Il Giornale 28/01/2007, pag.28 Cristiano Gatti, 28 gennaio 2007
Miran Schrott (1972-1992). Il giovane gigante dell’ hockey riposa in un luogo bellissimo. Sta nel cimitero di Ortisei, sopra il paese, come in un grande giardino di quiete, con le croci di ferro battuto, il prato rasato che copre i tumuli, tanti fiori ben curati
Miran Schrott (1972-1992). Il giovane gigante dell’ hockey riposa in un luogo bellissimo. Sta nel cimitero di Ortisei, sopra il paese, come in un grande giardino di quiete, con le croci di ferro battuto, il prato rasato che copre i tumuli, tanti fiori ben curati. Miran dorme tranquillo tra i nonni, a ridosso della parete in pietra. Due piante di rose rosa guarniscono in modo semplice e struggente la sua croce, impostagli dal destino troppo presto e troppo crudelmente. Una partita fuori casa in Valle d’Aosta, Courmayeur- Gardena: lui, già leone del ghiaccio azzurro, difensore tenace e insuperabile, si trova ad affrontare il capitano dei locali, Jimmy Boni, guarda caso anche lui altoatesino, di Bolzano. Immagini che l’Italia ha visto e rivisto, sempre con la stessa sensazione di angoscia e di pietà: l’hockey è anche sport di contatti proibiti, Miran viene colpito da Boni con una mazzata al petto. Il resto non è nemmeno il caso di ripeterlo: l’inutile corsa verso l’ospedale di Chamonix, le polemiche feroci, il lungo processo, la condanna di Boni per omicidio colposo... Quel che resta, a distanza di quindici anni, è solo rabbia. Nessuno chiuderà mai la ferita. Lo avverto subito parlando con Seppi e Sabina, papà e mamma di Miran. Lei è di origine slovena, manon è per questo che fatica ad esprimersi: il dolore, ancora oggi, le toglie la forza. Il papà, anch’egli vecchia gloria dell’hockey gardenese, è invece l’opposto: ha bisogno di buttare fuori. Ricorda come non avrebbe mai voluto che Miran giocasse a hockey: "Gli ho insegnato a pattinare, speravo si accontentasse. Ma lui, a nove anni, un giorno torna a casa e mi dice: papà, mi sono iscritto al Gardena, voglio giocare". Fortissimo, Miran. In pochi anni, il migliore nelle varie categorie. Lo vogliono anche i canadesi, maestri del settore. Tutti attorno a complimentarsi, in Federazione e in Val Gardena. Poi quella mazzata di Boni. "E adesso - si chiedono i genitori - dove sono finiti tutti? Per dieci giorni, dopo la morte, si sono fatti vivi. Poi, tutti spariti. Forse ha dato fastidio che noi ci battessimo per ottenere giustizia. Ma noi abbiamo perso un figlio, non possiamo ritrovarci a dover chiedere scusa". La mamma parla a mezza voce: "Ormai, soltanto due compagni di Miran ci chiamano. E un signore di Napoli, che era alla partita. Tutto qui". Il papà non usa mezze parole: "Qui a Ortisei c’era un sindaco, Konrad Piazza, che per anni ha promesso di organizzare qualcosa per ricordare Miran. Ancora stiamo aspettando. Ma il peggio è successo in quest’ultimo periodo...". Mi mostra due dépliant, presentano un torneo intitolato al suo ragazzo: "Alcuni amici del nuovo Gardena si erano dati da fare. Ma quando ho visto che scrivendo la storia del club hanno dipinto il crollo del palazzetto come la disgrazia peggiore, ho detto basta. Lascino in pace Miran. Così alle ultime Olimpiadi di Torino: per l’inaugurazione dello stadio, la federazione ha organizzato l’amichevole Italia-Austria. Proprio bravi. Sa chi allena l’Austria? Quello là...". Dice quello là, ancora oggi, quindici anni dopo. Quello là è Jimmy Boni. "Lo pronunci lei, quel nome. Io non ce la faccio...". In questa sconfinata prateria di insanabili risentimenti, c’è posto solo per un fiore. I genitori di Miran lo vedono sbocciare tutte le settimane, quando salgono alla tomba di Miran. La mamma racconta con gli occhi lucidi, trovando un angolo di consolazione: "Ogni volta ci sono fiori nuovi. Sempre. Sappiamo chi li porta. Barbara, la ragazza di Miran. Adesso è sposata, ha tre figli. Giustamente si è costruita una vita. Ma sono sicura che lei, almeno lei, Miran non lo scorderà mai".