Orazio La Rocca, la Repubblica 29/1/2007, 29 gennaio 2007
Sul Baldacchino della basilica vaticana, l´imponente struttura architettonica a 4 colonne tortili realizzata sulla tomba di San Pietro e sotto la quale campeggia il grande altare papale, da sempre considerato una delle più alte espressioni dell´architettura e dell´arte barocca, attribuito finora al solo Gian Lorenzo Bernini, ha messo mano anche Francesco Castelli (cognome che lui stesso in seguito cambiò in Borromini), avendoci lavorato dal 1621 al 1630 come scultore e architetto, tanto da influenzare il progetto finale della struttura
Sul Baldacchino della basilica vaticana, l´imponente struttura architettonica a 4 colonne tortili realizzata sulla tomba di San Pietro e sotto la quale campeggia il grande altare papale, da sempre considerato una delle più alte espressioni dell´architettura e dell´arte barocca, attribuito finora al solo Gian Lorenzo Bernini, ha messo mano anche Francesco Castelli (cognome che lui stesso in seguito cambiò in Borromini), avendoci lavorato dal 1621 al 1630 come scultore e architetto, tanto da influenzare il progetto finale della struttura. Così provano alcuni documenti, finora inediti, dell´Archivio della Fabbrica di San Pietro. Nel suo genere, una autentica sorpresa (ma non la sola) emersa alla mostra «Petros Eni-Pietro è qui», la rassegna sui 500 anni della posa della prima pietra della basilica (resterà aperta fino all´8 marzo) curata dal professor Antonio Paolucci e coordinata da Maria Cristina Carlo-Stella, capo ufficio della Fabbrica di San Pietro. Che Bernini e Borromini avessero collaborato al Baldacchino si è sempre saputo. Il ruolo di Borromini, però, è sempre stato considerato secondario, ridotto quasi ad un semplice esecutore dei disegni in scala maggiore del progetto berniniano e di alcuni interventi scultorei decorativi realizzati con altri artisti, tra i quali Luigi Bernini, fratello di Gian Lorenzo. Dall´archivio della Fabbrica sono stati scovati, però, due documenti che ridanno più peso al lavoro di Borromini. Si tratta di due lettere con note-spese relative ai lavori eseguiti da architetti, scultori, scalpellini e maestranze. In una lettera, del 3-12-1628, Borromini si rivolge «Ai deputati della Fabbrica di S. Pietro» per sollecitare il pagamento dei lavori fatti da lui e da Ambrosio Lucenti «mastro fonditore» per la realizzazione delle decorazioni e degli stemmi di Urbano VIII, il papa che inaugurò il Baldacchino nel 1633. Un intervento, dunque, che dimostra che Borromini copriva anche un ruolo «dirigenziale». L´altra lettera, una nota-spese di due mesi lavorativi, firmata da «Gian Lorenzo Bernini, architetto della Veneranda Fabbrica di San Pietro», che assegna a Borromini 50 scudi per aver fatto «i disegni grandi ed integli di detta opera». Bernini guadagnava, invece, in media 5 volte di più. E fu forse anche questo uno dei motivi per cui i due artisti ben presto litigarono. Lo status iniziale di Borromini è scultore e tagliatore di pietre. Ma nel 1625 viene promosso maestro dalle autorità papali, per i suoi meriti architettonici. Per alcuni critici il disegno berniniano del coronamento del Baldacchino a volute triple - che sostituì l´originaria statua del Cristo Risorto ritenuta troppo pesante - sia stato influenzato proprio da Borromini, come dimostra un disegno del Baldacchino raffigurato in prospettiva sotto la volta michelangiolesca conservato a Vienna e presentato per la prima volta alla mostra «Petros Eni», dove il dualismo Bernini-Borromini è in ideale compagnia di altri maestri del calibro di Michelangelo, Raffaello, Maderna, Della Porta, Bramante. «Nella rassegna sui 500 anni della basilica - spiega la coordinatrice Maria Cristina Carlo-Stella - abbiamo presentato le opere ed i caratteri degli artisti che le hanno create, fornendo non pochi spunti interessanti e finora pressocchè inediti».