Enrico Bonerandi, la Repubblica - 30/1/2007, 30 gennaio 2007
ENRICO BONERANDI
BRESCIA - Nove ore di interrogatorio, due pubblici ministeri che uno dopo l´altro lo tempestano di domande, poi l´avvocato di parte civile e infine il suo garbatissimo difensore. Il presidente ogni tanto concede un breve intervallo («altrimenti non ci si capisce più nulla»), ma l´unico bersaglio dell´udienza, l´ineffabile Guglielmo Gatti, accusato di aver ucciso a mazzate sulla testa gli zii, facendoli poi a pezzi per scaricarli in un burrone, è l´unico in aula che non accusi fatica. Un paio di sorsi d´acqua, la voce monotona e tranquilla, Gatti è ancora quello che nell´agosto di due anni fa mostrava alle telecamere sulle porte della sua villetta alla periferia di Brescia la foto di zio Aldo e zia Luisa, «se qualcuno ha notizie». Un po´ dimagrito dal carcere, tutto qui. Sempre ferreo nella propria «estraneità ai fatti», nonostante una montagna di prove. Perfino garrulo, quando illustra diffusamente la sua passione per il bricolage.
la prima volta dal giorno dell´arresto che Gatti accetta di rispondere ai magistrati. Perché? «Ho seguito i consigli del mio difensore». Solo un paio di volte perde le staffe, quando il pm Paola Reggiani insiste sulle tracce di sangue degli zii mischiate a liquidi organici dello stesso Gatti («sarà sudore») , trovate un po´ ovunque nella palazzina, nel garage, nella sua auto e perfino sotto la ruota di scorta nel portabagagli. «Non si scaldi», lo blocca il pm, e in un attimo l´imputato torna una statua di sale.
Pubblico delle grandi occasioni ieri nell´aula di Corte d´assise a Brescia, composto soprattutto da studenti di giurisprudenza e assistenti legali attenti come fossero a lezione. Ma anche gente qualsiasi, pensionati e signore, le uniche a concedere a Guglielmo Gatti con quella faccia così per bene, solo un po´ inquietante nella sua fissità, il beneficio del dubbio: «Non è che lo hanno incastrato?».
Gli chiedono come si spieghi questa prova o quella, e lui risponde sempre: «Non spiego niente perché non so niente. Non sta a me spiegare, non sono un inquirente». Lo scontrino trovato appallottolato sulla sua libreria, per tre confezioni di sedani rinvenuti accanto ai resti degli zii in fondo al passo del Vivione? «Non è mio e poi io non compro certa verdura». L´avvistamento da parte di una famigliola in vacanza sui tornanti del Vivione? «In quel posto non ci sono mai stato. Si tratta di mitomani». Le tracce di sangue in casa? «La prima volta che sono venuti i carabinieri non c´erano, poi sono saltate fuori. Magari le hanno portate con le loro stesse scarpe».
Per ogni prova, la stessa risposta: «Che ne so?». A un certo punto cita anche un episodio che adombrerebbe la teoria del complotto: «Di ritorno dopo undici ore di interrogatorio, accompagnato da una pattuglia di carabinieri, ho notato cinque stecche di ferro del cancello divelte e una luce accesa nel garage». Peccato che non ci fosse alcun segno di effrazione sulle porte di casa.
La strategia della difesa ancora non è chiara. Nessuna richiesta di perizia psichiatrica, si punterà sull´innocenza, forse su «piste alternative» non esplorate dall´accusa. Gli unici riferimenti alla «vita godereccia» degli anziani zii, stridente con quella monacale tutta libri, lavoretti di casa e internet del nipote 42enne, è venuta dal difensore di parte civile, alla ricerca di un possibile movente ad assassini di violenza ferina. Scambi di coppia, orge, baci saffici in pubblico, sessualità straripante. «Non apprezzavamo, sembrava una cosa un po´ squallida, ma non ci arrivava alcun nocumento - ha replicato Gatti - Erano adulti e vaccinati».