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 2007  gennaio 28 Domenica calendario

Renato Curi (1953-1977). Dalla collina di San Silvestro, alle porte di Pescara, si vedono in lontananza le creste bianche delle onde d’Adriatico

Renato Curi (1953-1977). Dalla collina di San Silvestro, alle porte di Pescara, si vedono in lontananza le creste bianche delle onde d’Adriatico. Il cimitero è ombreggiato da cipressi e pini marittimi. Renato Curi sta giù, nella parte bassa, in una nuova cappella di famiglia voluta dalla moglie Clelia, che ne coltiva la memoria in modo discreto e defilato. La costruzione è bianca, lineare, senza orpelli. All’interno, sul lato sinistro, il sepolcro di Renato è inconfondibile. Tra due sciarpe biancorosse, portate qui dai tifosi, la sua foto ovale: divisa del Perugia, capelli arruffati e baffi lunghi come usava a fine anni Settanta, sullo sfondo il grande pubblico di quella stagione gloriosa. Il miracolo di una piccola squadra diventata grandissima. E lui, il giovane martire. Tutto in un attimo, a fine ottobre, durante l’attesissimo Perugia- Juve. Cinque minuti dopo l’inizio della ripresa, il cuore cede: Renato si lascia andare, Renato non si riprende più. Fino a quel momento, lo stadio si chiama Pian di Massiano. Dopo un giorno così, si chiamerà per sempre Renato Curi. Nel 2007 ricorrono trent’ anni. Chi lo dimentica, quel ’77 dello sport italiano: è lo stesso di Vendemini. Avvenuta in uno stadio del calcio, la morte di Curi è però considerata la più morte di tutte. Non è giusto, ma è così. Cioè: giusto e bello per lui, ingiusto per tutti gli altri caduti sui campi di gara. Ma questa è la realtà: parlando di disgrazie in divisa da gioco, Curi è la parola paradigma. Non a caso, è anche il campione più ricordato. Salgono spesso, qui, i tifosi del Perugia. E anche quelli del Pescara passano, perché Renato, ascolano di Montefiore, qui aveva messo le radici sposando la sua Clelia. Oltre allo stadio di Perugia, dove tutti gli anni, immancabilmente, nell’anniversario della morte viene celebrata una messa, gli hanno intitolato tornei giovanili e persino una società dilettantisca della zona. Alle volte, le coincidenze: dopo averlo salutato con un segno di croce, scendendo verso la statale, all’angolo trovo un ragazzino seduto sul muretto. in tuta. Come tanti ragazzi d’Italia, aspetta che lo vengano a prendere per l’allenamento. Tra i piedi, una borsa blu. C’è scritto: Renato Curi Angolana. la sua squadra. Gli chiedo: lo sai chi era Renato Curi? "Certo -mi risponde -: era un grande. Però gli è ceduto il cuore. Per questo adesso facciamo le visite...". In poche parole di ragazzo, tutto il senso di una storia assurda e cupa, forse servita a qualcosa.