Pier Angelo Sapegno, La Stampa 29/1/2007, 29 gennaio 2007
PIERANGELO SAPEGNO
La storia di Elizabeth Kay Galeana, 25 anni, ricca studentessa della Florida, è finita nel mare al largo dell’isola di Ponza, il 29 luglio del 2006. Elizabeth era a bordo della «Voyager of the sea», nave di crociera che solcava il Mediterraneo. Dopo qualche giorno di ricerca, una barca a vela aveva ritrovato il suo corpo a Palmarola. Il volto l’avevano divorato i pesci. Ma il lungo vestito nero che indossava era lo stesso che portava l’ultima volta che l’avevano vista a bordo del transatlantico. I suoi genitori, i maggiori rivenditori d’auto della Florida, non avevano voluto neanche interrompere la vacanza: «tanto c’è qualcuno che la sta cercando», avevano detto al comandante. E poi non erano nemmeno tornati in Italia per riconoscere il cadavere. Ma davvero i morti del mare sono sempre così soli? La sua anima l’adottò la gente di Gaeta, disse il sindaco. La sua fine restò così. Senza cuore e senza luce.
Manca una passeggera
Il fatto è che quello di Elizabeth non è l’ultimo caso strano capitato durante una crociera. Le altre volte, è ancora tutto più difficile, perché non c’è il corpo e non lo si ritrova quasi mai, e non c’è pure l’arma del delitto che si butta via facilmente, e soprattutto, in mezzo al mare, non c’è la polizia. «Le crociere possono essere il miglior modo per commettere un crimine perfetto», ha detto Christopher Shays, il capo della Sottocommissione al congresso americano. Il 2 gennaio di quest’anno, quando il Qez attraccò a Southampton, la passeggera tedesca di 62 anni che mancava all’appello, si aggiungeva a un lungo elenco di 30 nomi scomparsi, ma ritenuti morti, negli ultimi 4 anni fra gli spazi infiniti del mare, più 12 dispersi dal marzo del 2006 a oggi. E questi numeri non comprendono i suicidi o tutti quelli che, per una ragione o per l’altra (dall’ubriachezza alla bravata), si sono buttati deliberatamente. Ma secondo gli organizzatori delle crociere queste cifre sono comunque basse.
Come scrisse il quotidiano inglese «Guardian», del caso misterioso di Southampton decise di occuparsi persino Son Michael, figlio di due genitori scomparsi durante un’altra crociera nel maggio del 2005. Con l’«International Cruise Victims» da lui fondata, offrì il suo aiuto ai familiari della donna sparita dal Qez che avevano appena lanciato appelli disperati sul proprio sito web. La polizia di Hampshire non aveva trovato ancora niente dopo un mese di lavoro: «Il fatto è che è difficilissimo per dei detective scoprire la soluzione di un caso senza un corpo. E le probabilità di recuperarlo sono minime», avevano spiegato gli investigatori.
Son Michael la conosceva bene questa storia. Suo papà Hue Pham e sua mamma Hue Tran erano scomparsi così, senza una spiegazione. Negli ultimi giorni della guerra in Vietnam erano riusciti a sopravvivere miracolosamente, fuggendo verso l’America su una stipatissima nave portacontainers, senza cibo e con poca acqua. I due si costruirono una nuova vita negli States e 30 anni dopo decisero di fare una crociera ai Caraibi sul Carnival Destiny. E questo fu il viaggio della loro morte. Pochissime notizie: la nave era salpata tra le Barbados e Aruba il 12 maggio 2005 e da allora non si seppe più niente dei due vietnamiti. Non fu trovata nessuna traccia dei loro corpi. Suicidio? E perché? Molti di questi casi, in mancanza di altre risposte, vengono catalogati come suicidi. Ma Son Michael Pham affermò che i suoi genitori non avevano alcuna ragione per suicidarsi e stavano programmando un viaggio in Vietnam per ritrovare i loro parenti: «erano due cittadini americani senza problemi personali o finanziari, che vivevano il periodo più felice della loro vita», disse alla Commissione d’inchiesta.
Che siano delitti preparati è difficile dirlo. Certo sono grandi misteri, come quello di M., una donna di 40 anni, sparita a bordo della Celebrity Cruise Line’s Mercury. Carver, suo padre, un dirigente della compagnia Ceo, spese decine di migliaia di dollari per pagare investigatori privati che indagassero su questo caso. Fu il secondo giorno della crociera in Alaska, nell’agosto del 2004, che un assistente alle cabine scoprì che nessuno aveva dormito nella stanza della donna. Ma il suo capo gli disse che non voleva affrontare la situazione. Quando la nave attraccò a Vancouver, gli effetti personali di M. vennero impacchettati e nessuno avvertì la polizia. Suicidio anche stavolta? Il padre giura di no. Per gli investigatori, oggi il caso è ancora aperto.
Come quelli di George Smith e Dianne Brimble, due vicende che hanno riempito giornali e tv in America e in Australia. George Smith, bell’uomo, atletico, 26 anni, del Connecticut, si era sposato da 10 giorni con Jennifer Hagel Smith a Rhode Island. Viaggio di nozze in Europa e da Barcellona erano salpati sul Brillance Of The Seas. Il settimo giorno di crociera, il 5 luglio 2005, Smith fu dato per disperso. La sera prima, George era stato al bar e al Casinò. Aveva bevuto. Probabilmente, aveva litigato con la moglie. Alle 3 e 30 di notte, lui, ubriaco, fu aiutato a tornare in cabina. La moglie non c’era. La mattina dopo, un passeggero notò una grande macchia di sangue sul soffitto sotto la cabina di Smith e chiamò la sicurezza. Jennifer era nel salone di bellezza che stava facendo un massaggio: «Non so niente», disse. La sera, la macchia di sangue fu lavata e la nave continuò la rotta. Bree Smith, la sorella di George, parlò di un «piano torbido». La vedova fu filosofica: «Come hanno detto i maestri di spiritualità, attraverso grandi sofferenze si giunge a una grande consapevolezza». Secondo il «Guardian», Jennifer avrebbe ricevuto un milione di dollari per accomodare la vicenda.
Caso irrisolto alla fine, come quello di Dianne Brimble, 42 anni, di Brisbane, che aveva messo i suoi risparmi per fare una crociera con sua sorella e le sue figlie. Alla fine della prima notte di vacanza, essa giaceva nuda, drogata e morente sul pavimento di una cabina. Un referto tossicologico dimostrò che lei era morta per un cocktail di sostanze stupefacenti. La famiglia disse alla tv che Dianne non aveva mai preso neanche un antidolorifico nella sua vita. Tre anni dopo, 8 uomini sono stati identificati come sospetti: le foto rinvenute da una telecamera digitale rivelerebbero che lei avrebbe fatto sesso con un uomo (c’è anche l’immagine di uno di loro che corre nudo per la nave, proprio la notte della morte di Brimble) e svelano una verità sulle crociere molto lontana dall’idea affascinante che ne abbiamo, di danze e cotillons.
Secondo alcune stime ci sono state ben 178 denunce per stupri nelle crociere di tutto il mondo dal 2003 al 2005. Non sappiamo come siano finite quelle accuse. Sappiamo com’è finita la storia di Dianne: come le altre, aspettando ancora la verità in mezzo al mare.
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