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 2007  gennaio 28 Domenica calendario

Vito: "La vita mi ha preso a pugni". Gazzetta dello Sport 28 gennaio 2007. Vito Antuofermo va in giro con la bottiglietta di sambuca in tasca: il suo modo, trentanove anni dopo essere emigrato da Palo del Colle, provincia di Bari, di rimanere italiano

Vito: "La vita mi ha preso a pugni". Gazzetta dello Sport 28 gennaio 2007. Vito Antuofermo va in giro con la bottiglietta di sambuca in tasca: il suo modo, trentanove anni dopo essere emigrato da Palo del Colle, provincia di Bari, di rimanere italiano. Di fronte allo Starbucks della Quinta Strada di Manhattan, fastfood di espressi e cappuccini, arriccia le sue spesse sopracciglia, ricucite con centinaia di punti, souvenir delle sue cinquantanove battaglie sul ring, e dice, nel suo italiano colorito che mescola con qualche parola d’inglese: "Qui il caffè non lo sanno proprio fare, così me lo faccio corretto". Messi in naftalina da tempo i guantoni, la sua prossima battaglia, alla soglia dei 55 anni, è domani: avversario, un giudice che dovrà decidere se l’ex campione del mondo dei medi è pronto per tornare al suo impiego o se potrà usufruire di un’altra assenza per malattia. Dice: "Lavoro al porto da una decina d’anni: aiuto a caricare container, ma quando torno m’insegneranno a guidare la gru. Ad agosto stavo dentro a un camion a riposare, quando un rimorchio mi ha tamponato: adesso ho quattro dischi erniati". E una tac alla testa che dice: "Abnormal: l’avevo fatta dieci anni fa perché mi era venuta voglia di tornare a combattere. No, non ho fatto altri accertamenti. Però sto bene, certo ogni tanto mi dimentico qualcosa: tipo dove ho parcheggiato la macchina, ma c’è mia moglie che mi dà le dritte", ride. Dice che i pugni che gli hanno fatto più male sono quelli di Eugene Hart, Filadelfia, marzo 1977. MITRAGLIATA Racconta: "E’ stata l’unica volta che sono salito sul ring con la paura: lui aveva sempre vinto per k.o. La sera prima avevo visto in hotel il film "L’esorcista": nei primi quattro round la mia testa, sotto i suoi cazzotti, ruotava come quella di Linda Blair. Poi lui si stancò e io lomisi giù al 5?".EMinter e Hagler? "Con l’inglese feci il match quattro mesi dopo il pari con Hagler, forse troppo presto. L’arbitro, come fanno spesso quelli italiani, chiamava continuamente il "break". Così ogni volta dovevo rifarmi sotto e prendevo una mitragliata di colpi. Per questo non riuscii a vincere. Avessi combattuto con Hagler con un arbitro italiano avrei perso di sicuro". L’altra volta che ha avuto paura è stato nel 1994, nella metropolitana a Brooklyn: "Per andare a lavorare dovevo cambiare la "subway" a Bedford Stuyvesant, un quartieraccio, così decido di portare con me una pistola che metto alla caviglia. Mi vengono incontro un tipo di colore alto due metri e una donna, trasandati. Confesso: mi sono spaventato. Così faccio per mettere mano al revolver e questi mi arrestano: avevo scambiato due poliziotti per due barboni". Prende sei anni con la condizionale, lascia scadere la "carta verde" e il passaporto italiano, perché Vito non è mai diventato cittadino americano. Era stato invitato da Salvatore Cherchi giovedì scorso per assistere al match di Piccirillo ma ha dovuto declinare: "Sarei potuto uscire dagli Usa ma non mi avrebbero fatto rientrare. Nel 1999erostatoa Roma agirare"La bomba" con Vittorio e Alessandro Gassman, all’aeroporto Kennedy sono rimasto mezza giornata nei loro uffici, come Tom Hanks nel film "The Terminal": meno male che poi un poliziotto mi ha riconosciuto". DESTINO A un altro poliziotto deve la sua carriera: "Avevo 16 anni, ero appena arrivato a Brooklyn dall’Italia, mi prendevano in giro perché non parlavo inglese: stesi un ragazzo con un destro. Un poliziotto mi portò al commissariato e mi disse: "Ragazzo se hai voglia di menare le mani, qui abbiamo una palestra"". Era nato il nuovo "Toro Scatenato", perché la sua boxe era come quella diJake La Motta:"Non sapevo fare altro che andare avanti, ma questo tipo di pugilato non mi è mai piaciuto. E neppure La Motta mi è simpatico. Mio figlio Pasquale, che sul ring non era male, imitava troppo il mio stile, così gli dissi: "Se vuoi fare il pugile devi assomigliare a Robinson non a me. Prendi troppi colpi, finisci male". E l’ho convinto a smettere". LAVORI Elenca con soddisfazione tutti i mestieri che ha fatto da quando suo padre Gaetano, contadino, se lo venne a riprendere in seconda media a Palo: "Ero bocciato due volte, papà pensava che perdessi tempo. Andai nei campi con lui. Poi emigrammo in America e ho fatto di tutto: pulito uffici, installato recinti, il netturbino - mamma che puzza! - , il fattorino. Dopo il ring feci pubbliche relazioni per la birra Raffo, ma non andò bene. Poi lavorai con la Coca-Cola. Quindi aprii la pizzeria "Champ" in un brutto quartiere del Queens, ma non c’ero tagliato per fare le pizze. Ho fatto la guardia di sicurezza per Donald Trump. E poi l’attore". Sette film, fra cui la memorabile comparsa nel "Il Padrino-Parte III", pubblicità in tv, una commedia off-Broadway, tutti lavori molto remunerativi. Vito Antuofermo ha guadagnato anche bene: "Per il mondiale con Corro presi 50 mila dollari, per quelli con Hagler 150 mila". Negli anni Settanta eran soldi. Ha fatto frequentare l’università ai suoi quattro figli e si mantiene in forma alla Gleason Gym, la storica palestra di Brooklyn. Ma adesso non vede l’ora di andare in pensione: "La mia vita è stata qui, ma fra una decina d’anni compro casa a Bari e mi ci trasferisco". Per ora combatte la nostalgia anche con la sambuca nel caffé: roba da italiani di una volta: "Forget about it, qui l’espresso non lo sanno proprio fare". Massimo Lopes Pegna