Massimo Nava, Corriere della Sera 30/1/2007, 30 gennaio 2007
PARIGI
Ci sono due star nel sistema politico-informativo francese: Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal. Ma almeno uno dei due cadrà prima dello sprint finale, giura François Bayrou, il «terzo uomo» della campagna elettorale, come tutti lo chiamano da quando è riuscito a conquistare le prime pagine nel ruolo di guastafeste. Almeno un risultato l’ha già ottenuto. Secondo i sondaggi, ha superato il vero «terzo incomodo» della partita, il leader del Fronte Nazionale Jean-Marie Le Pen.
Ma Bayrou spera di andare oltre, innescando dinamiche elettorali che potrebbero scardinare la sceneggiatura già scritta: la «saturazione» del pubblico per il «Sarkorama» e la «Madonna socialista», l’inclinazione dei francesi per sorprese e gli outsider, la marea di indecisi e delusi dei due campi.
Cinquantasei anni, una moglie conosciuta sui banchi delle elementari, sei figli e nove nipoti, Bayrou è il presidente dell’Udf, il piccolo partito che fu di Giscard d’Estaing, Simone Veil e Raymond Barre. Figlio di un allevatore della Gironda, ha raccolto il 6,8 per cento alle presidenziali del 2002. I suoi modelli sono Gandhi, Churchill e Enrico IV, oltre naturalmente a De Gaulle.
Undici per cento dei voti alle elezioni europee del 2004, l’Udf incarna la tradizione liberal-democratica delle classi medie, raccoglie anche il voto cattolico e rappresenta una domanda di «centrismo» e moderazione in forte crescita fra gli scontenti del bipartitismo.
«Gemellata» in Europa con la Margherita, l’Union è storicamente alleata della destra gollista, diventando negli ultimi tempi un alleato scomodo, al punto da uscire dalla maggioranza. L’Udf condivide valori della destra – laicità repubblicana, ruolo dello Stato, libertà economiche – ma accentua ideali di libertà civili e giustizia sociale che piacciono anche ad ambienti della sinistra moderata.
Sognando l’Eliseo, Bayrou lancia un progetto riformista, che combina risanamento delle finanze pubbliche e investimenti produttivi nel campo della ricerca, dell’ambiente e dell’educazione. Ha scritto un libro-manifesto,
In nome del terzo stato, che vorrebbe evocare la Rivoluzione e immaginare la riscossa della borghesia produttiva oppressa dall’«immobilismo e dal clanismo» della corte di Versailles. «La mia diagnosi sulla situazione del Paese potrebbe essere ancora più severa», ha detto, iscrivendosi al grande partito del piagnisteo sul declino della Francia e sulle sfide perdute della modernità e del cambiamento. «Siamo tornati all’Ancien Régime, il popolo e il Parlamento sono espropriati dal potere assoluto sostenuto dalle fortezze finanziarie e mediatiche». Detto così, il messaggio riformatore di Bayrou potrebbe nuocere soprattutto alla destra e mietere consensi fra i francesi che aspettano la fine dell’interminabile era Chirac, ma non si fidano di Sarkozy, temendo una deriva autoritaria o lo snaturamento del modello sociale francese. In realtà, Bayrou piace a sinistra, fra i riformisti che cominciano a dubitare delle doti di statista di Ségolène Royal e che sono disorientati dalle gaffes
in serie della candidata socialista durante le ultime visite all’estero. Lo conferma il quotidiano della «gauche» Libération, da qualche settimana sempre più critico e sarcastico nei confronti di Ségolène. Di fatto, anche la crescita di Bayrou potrebbe indirettamente contribuire alla vittoria di Sarkozy.
Bayrou è stato abile nel denunciare il circo mediatico, il meccanismo dei sondaggi, l’occupazione degli spazi televisivi dei due maggiori candidati, la «berlusconizzazione» della vita politica. Risultato? La ribalta per Sarkozy e la Royal, le briciole per gli altri. Di par condicio televisiva nemmeno a parlarne, come se il «bipartitismo» non fosse un modello politico, ma un «obbligo».
Il terzo uomo, la sorpresa, l’outsider è riuscito a presentarsi come un elemento di novità e di freschezza, pur essendo una vecchia conoscenza. Deputato dal 1986, è stato due volte ministro dell’Istruzione, essendo fra l’altro bersaglio di una delle più gigantesche manifestazioni di protesta mai viste in Francia, quella in difesa della scuola privata. La scelta di correre da solo e la speranza di diventare presidente per sottrazione, cioè per «implosione» dei due maggiori candidati, ha per ora avuto l’effetto di dividere il partito (diversi esponenti sono passati con Sarkozy) e di creare scompiglio a sinistra. Con la prossima discesa in campo del leader
paysan José Bové, la partita dell’Eliseo risulterà ancora più complicata. Mai come questa volta, la lista dei pretendenti sarà ampia: una quarantina di iscritti al primo turno, a riprova di un elettorato frammentato e fluttuante e di un bipartitismo logorato. L’importante è partecipare, ma l’Eliseo non è l’Olimpiade.