Daniele Manca., Corriere della Sera 29/1/2007, 29 gennaio 2007
Pippo Ranci ha guidato l’Autorità per l’Energia quando il mercato sia sul fronte del gas sia su quello elettrico era ancora nella mente di pochi illuminati politici
Pippo Ranci ha guidato l’Autorità per l’Energia quando il mercato sia sul fronte del gas sia su quello elettrico era ancora nella mente di pochi illuminati politici. Ma già da quei primi anni Novanta il principio era chiaro. «Va separata la rete da chi la usa, per un motivo molto semplice – spiega ”: chi domina il mercato come fornitore non ha alcun interesse a favorire la concorrenza e quindi una gestione neutrale e più efficiente a favore di consumatori, aziende e Paese tutto». Ma c’è un obbligo a farlo? «C’è una direttiva europea che impone la separazione tra le reti di gas e fornitori di gas, tra produttori-fornitori di elettricità e rete elettrica, così come si è fatto per Terna». Ciò non accade in altri Paesi come Francia e Germania. «Non è vero. In Francia e Germania come in tutta Europa esiste e come la separazione. Il problema è un altro: c’è solo la separazione societaria ma le società di produzione-fornitura e le società di rete appartengono al medesimo gruppo». Perché questa disparità in Europa? «Semplicemente perché c’è chi applica la direttiva al minor livello possibile e chi in maniera più estensiva. Il problema vero semmai è la proprietà: Eni e Snam Rg sono separate, ma la prima controlla l’altra». Come in Francia. «Sì, ma così i concorrenti non si fidano. E allora nel nostro caso il governo, nella persona del ministro Tommaso Padoa-Schioppa, che è azionista di Enel, Eni e Cassa depositi e prestiti, si sta ponendo il problema e lo vuole risolvere». Quindi il nodo è la proprietà. «Il nodo è la separazione e quindi anche la proprietà. A quel punto si può scegliere il modello. I britannici avendo un mercato finanziario forte hanno scelto la via della public company. Gli spagnoli il modello consortile tra tutte le aziende che usano le reti, gli scandinavi hanno affidato la proprietà allo Stato». E noi rischiamo, come dice Bersani, di consegnare Snam rete Gas ai russi della Gazprom. «No, basta inserire nelle modalità di cessione della Snam il fatto che chi usa la rete non può esserne azionista se non in misura minima (oggi il limite di legge è il 20%)». Se fosse così semplice perché non lo si fa? «Ci siamo un po’ impasticciati. Fare una public company non ci fidiamo, perché si teme che poi arriverebbero i soliti noti, vero o falso che sia. Lo Stato vorrebbe metterci la zampa, ma non ha soldi. E quindi siamo un po’ in difficoltà. Escono i idee come quelle del fondo». Fondo che però, come dice Giavazzi, pone il rischio di uno statalismo mascherato. «Bisognerebbe essere esperti di finanza per proporre alternative, e io non lo sono. Il rischio di statalismo c’è. Ma va considerato che se il fondo assicurasse una gestione stabile, efficiente e libera dal controllo di Eni ed Enel e capace di evolversi gradualmente nel senso della public company, potrebbe essere un bel passo avanti. Si tratta di aspettare il decreto del ministro Padoa-Schioppa. Il governo ha tutte le carte in regola per procedere». Ma arriverà? «Certo, la Finanziaria dice che si farà. E’ quello il vero passo in avanti». Anche se si creasse un superfondo molto simile all’Iri proprietario di tutte le reti? «I due temi vanno scissi. Il primo è la riunificazione delle reti. Che un unico soggetto detenga la rete gas ed elettrica non è un obbrobrio. A mio parere è ininfluente. In Gran Bretagna hanno unificato le reti elettrica e del gas senza problemi. Per quella delle tlc non sono abbastanza esperto. L’altro è la proprietà». Pubblico o privato fa la differenza. «Ovviamente sì. Soprattutto nel caso delle reti del gas ed elettriche. Ci vuole spirito imprenditoriale. Le reti non sono in ottime condizioni, anzi, vanno fatti investimenti. Se prevalesse una concezione statalista, con la creazione di un consiglio di derivazione parlamentare (a ogni partito il suo consigliere) è evidente che non si farebbe molta strada». Allora meglio i privati? «Ripeto: non esiste una formula magica. Pubblico o privato inizialmente può avere poca importanza. E’ importante che ci sia un approccio imprenditoriale, non burocratico, che tolga dalla rete i colli di bottiglia con i quali chi già domina il mercato si pone al riparo dalla concorrenza. E soprattutto che si eviti di consegnarla a chi la usa, italiano o russo che sia. Non per questioni di nazionalità ma perché utilizzerebbe la rete a vantaggio dei propri contratti».