Lucia Anunziata, La Stampa 29/1/2007, 29 gennaio 2007
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ROMA
Breve o lungo che sarà, il governo Prodi votato nel 2006 lascerà una traccia non camuffabile. Il che è poi, forse, tutto il successo che si può augurare a un premier. La traccia è quella di una forte identità personale che nessuno avrebbe anticipato per uno dei politici comunemente considerati più «ordinari», cioè meno in possesso di quelle qualità carismatiche cui si attribuisce il successo in politica.
Una identità riassumibile in un’idea interventista, centralizzante, nonché caritatevole del ruolo del premier. Molto diversa e meglio delineata di quella della prima esperienza di governo, fra il 1996 e il 1998.
Partiamo dunque proprio dalle differenze fra il Prodi del 1996 e il Prodi del 2006. A nessuno sfugge che il paragone è necessario, e non solo per parlare di identità. Il 1996 è ancora una delle più forti ipoteche che gravano sul destino della attuale coalizione al governo. / La prima prova che il ri-votato premier ha dovuto superare è stata proprio il dimostrare di poter non far ripetere le condizioni di allora.
A digiuno di gestione
Il Prodi di dieci anni fa - oggi lo vediamo chiaramente - era un signore attrezzatissimo nella gestione delle cose dello Stato, ma digiuno di gestione politica. Aveva una forte opinione di sé, e una grande fiducia nella capacità sua e del suo gruppo di poter intervenire sullo stato del Paese con efficacia e velocità. Ma era abbastanza ingenuo nelle relazioni con il resto della politica, molto bonario nelle maniere, convinto di poter avere da solo un rapporto diretto con il popolo della sinistra che lo aveva votato al di là dei confini dei partiti. Il suo programma era centrato sulla difesa dello Stato sociale (chiaramente sotto attacco da parte della neodestra berlusconiana) e sulla modernizzazione del Paese ottenuta avviando un accorto programma di liberalizzazioni e di modifiche di regolamenti, che avrebbero portato l’Italia dentro le regole europee. In questo senso l’aggancio all’euro era davvero il cuore della sua Italia, non solo il simbolo della novità del governo di centro sinistra. «Diventare Europei» fu il suo slogan. Guardò tanto a questa Europa, si potrebbe dire oggi, che si distrasse dall’Italia: Paese che ama i numeri, la riconta, le alleanze mobili e gli scenari da tavolino. Aver perso un governo per non aver saputo contare non è - neanche questo - casuale. Un premier che sottovaluta le trappole è un premier che sottovaluta qualcosa di più del Parlamento: sottovaluta la politica che un Paese esprime. /
Un profilo diverso
Il ritorno a Palazzo Chigi nel 2006 obbligatoriamente doveva passare per il confronto e la vittoria su questo passato. Il Prodi che si presenta oggi agli italiani ha infatti un profilo molto diverso: sul piano politico (e personale) è evidente un suo indurimento e una sua diffidenza nei confronti del sistema partitico. C’è poca delega, poco abbandono, ma anche poca retorica nei suoi rapporti sia con la base dei suoi votanti sia con gli altri politici. Appare meno bonario nella gestione del Paese e nelle relazioni con il Parlamento - non disdegna infatti di dire quel che pensa, di parlar chiaro, anche a costo di provocare tensioni (come con «ma siamo matti?» o «il Paese è impazzito»). Nel complesso pronuncia più spesso la parola «io» che «noi». Il nuovo Prodi insomma non lascia dubbi sulla sua nuova identità: il bonario, fiducioso e furbo funzionario dello Stato divenuto leader nel 1996 è oggi un leader iperpolitico che presta moltissima attenzione soprattutto agli equilibri della coalizione. /
Un Paese che non c’è
L’annuale rito ha offerto un buon esempio del progetto che persegue il Prodi 2006. / La chiave per capire l’Italia di Prodi è in quel dato che ha fissato per tutti: il 90% degli italiani vive sotto i 40.000 euro all’anno. La cifra è falsa: dentro quel 90% c’è la massa degli evasori fiscali, che come è noto costituiscono il più grande furto di massa alle casse del Paese. / Ma alla fine, la Finanziaria è passata e quella cifra - il 90% - è rimasta a definire l’economia del Paese. / Conseguenza di questa lettura è che il «progetto» 2006 di Prodi è quasi l’opposto di quello 1996: liberalizzatore ed europeista allora, oggi è statalista (in difesa dei beni comuni), nazionale (sempre in difesa del bene comune) e - insieme - populista. / In questo commendevole «progetto» rimane un problema: l’Italia non è esattamente così. / In altre parole, la visione dell’Italia di Palazzo Chigi rischia di lavorare per un Paese che non c’è.
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