Varie, 29 gennaio 2007
GERMANO
GERMANO Elio Roma 25 settembre 1980. Attore. Nel 2010 premiato a Cannes come miglior attore (per La nostra vita di Daniele Luchetti, aex equo con Javier Bardem). Nel 2007 premiato col David di Donatello (Mio fratello è figlio unico, Lichetti) • «[...] in Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti è il ragazzo fascista, un personaggio cattivo e ben scritto. Molto, molto più bravo del fratello Riccardo Scamarcio, caruccio, buono, operaio, militante della sinistra. Germano ha fatto sinora pochi bei film (Quo vadis,baby? di Salvatores, Romanzo criminale di Placido, Respiro di Crialese); qui, diretto assai bene, è realistico e simbolico insieme, violento e poi mite, alunno del fascistissimo Luca Zingaretti, perfetto» (’La Stampa” 20/4/2007) • «[...] Con quella faccia un po’ così, occhi ruffiani che brillano sotto una cascata di ricci, volto un po’ pasoliniano ma che può trasformarsi in quello del pariolino ripulito, sorriso buono e ghigno malefico, pacca sulla spalla e irruenza manesca e generosa [...] non è più attore-rivelazione (lo conosciamo bene tra tv e grande schermo) bensì la rivelazione di come si possa essere interpreti oggi, nel cinema italiano, vestendo mille maschere senza perdere se stessi e la strada dell’attore. [...] ha grinta da vendere fin da quando, a tredici anni, fa il suo esordio sullo schermo con Ci hai rotto papà di Castellano e Pipolo. Considerato a ragione il De Niro italiano, Germano nel giro di pochi anni è ricercato da tv e cinema. Noi ce lo ricordiamo già incisivo, scolpito, divertente nel ruolo del ”pasticca” accanto a Banfi nel Medico in famiglia e lui non si ferma. Gira con i Vanzina e Crialese, Veronesi e Dario Argento, Salvatores, Placido, Virzì, insomma quasi l’intero gotha del cinema di casa nostra. Vola dalle atmosfere sospese di Respiro a quelle tagliate con l’accetta del suo ”sorcio” in Romanzo criminale; dal buffo scrivano che tenta di uccidere Napoleone al mellifluo, ambiguo Arnaldo di Melissa P. allo sfrontato liceale di Che ne sarà di noi. Ma se gli chiedi come si è sentito nei panni del fascistello tratto dal romanzo Il Fasciocomunista di Antonio Pennacchi, lui ti spiazza: ”All’inizio ho trovato molte difficoltà perchè trattenuto dal mio giudizio sul personaggio e invece l’attore si deve avvicinare al nuovo senza prendere posizione. Non ci risucivo - continua - mi appiattivo e non offrivo ad Accio la necessaria tridimensionalità”. E come è finita? ”Che sono riuscito a fare di un personaggio poco raccomandabile un ragazzo tenero. Perchè Accio, in fondo, è un bambino in cerca di affetto”. [...] Quando girò N., Virzì gli consigliò di odiare il grande generale come odiava Berlusconi: ”Ma io le mie idee politiche le ho sempre tenute per me, il lavoro è un’altra cosa anche se cerco di metterci dentro tutto me stesso. vero, non mi è mai andato giù il berlusconismo - aveva detto a fine riprese - perchè non mi piace questo mondo basato sul commercio e sul grande potere dell’immagine che allontana dal reale” [...]» (Leonardo Jattarelli, ”Il Messaggero” 29/4/2007).