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 2007  gennaio 28 Domenica calendario

Angelo Jacopucci (1948-1978). Dopo quella volta a Bellaria, dopo quel pugno fatale del picchiatore inglese Alan Minter, la boxe riduce le riprese da quindici a dodici, rende obbligatoria la Tac alla testa, concede match soltanto a località che non distino più di un’ora da un centro neurologico

Angelo Jacopucci (1948-1978). Dopo quella volta a Bellaria, dopo quel pugno fatale del picchiatore inglese Alan Minter, la boxe riduce le riprese da quindici a dodici, rende obbligatoria la Tac alla testa, concede match soltanto a località che non distino più di un’ora da un centro neurologico. Tutto questo grazie al sacrificio di Angelo Jacopucci, chiamato dai giornali dell’epoca "Clay dei poveri", semplicemente "L’etrusco" dai suoi tifosi di Tarquinia. Non un asso del ring, ma un signor pugile. Nella serata di Bellaria, un incontro durissimo. Titolo europeo dei medi che svanisce, l’ultimo pugno che lo manda ko. Al momento sembra solo una delle tante batoste dello sport più crudele. Ma dopo, a cena, Angelo si sente male. Non ci sono possibilità di salvarlo. L’avrebbe salvato il lancio dell’asciugamano? L’avrebbe salvato un arbitro più tempestivo? L’avrebbe salvato un medico più cosciente? La signora Giovanna ha smesso di chiederselo. Nei primi tempi, lei che amava il pugilato, il pugilato l’ha odiato. Poi, dice, è riuscita ad accettare la versione fatalistica della fatalità. Adesso parla del suo Angelo con una dolcezza immutata. "Eravamotanto innamorati. Eravamo sposati da quattro anni, c’era già Andrea, il figlio che Angelo tanto desiderava. La nostra è una storia bella, che parte da lontano: io ero amica di sua sorella, praticamente mi ha corteggiato da quando avevo 14 anni.ATarquinia il pugilato è pane quotidiano, anche mio padre tirava pugni, mi piaceva sapere che Angelo sarebbe diventato un campione...". Erano troppo felici, dice Giovanna, perché una cosa così bella potesse durare. Negli anni a seguire lei ha provato a rifarsi una vita con un altro uomo, dal quale ha avuto due figli.Ma non ha funzionato. Adesso continua a fare la vigilessa, "grazie alla sensibilità del Comune, che dopo la disgrazia non mi ha lasciata sola". Ma la malinconia non si è mai sopita. "Anche se sono passati tanti anni, mi accorgo di rimpiangerlo come fosse successo ieri. Lo rivedo in nostro figlio, sono uguali. Mi fa rabbia soprattutto pensare che la vita l’ha privato della cose alle quali teneva di più: la famiglia, veder crescere Andrea, un domani insieme...". Di questa storia resta una tomba piena di fiori proprio sul cocuzzolo più alto di Tarquinia, vista mare, questo mare bellissimo che si perde all’infinito proprio là davanti. Al centro della tomba, una foto di Angelo che rende giustizia: il viso allegro, la mascella volitiva, lo sguardo aperto e il ciuffo da belloccio. Proprio com’era allora, quando tirava pugni per passione, davanti alla sua Giovanna. Quando i match dovevano andare avanti fino alla quindicesima ripresa, risparmiando sugli asciugamani, perché il massacro fosse più divertente.