuzzicare le angosce ecologiche delle tecno-tribù del XXI secolo. «Stiamo cercando di decifrare quale brusco cambiamento climatico avvenne intorno al 5500 avanti Cristo: sembra molto simile a quello che stiamo sperimentando oggi». A pronunciare una frase tanto impegnativa è Andrzej Weber, archeologo canadese di origine polacca, che sta studiando uno spicchio di Neolitico - e annessa catastrofe - con occhio interdisciplinare. Con lui ci sono, e ci saranno nei prossimi tre anni, antropologi, etnografi, biologi molecolari, geofisici, geochimici e paleoclimatologi, tutti impegnati a decifrare l’eco-mutazione - dalle temperature alle precipitazioni - che fece estinguere un popolo e che per un millennio e mezzo, fino al 4 mila a.C., trasformò un’area di steppa in deserto. Non rimase più nessuno. Molti morirono, alcuni scapparono e chi più tardi sarebbe tornato a occupare le rive del lago non avrebbe avuto nulla in comune con i progenitori. Dall’età della pietra si era passati a quella del bronzo, con un disorientante salto di tecnologia e di mentalità. Ora il progetto internazionale - raccoglie anche russi, americani e inglesi e si chiama «Baikal Archeological Project» - sta scavando molte aree della sterminata mezzaluna azzurra che si estende a Est di Irkutsk. Lungo uno dei grandi contenitori di acqua dolce del mondo, che conosce una stagione di gelo e una torrida, si fa quello che si è già fatto ai Poli: si estraggono carote di materiale (fango e argille anziché ghiaccio) di circa un metro di lunghezza e di cinque centimetri di diametro e le si smista nei laboratori d’Europa e d’America. I test chimici e le letture degli isotopi dovranno trasformare quei blocchi nerastri in archivi parlanti sul clima degli ultimi 10 mila anni, dalla fine della glaciazione al riscaldamento progressivo che conosciamo ancora oggi (e che si sta impennando a uno sgradevole bollore). In mezzo - si suppone - le stesse brevi e violente fasi intermedie di caldo e freddo, di siccità e piogge anomale che, secondo molte ricerche, devono aver sconvolto il Neolitico, dalla Cina all’Europa, fino all’America e condizionato la colonizzazione dell’emisfero Nord. I cacciatori-nomadi, di cui non conosceremo mai il nome, potrebbero essere rimasti vittime di una deflagrazione delle temperature tipo effetto serra che prosciugò le pianure, fece crollare il numero di renne e foche e abbassò il livello del lago. Vittime senza colpa: non sembrano aver avuto il tempo di devastare l’ambiente, come i Maya dello Yucatan e i polinesiani di Rapa Nui (l’Isola di Pasqua), e così la loro fine improvvisa si staglia ancora più profetica per noi, produttori impuniti di CO².