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 2007  gennaio 28 Domenica calendario

Luciano Vendemini (1952-1977) Nel piccolo cimitero di Sant’Aquilina, sulle colline tra Rimini e San Marino, riposano assieme due giovani Vendemini, entrambi morti all’impossibile età di 24 anni

Luciano Vendemini (1952-1977) Nel piccolo cimitero di Sant’Aquilina, sulle colline tra Rimini e San Marino, riposano assieme due giovani Vendemini, entrambi morti all’impossibile età di 24 anni. Sono fratelli, uniti dall’imperscrutabile filo del destino in questa tremenda coincidenza. Uno è Luciano, il gigante del basket italiano, pivot della nazionale e uomo di riconosciuta umiltà. Febbraio ’77: pochi minuti prima di una partita proprio qui vicino a casa, nel palasport di Forlì, dov’è venuto con la maglia della Chinamartini Torino, i compagni lo vedono accasciarsi e irrigidirsi su una poltroncina a bordocampo. Il cuore, questo grande cuore di campione che fa da motore a un fisico di 2,14 metri per 107 chili, questo stesso cuore che soltanto pochi mesi prima uno specialista non ha trovato in gran forma, improvvisamente cessa di lavorare. Crolla in un attimo irrimediabile il castello di una vita non facilissima, con quelle misure smisurate che da ragazzino creavano solo problemi, ma che poi finalmente avevano trovato la giusta destinazione sui campi del grande basket. Crollano anche i sogni di un amore appena costruito con Laura, la ragazza conosciuta quando giocava a Rieti: sono sposati da soli sei mesi, per loro nemmeno il tempo di cominciare. Non è certo sola a piangere, in quei giorni, la giovane vedova. Qui sulle colline di Rimini la famiglia precipita nella disperazione, senza però sapere che questa morte da prima pagina è solo l’inizio di un crudele calvario domestico. L’altro Vendemini che dalla lapide guarda lontano è Piero, il fratello più giovane: guardia giurata, morirà qualche anno dopo nel rogo di un incidente stradale, assieme a una collega, durante il servizio. A 24 anni, come il fratellone. Per la mamma, già vedova dal ’66, un’altra prova insopportabile. Parlando di figli: prima di Piero e prima ancora di Luciano, ha già pianto un altro Luciano, morto a poche settimane dal parto. Segnata da un’esistenza troppo pesante, nel 2000 anche lei cede. Soltanto adesso possono godere tutti insieme un poco di pace. A sopportare il vuoto è rimasto solo Tiziano, l’unico Vendemini sopravvisuto all’interminabile cammino di lutto. Sessant’anni, ferroviere in pensione, vive con la moglie nella casa di famiglia. Ha due figli ormai grandi: quand’erano ragazzini, ha impedito loro di scegliere la strada dello sport professionistico. Troppa esaperazione, troppi rischi. La storia di Luciano, del fratello campione, l’ha segnato. Tanto che non ne vuole più parlare. Soltanto sua moglie, la signora Flora, riesce a fare da tramite: "Erano in sei, è rimasto lui. Spesso mi guarda e mi dice: beata te, che hai ancora le sorelle. Ogni tanto andiamo al cimitero e portiamo dei fiori. La moglie sta a Rieti, si è rifatta una nuova vita. Non sono in molti a ricordarsi di Luciano, qui a Rimini. Si ricordano di più altrove, dove ha giocato: Cant ù l’ha collocato tra le stelle del basket, su gigantografia, nella piazza dedicata alla storia della società. Luciano se lo merita. Per com’era, uomo e atleta. Meriterebbe soprattutto da Rimini. In casa coltiviamo un sogno, ci piacerebbe che il consiglio comunale lo recepisse: dedicargli una via della città...". A febbraio saranno trent’anni: sì, forse è ora che la memoria di Luciano Vendemini, il gigante dal cuore fragile, non sia coltivata soltanto qui, in un piccolo cimitero di collina, ma anche laggiù, nella capitale balneare, magari lungo un viale verso i campi sportivi, dove qualche ragazzo d’oggi possa un giorno fermarsi e chiedere di lui.