Alain Elkann, La Stampa 28/1/2007, 28 gennaio 2007
Signora Carmen Llera, che impressione fa pensare che suo marito Alberto Moravia oggi avrebbe cento anni? «Tra noi c’erano 47 anni di differenza: mi dispiace che lui sia vissuto troppo poco
Signora Carmen Llera, che impressione fa pensare che suo marito Alberto Moravia oggi avrebbe cento anni? «Tra noi c’erano 47 anni di differenza: mi dispiace che lui sia vissuto troppo poco. Sono sempre stata sempre molto vecchia per la mia età e non ho mai capito i miti della giovinezza. L’incontro con Moravia è stato casuale, come tutti gli incontri e lui è stato l’unica persona con cui ho vissuto». Per quanti anni? «L’ho conosciuto nell’80. Era un rapporto in cui c’erano molte affinità, forse lui ha trovato in me le stesse affinità. Avevamo un atteggiamento di indifferenza verso certe cose, facevamo una vita per certi versi monacale. Il mio grande problema è l’indifferenza, forse l’unica cosa che mi ha interessato davvero non l’ho avuta». E che cos’è che le interessa davvero? «E’ una persona. La letteratura mi interessa come fonte di piacere e consolazione, non mi interessa la vita sociale. Io nella vita leggo, cammino e faccio l’amore e scrivo ogni tanto o credo di avere qualcosa da dire». Come ricorda Moravia? «Lo sogno ogni tanto, il mio Moravia corrisponde poco al Moravia più raccontato degli Anni Sessanta e Settanta. Per me è uno scrittore che leggevo di nascosto chiusa a chiave in bagno, in casa mia lo consideravano inadatto per una ragazza. Quando arrivai in Italia avevo 23 anni, una laurea in tasca e un contratto con l’università. Non pensavo certo di incontrare Moravia. Secondo me nella sua opera mi attrae soprattutto la forma più che i contenuti, delle frasi di Moravia mi piace la secchezza. Quel modo di scrivere freddo». Che cosa le piace di Moravia scrittore? «Vi sono alcune cose che mi piacciono di più come per esempio i lunghi racconti ”Agostino”, ”La Cortigiana stanca”, ”Gli indifferenti”, ”La Noia”, i diari di viaggio». Che cosa non le piace? «Ci sono cose meno riuscite. Ad esempio quando Alberto aveva l’ossessione per la bomba atomica e la inseriva nei suoi romanzi: ecco secondo me questo non andava molto bene». Che tipo di marito era? «La differenza di età faceva sì che lui fosse geloso, ma erano illuminazioni che lui usava per la sua letteratura. Era un uomo molto generoso, rapido e brusco, molto affettuoso». Che vita facevate? «La mattina presto facevamo la prima colazione insieme, poi lui se ne andava nello studio e scriveva fino alle 11.30. Io andavo nel mio studio. Verso l’una facevamo colazione. Il pomeriggio al cinema e alle venti il rito del telegiornale sdraiati sul letto. Poi lui si vestiva di tutto punto e usciva per la cena. La domenica andavamo a colazione da sua sorella Elena e a dicembre, per Natale, partivamo per un viaggio lungo un mese: Insomma eravamo molto metodici». Che cosa le ha insegnato Moravia? «Nella coppia ero io "la professoressa". Lui diceva sempre: ”conoscete la professoressa Llera?”. Mi ha insegnato molte cose, ci assomigliavamo anche fisicamente, nei viaggi chiedevano: siete padre e figlia? Le persone che vivono insieme si assomigliano, e io non ho imparato come esercizio nella vita la tolleranza. Io ero più dura e più intollerante». Come verrà celebrato il centenario moraviano? «Durerà tutto l’anno. Ci saranno molte manifestazioni: l’editore Bompiani ha in programma nuove edizioni delle sue opere e Elisabetta Sgarbi pubblicherà in sette cofanetti ”Gli indifferenti" letti da Sorvillo. Sarà pubblicato un inedito breve scritto nel Cinquanta che è stato trovato in una maglietta. Alla casa del cinema a Roma ci sarà una proiezione di tutti i film tratti dai romanzi di Moravia, e poi mostre fotografiche e manifestazioni anche in Francia. Non penso che Moravia sia stato dimenticato, sono contenta che vengano rilette e ricordate le cose di qualità che ha scritto. Pensando a lui certo che manca la sua presenza fisica che è insostituibile, quel suo modo di muoversi, camminare, avere un’opinione su tutto. Era un intellettuale impegnato e sapeva guardare molto bene i fatti». Si confidava con lei? «Sì: dava corpo ai propri pensieri, era ipocondriaco e aveva molti finti acciacchi e prendeva il Valium quando era troppo ansioso. A volte andavamo al Pronto Soccorso: temeva di avere un infarto. Talvolta era incline allo sconforto ma poi gli passava. In realtà era un uomo forte e nei viaggi più terrificanti non si lamentava mai: lo ricordo in mezzo a una foresta, io ero terrorizzata, fuori di me, furente mentre lui era allegro, tranquillo e canticchiava. Stava bene lontano da Roma». Non ha mai sostituito Moravia? «No: ho conosciuto un uomo che riconosco forse come l’unico uomo della mia vita. Il mio primo marito era il mio professore di filosofia. Il secondo marito Moravia: lui era dispiaciuto perché non riusciva a rendermi felice. Nessuno riesce a rendermi felice. La stessa esistenza mi rende infelice». Stampa Articolo