Stefano Di Michele, 29 gennaio 2007
I ragazzi di via Tomacelli. Il Foglio 27 gennaio 2007. ’Luigi non se ne dette mai pace. Già nel 1973 mi scrisse: il giornale che avrei voluto è impossibile”
I ragazzi di via Tomacelli. Il Foglio 27 gennaio 2007. ’Luigi non se ne dette mai pace. Già nel 1973 mi scrisse: il giornale che avrei voluto è impossibile”. Rossana Rossanda Era come vivere in un continuo teatro, dove tutti ci mettono le viscere. E le nostre viscere stavano sempre al centro della stanza”. La bandiera rossa, i conti in rosso, le passioni rosse, il partito rosso. E dunque inevitabili le viscere, appunto anch’esse più o meno rosse, e certo più calde, forse emotive, di sicuro rabbiose del cuore – inevitabilmente rosso. Era (pure) così, il manifesto. E così lo ricorda Stefano Menichini. Pure adesso che è direttore della rutelliana Europa, e da via Tomacelli è andato via ormai da dieci anni, qualcosa sulla pelle ancora sente. ”La cosa malsana di quel posto era una continua sovrapposizione e confusione dei piani, dalla politica al giornalismo, dai rapporti personali a quelli familiari. Tutti padri e tutti figli, tutti fratelli maggiori e tutti fratelli minori, tutti vecchi e tutti giovani…”. Posto che non dimentichi, il manifesto. Però forse pure posto che non rimpiangi, una volta che te ne sei andato. Rina Gagliardi è una che fa in continuazione liste, ordina nomi e cifre, compila elenchi. Singolare e utile mania, la sua. Così adesso può documentare: ”Di recente ho fatto due conti: circa un’ottantina di persone che oggi lavorano nella stampa e nella televisione italiano – e alcune in posizione rilevante – sono partite dal manifesto o sono passate per via Tomacelli…”. E pure lei ricorda ”una tribù, con giovani e padri, e zii e stregoni”. Con Lucia Annunziata che ripeteva ”figliolanza figliolanza, noi siamo come fiori di serra”. Perciò, ecco: i ragazzi (e le ragazze, si capisce) di via Tomacelli, ora per il vasto mondo sparpagliati, carichi di ricordi e di lettere, perché poi lì tutti scrivevano a tutti, alcuni di oneri e altri di gratificanti onori professionali, rievocano un tempo che pare come quello di scuola: qualcosa che a volte ha a che fare con la nostalgia, ma mai e poi mai con il rimpianto. Un tempo quasi eterno, del resto. Ha raccontato Rossana Rossanda: ”Il manifesto uscì il 28 aprile 1971 senza l’assoluto rigore grafico di Trevisani: si mantenne la divisione fra le quattro pagine, ma ognuna ebbe un lungo sovratitolo, i titoli delle notizie si seguivano su una o due colonne. Doveva esserci ogni giorno un editoriale e presto ci fu un corsivo – terreno pintoriano per eccellenza. All’inizio vendemmo centomila copie, ma non per molte settimane. Poi scendemmo, di poco, di molto, a sbalzi. Non siamo morti mai”. Disseminando torto (dalla parte del) e sapienza, intelligenza e alterigia, profondità e sciocchezze, con la scia di viscere lungo tutte le stanze della redazione, ora prepara pure il trasloco dall’antica sede vicino via del Corso a un posto a ridosso dell’Ostiense e della Città del gusto, mestamente più trendy – e se altro rosso sarà, sarà pure Gambero Rosso. Le viscere resteranno però a via Tomacelli. Sarà perciò inevitabile un ”c’era questo, c’era quello”, un ripercorrere le storie, un vedere gli approdi e un rievocare gli addii. Tra le scrivanie del manifesto sono passati Gianni Riotta (direttore Tg1) e Lucia Annunziata (ex direttore Tg3, ex presidente Rai, conduttrice di ”In mezz’ora”), Riccardo Barenghi (commentatore della Stampa) e appunto Menichini, Dario Laruffa (Tg2) e ”per un breve periodo, ma per lui significativo, Gad Lerner e anche i gemelli Ruotolo”, dice Gagliardi, Guido Moltedo (giornalista parlamentare di Europa) e Mauro Paissan (ex deputato, garante privacy), Sandro Medici (presidente di municipio) e Ritanna Armeni (Otto e mezzo), Carmine Fotia (La 7) e Maurizio Caprara (inviato del Corriere della Sera), Giorgio Casadio e Tiziana Maiolo… E il motivo di tanta grazia in così poco spazio? Sostiene Armeni: ”Il manifesto era tutto. Non era il giornale, ma il luogo della politica, degli affetti, delle passioni, degli amori. Era il mondo, era tutto. Era un’istituzione totale. Adesso non so cosa sia”. Ricorda Menichini: ”I posti poveri ti mettono alla prova, hai delle chance diverse dai giornali grandi. E poi è banale dirlo, ma abbiamo avuto grandi maestri. La riduzione di ogni argomento a politica è una disciplina un po’ morbosa che ti obbliga a pensare. Formativo, ma più di tanto una persona sana non ci può stare…”. Gagliardi: ”Scuola straordinaria, grande fucina di idee: Rossanda, Pintor, Castellina, Valentino Parlato… Il fatto di avere una forte spinta ideale ti aiuta a diventare buon giornalista molto più dei corsi universitari… Poi si cambia, si muta opinione, ma le tracce qua e là affiorano: è una cosa che metabolizzi, che diventa parte di te”. Conferma Armeni: ”Mi ha fatto crescere e mi ha insegnato cose che hanno dominato per sempre la mia vita professionale. Mai giornalista pura, sempre politica. Vivere una parzialità… I nostri maestri erano grandi giornalisti, ed erano puri, nel senso che non conoscevano il compromesso, non c’era l’editore”. Spiega Guido Moltedo: ”Non è tanto effetto della linea del manifesto, quanto della scuola quadri di quel tipo di giornalismo: tutti giornalisti un po’ politicizzati, che capiscono di politica”. Ma mica un luogo pacificato, armonioso, spesso neanche generoso. Luogo anche di conflitti, di rancori, di molte parole e di lunghi silenzi. Esemplare la storia di Riccardo Barenghi, che è stato direttore per sei anni (un record, per il quotidiano). ”C’erano scontri, da una parte e dell’altra del giornale. Quelli che volevano un manifesto più ”giornale’, come Riotta, Casadio, Paissan, Norma Rangeri, e i più ortodossi, che chiamavano i Sabbipodi, come la popolazione di ”Guerre stellari’, da Pierluigi Sullo o Michelangelo Notarianni… I direttori si avvicendavano, ma erano quasi sempre i grandi vecchi del giornale a dirigere per interposta persona. Mandavano avanti l’uno o l’altro e a un certo punto lo mollavano…”. Lui comunque ha resistito sei anni. Risata: ”Direttore, poi… Non conti un cazzo, ti fai un culo così, non puoi spostare nessuno, non puoi licenziare nessuno”. E ogni lacerazione – in un luogo che non era simile ad altri, neanche come giornale somigliava ad altri – portava dolore e portava a volte rancori. ”Quello è un posto che può rendere la vita molto amara – dice Menichini – E’ successo a me, è successo ad altri. Quando a un certo punto, per motivi politici, viene messa in dubbio la tua legittimità a sentirti parte del gruppo e sei posto ai margini, siccome non è un posto come un altro, resti ferito”. Rina Gagliardi: ”C’è stato un isolamento interno di cui ho molto sofferto. Siccome ero amica di Bertinotti e il manifesto era contro di lui, tutti l’avrebbero voluto fare a fettine, venivo percepita come il braccio armato di Fausto in redazione… Il manifesto era concepito come più di un partito, migliore di un partito. Per una specie di legge non scritta, nessun giornalista era iscritto a un partito. Il manifesto identifica se stesso come impresa politica, e se tu cominci a tifare per un’altra impresa politica, nascono i problemi. E vivi il tuo disagio personale”. Così – tra ragioni politiche e ragioni economiche (che hanno avuto il loro peso anch’esse) – la gente cominciò ad andare, altra gente ad arrivare, e poi di nuovo ad andare. Spesso, verso un futuro luminoso. Il ”quotidiano comunista” a volte pare avere una strana relazione con il potere (mediatico-culturale), di attrazione, si potrebbe dire. Attrazione di alto livello, s’intende, come il marxismo dibattuto in via Tomacelli. O forse, solo il frutto delle mirabili qualità che la redazione-tribù-collettivo ha sempre saputo sviluppare. Ognuno che c’è stato dice, come dice Barenghi, che ”non esiste una lobby del manifesto, non siamo come Lotta continua, chi era amico è restato amico, chi non lo era non lo è diventato”. Così Armeni: ”Siamo addirittura l’opposto di una lobby. Non c’è complicità per essere stati al manifesto, a parte casi particolari come a me succede con Rina Gagliardi, non c’è voglia di ricordare quando siamo tra di noi”. Invece precisa Moltedo: ”Una lobby, un darsi una mano reciprocamente, questo no, ma forse una setta sì. Tant’è che nessuno lo rinnega, come un titolo nobiliare esibito. Però c’è senso di appartenenza. Possiamo citare Dante: la tua loquela ti fa manifesto…”. Perciò è persino ovvio che, avendo frequentato uno tra i posti più speciali d’Italia, ci si possa anche sentire un po’ speciali. Insomma, se sei stato al manifesto sai che sei bravo. Ecco, prendete Riotta. Già quando stava a via Tomacelli era portato in palmo di mano. Come avrebbe detto Nero Wolfe, ”un gioiello posato sul cuscino dell’ospitalità”. Nessuno che non se lo sia disputato, nella sinistra una corsa ad accreditarselo, un oceano in mezzo e nessuna dimenticanza in patria. ”Io litigavo con Riotta – ricorda Gagliardi – Giovane e brillante introdusse il dibattito tra Benjamin e Adorno, dichiarandosi benjaminiano e accusando il resto della redazione di essere francofortesi, apocalittici, che disprezzavano la cultura di massa”. ”Lui – rammenta Moltedo – voleva fare Liberation fin dall’inizio, un precursore…”. ”La destra interna è sempre stata sconfitta, a via Tomacelli – confida Menichini – Riotta mi disse: il giorno che Pintor mi ha costretto ad andare via è stato il giorno più fortunato della mia vita”. Del tanto che Riotta è, dunque anche gli antichi compagni erano documentati, e l’approdo al massimo tiggì perciò ben meritato. Ma la generalizzata considerazione non fa velo, al direttore, anche di una personale e comprensibile autoconsiderazione. Perciò, intervistato per il volume ”Palermitani” di Nino Sunseri dice della sua città e del rimpianto e della mafia, ”a Palermo morivano giudici, giornalisti, poliziotti e io stavo e New York a occuparmi di globalizzazione”, per poi concludere: ”Se tornassi vorrei fondare una scuola di giornalismo perché i siciliani sono grandi narratori” – così che uno malizioso pensa: ma se sono già dei grandi narratori, tutti dei De Roberto in erba, è proprio necessaria la scuola di Riotta? Ma fu comunque personaggio centrale (’era il cocco dei vecchi”, ricordano ancora in redazione), in quei primi anni del manifesto, nella sua stanza con Casadio, e il giovane Menichini appena arrivato (’siccome ero bellino la Gagliardi mi invitava a rompere le coppie dentro il giornale, per ritrovare un clima come negli anni Settanta, casino e amore libero”) tagliava le agenzie, e poi saliva dalla redazione dell’Avanti, al piano di sotto, Enrico Mentana. ”Tutti e tre a cazzeggiare sul Milan – rammenta ridendo il direttore di Europa – e a fare del nonnismo su di me, che ero ragazzetto, volontario e persino della Roma”. Gianni se ne va dal manifesto da destra, Lucia Annunziata da sinistra. ”Si identificò molto con il ”77, e la sua posizione fu sconfitta. Se ne andò accusando il giornale di essere togliattiano. ”Voi siete togliattiani e io me ne vado perché ho bisogno di rifondarmi’, così ci disse”, è il ricordo di Gagliardi. Poi tutti e due, quello della destra e quella della sinistra, in America. ”Ritanna anche se ne andò da sinistra, accusando il giornale di essere diventato craxiano. I più brillanti, i più rappresentativi di quel tempo”. La senatrice di Rifondazione è stata quasi un quarto di secolo a via Tomacelli, dal ”71 al ”95, e vide anche l’inizio dell’ascesa di Barenghi, ”ha sviluppato un contrasto non mediato con tutto il senatorato del giornale, con tutti quelli di lunga militanza”, e quella di Menichini il bellino, ”giovane cattolico, apparenza dolce e innocente, sornione e sottile, mai stato di estrema sinistra, neanche in quegli anni, tendenti allo scetticismo e al realismo”. E in tutto questo, sullo sfondo, sempre loro: i grandi del giornale, i vecchi secondo alcuni, Parlato e Castellina, ma soprattutto Pintor e Rossanda. I due punti di riferimento, i due modelli inarrivabili, l’alfa e l’omega del piccolo mondo di via Tomacelli. Racconta chi è andata via verso maggior successi: ”La mattina entravi al giornale e ti tremavano le ginocchia. Se Pintor diceva qualcosa di negativo sul mio pezzo era un trauma, stavo in depressione per dieci giorni. Se Rossana mi guardava ero felice per dieci ore, se mi faceva una critica ero morta. Il loro consenso alla tua vita era tutto”. Scuote la testa Armeni: ”Erano terribilmente autorevoli, non autoritari. Il rapporto era basato sull’esempio, l’ammirazione, l’autorevolezza enorme”. Moltedo: ”Pintor e Rossanda non davano confidenza, Castellina e Parlato erano molto diversi”. Sospira Gagliardi: ”Nessuno dei due, né Rossana né Luigi, era particolarmente vocato alla didattica. Loro si proponevano come modello pratico, proponevano se stessi, e noi assumevamo l’uno o l’altra come modello, Grande Madre o Grande Padre, pintoriani o rossandiniani, o gente come me, rossandian-pintoriana”. Dice Menichini: ”Con gli anni ho imparato a smitizzarli. Rivedo ancora quelle riunioni in piedi nel corridoio, e giù in fondo la stanzetta della Rossanda, un’aria di mistero e di dramma intorno”. Di Rossanda ha letto il suo libro, ”La ragazza del secolo scorso”, e dice secco: ”In tutti i momenti in cui i comunisti hanno fatto grosse cazzate o lei non c’era o non aveva capito o non ricorda bene le date. Riconosce la cazzata ma sempre con qualche motivo di distanza”. Di Pintor: ”Da quando sono cresciuto, l’unica volta che ho pianto disperato è stato ai suoi funerali. Veramente, la nostra giovinezza che andava via”. E di entrambi: ”La cosa che mai mi ha convinto è che hanno legato quell’esperienza giornalistica alla propria vita biologica e politica. Non hanno mai accettato che le cose prendessero una strada diversa”. Ammette anche Lucia Annunziata: ”Non ho un ricordo felicissimo”. E certe cose lasciano il segno, imperdonabili su un fronte come sull’altro. Barenghi ricorda quella volta che scrisse che tra l’Iraq liberato dai tagliatori di teste e quello liberato dagli americani, lui preferiva il secondo, e molti lettori si rivoltarono, e molti in redazione si risentirono. ”La Rossanda fu particolarmente antipatica, con un pezzo di critica senza citarmi, come nella migliore tradizione comunista”. Due miti, due modelli diversi. ”Il giornale è tale se vai al mercato e vedi che ci incartano il pesce, ci diceva Pintor”, ricorda Moltedo. Armeni, giovane redattrice, si presentò in lacrime davanti a lui, dopo che un compagno della commissione operaia del Pdup l’aveva duramente attaccata per aver sforbiciato un articolo prima di pubblicarlo. ”Hai tagliato la parte fondamentale!”, le urlò al telefono. Lei riferì a Pintor, lui la fissò da sopra gli occhiali: ”E tu gli dovevi dire: e allora perché hai scritto tutto il resto?”. A Barenghi, Pintor regalò l’originale di una lettera scritta nei primi anni Settanta a Rossanda, ”un giornale essendo come la rosa di Gertrude Stein, cioè un giornale un giornale un giornale, può essere fatto solo seguendo alcune regole consacrate”, e Barenghi radunò tutti i giovani redattori nella sua stanza e ne diede pubblica lettura. Pintor morì e Rossanda scrisse un bellissimo ricordo su quel ”comunista irreconciliato”, e riconobbe: ”Dava ogni tanto un colpo di timone e scriveva. E il suo editoriale arrivava sempre a segno. Lui che si è dato molte colpe nei confronti dei suoi figli, per i ragazzi del manifesto è stato un padre buono”. L’ammirazione può aver lasciato il posto al disincanto, magari persino al rancore, ma anche dalla testa di chi è andato via – Riccardo che è Jena, Stefano che è Robin, Lucia che è Lucy – non esce Rossanda e non esce Pintor. Armeni fu tra le fondatrici del manifesto. Andò a rimediare le scrivanie usate alla Croce rossa, e a fare il contratto con l’Enel, perché all’inizio non c’era neanche la luce. ”Le prime riunioni al buio, con le candele. Rivedo Rossana con i capelli bianchi, una mantella nera, bellissima, che tiene in mano la sua candela. Poi, quando era incazzata, arrivava con il rossetto. Ma non incazzata con noi, ma per come andavano le cose nel mondo…”. Ogni tanto, qualcuno di loro ritrova delle lettere. Ci si scriveva molto, al manifesto. Vicini di scrivania, si comunicava con lunghe e articolate missive. ”Ho recuperato proprio l’altro giorno una cartellina azzurra. Sopra c’era scritto: ”Manifesto e viscere’ (e due, ndr.). Lettere di noi tutti a tutti gli altri, da Pintor e Rossana, di Paissan e di Notarianni. Lettere dove ancora oggi è difficilissimo distinguere la politica dal rapporto personale, l’amicizia dalle viscere. Onestamente, molto bello…”. E Gagliardi: ”Ci scrivevamo molto, in questo senso eravamo una comunità molto adolescenziale, autocoscienza continua: i libri, la letteratura, la vita… Rossana una volta ne scrisse una bellissima a me e a Ritanna, su ”Linea d’ombra’ di Conrad, indicandocelo come testo paradigmatico dei problemi che avevamo di fronte a quel tempo: il rischio della bonaccia nella nostra vita”. E ora quel tempo, quel giornale, quel mondo, come lo vedono quelli che erano ragazzi lì e adesso sono altrove, magari pure per ragioni economiche? Domanda Moltedo: ”Come fai a stare con uno stipendio miserrimo e capriccioso? O hai una mamma ricca o sei di famiglia benestante o non ce la fai. Il manifesto è come un lusso. Hai lo stipendio, beato te, mi ha detto un amico che lavora lì. No, ho risposto, beato te: sei tu che hai i soldi, io lo stipendio di Europa”. E il giornale di oggi? ”E’ senza data. Nella normalità è pavloviano”. Menichini una volta disse che non sta scritto nelle tavole della legge che il manifesto deve esistere per sempre. ”Di questo luogo comune ha goduto molto e ha approfittato. Secondo me non è più vero. Puoi scommettere il giorno prima su cosa leggerai il giorno dopo”. ”Una passione – sospira Armeni – non può durare tutta una vita. Al manifesto oggi si sono assegnati un ruolo di difensori del passato, di critici del presente e non hanno nessuna proposta per il futuro, Mi pare un po’ triste, anche quando è bello”. E Rina Gagliardi: ”Confesso un senso di distanza. Non lo trovo brillante, oggi. A volte mi fa incazzare, ma il più delle volte è solo distanza… Non indifferenza, distanza. Come dopo un’appassionata e lunga storia d’amore, direbbe Gino Paoli, consumata anche per colpa mia: hai nostalgia, ma hai anche disincanto. Metà delle firme neanche le conosco, non so chi sono”. Anche Barenghi ha qualche distanza, adesso: ”Pintor è morto, Rossana è lontana… Guardo il manifesto come un altro giornale, e anche come un giornale nel quale vorrei ritrovare delle cose – uno spirito, una vivacità, una provocazione – che non ci trovo più”. Ride Moltedo: ”Da quanto tempo esistono? Da quanto tempo sono uguali a se stessi? Forse hanno ragione loro…”. Stefano Di Michele