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 2007  gennaio 29 Lunedì calendario

[FIRMA]LUIGI GRASSIA

TORINO
Questo è il Paese del sole ma senza pannelli solari. Per fortuna è pure il Paese del milione e mezzo di donne imprenditrici (sì, sono così tante) e fra queste ci sono un paio di amiche, Emma Marcegaglia e Marina Salamon, che qualche tempo fa sono venute a sapere di una tecnologia sviluppata presso l’università di Parma per una nuova generazione di impianti fotovoltaici; detto fatto, le due signore hanno deciso di creare un’azienda per produrli, associando gli inventori. Lo stabilimento sta per sorgere in una località lombarda.
Per Emma Marcegaglia l’energia è «core business», essendo il suo gruppo attivo non solo nella metallurgia e nell’elettromeccanica ma anche nella generazione da fonti rinnovabili con la società EuroEnergy; in Confindustria la Marcegaglia è vicepresidente con delega per l’energia e l’ambiente. Marina Salamon invece è nuova del settore però è già da parecchi anni che le sue attività non sono più confinate al tessile e all’abbigliamento; è azionista e consigliere di Banca Ifis, controlla la Doxa (quella dei sondaggi) e sta acquisendo diverse società nel terziario avanzato. L’annessione più recente è il 100% della Methods, un’impresa milanese di consulenza, formazione aziendale e strategie di comunicazione (lavora anche per Fiat Auto).
La nuova impresa della Marcegaglia e della Salamon si chiama Arendi e produrrà ogni anno pannelli solari in grado di generare 15 MegaWatt di elettricità; la società è controllata al 41% da EuroEnergy (gruppo Marcegaglia), al 15% da Alchimia (la holding di Marina Salamon), al 14% da Ifis Banca, al 25% da Sse (costituita dai professori che hanno brevettato alcune innovazioni sui film sottili per il fotovoltaico) e al 5% dallo studio di ingegneria Galli. Dunque nella compagine c’è un mix completo di imprenditoria (femminile), finanza, scienza e tecnica.
La materia prima per i pannelli della Aredi ha un nome che a sentirlo fa spavento, tellururo di cadmio, eppure l’amministratore delegato Roberto Garavaglia spiega che «il tellururo si trova sul mercato più facilmente del silicio», perché è vero che il silicio è roba comune (c’è anche nella sabbia) ma «gli impianti di raffinazione nel mondo non riescono a tener dietro alla domanda dei chip, fatti appunto col silicio, di cui ha fame l’industria elettronica». L’uso per il fotovoltaico rischia di passare in seconda fila e allora bisogna trovare alternative. Detto e fatto.
Il mercato potenziale è notevole. Di pannelli fotovoltaici da installare per uso domestico o per grandi impianti di generazione elettrica pullulano diversi Paesi mediterranei come la Grecia e la Spagna, ma persino la Germania ne è piena, pur essendo la sua latitudine sfavorevole rispetto alla nostra. Se finora da noi il business non si è molto sviluppato è perché non c’erano incentivi adeguati ma da un po’ di tempo è stato introdotto il «conto energia» che permette ai privati di immettere nelle reti elettriche l’eventuale sovrappiù di energia da loro prodotta rispetto ai consumi domestici, ottenendo un equivalente sconto sulla bolletta. Perciò la domanda di pannelli solari ora crescendo anche in Italia.

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