Bruno Ventavoli, La Stampa 28/1/2007, 28 gennaio 2007
Un pugno che fa male e un corpo che fa sognare. Con queste due virtù la tedesca Regina Halmich è diventata il personaggio più famoso della boxe femminile
Un pugno che fa male e un corpo che fa sognare. Con queste due virtù la tedesca Regina Halmich è diventata il personaggio più famoso della boxe femminile. Capace di imporre perentori ko alle avversarie e di spogliarsi con disinvoltura sulle riviste patinate, attrae il pubblico. Sia quello nostalgico della noble art in crisi di talenti, sia quello cresciuto con i gradassi catodici del wrestling, che non sanno più distinguere l’arte vera del combattimento. Nell’ultima difesa del suo titolo mondiale contro l’ungherese Réka Krempf ha fatto il pienone. Nel palazzetto di Halle c’erano 4500 spettatori. A casa, davanti alla tv, oltre sei milioni. Pantaloncini sexy Per Regina è stato il 54° successo di una strepitosa carriera iniziata nel ’91 (da 11 anni è imbattuta). Sul ring ha dominato l’avversaria con una grinta da gladiatrice. E ha conquistato la platea virile con delle culottes molto sexy, maliziosamente e radicalmente diverse dai bermuda sformati, unisex, che le atlete di solito indossano. La stampa ha apprezzato la novità, lodando la precisione dei ganci e la grazia delle natiche. Alta un metro e 61, intorno alle 112 libbre (ovvero i 50 chili e 802 grammi richiesti dalla categoria), per i parametri del pugilato è un peso mosca. Dal punto di vista puramente estetico è piuttosto una stupenda, armoniosa, fanciulla. Lunghi capelli biondi. Occhi verdi. Sa che lo sport che ha scelto non è esattamente l’ideale per mantenere integri i lineamenti del viso. Capita spesso che le pugilesse escano dal match sanguinanti, con tagli in faccia e occhi pesti. «Il naso si è rovinato - dice - me ne accorgo guardando le vecchie foto. Ma quando smetto me lo faccio raddrizzare». Il corpo, invece, non ha subito ingiurie dal rude sport. E Regina ama mostrarlo. Sa benissimo di essere sexy. Nel maggio del 2003 è apparsa su «Playboy» senza veli. Poi su altre riviste. Sempre giocando sul duplice, antitetico, rapporto tra femminilità e forza, autoreggenti e guantoni, seni nudi e pose da braccio di ferro con i maschi. Persino le regolamentari operazioni di peso prima dei match, quelle dove secondo il rituale ci si guarda in cagnesco per intimorire l’avversario, sono un’occasione seduttiva. Lei sulla bilancia solleva le braccia, ostenta i bicipiti, ma anche raffinati reggiseni di pizzo e perizomi in sintonia con un tatuaggio in fondo alla schiena. Altro spettacolo rispetto alla pelle dipinta di Tyson. La forza è donna Regina è un personaggio parecchio mediatico. Sa combattere, mostrare il proprio corpo, parlare in tv. Sul suo sito internet offre ai «liebe fans» un diario on line e una galleria di immagini, sportive e discinte, per non farsi dimenticare. Ha pubblicato un’autobiografia, «Altre domande?», un libro di fitness dal titolo programmatico «La forza è femminile», ha ispirato un videogioco, è impegnata nella lotta all’aids e alla violenza sui minori. Tanto è aggressiva con i guantoni, quanto si definisce dolce nella vita privata. Era stata fidanzata - anche lei - con un calciatore, Martin Driller, centrocampista che ha giocato nel Borussia Dortmund. Poi, finalmente, ha deciso di dare un calcio alla banalità di questi amori da tabloid: da anni sta con un uomo al quale è fedele, e dal quale pretende fedeltà. «L’amore è questo». Molti la stuzzicano sulle gerarchie domestiche. «Chi comanda?» E lei, che flirta sempre con la stampa, risponde che è padrona in cucina. Nelle altre stanze c’è par condicio. Sostiene che i cazzotti non escludono la femminilità. Regina aveva iniziato con il judo. Poi era passata al karate e alla kickboxing. Quindi la folgorazione del pugilato. Nel ’91 il primo incontro. Nel ’94 il passaggio al professionismo. Poi una serie impressionante di vittorie, con tutte le migliori atlete del mondo, compresa l’azzurra Stefania Bianchini. Cinquantaquattro incontri, 52 vittorie, 16 per ko. Campionessa europea e poi campionessa mondiale dei pesi mosca della WBIF (anche tra le femmine pullulano diverse sigle). Ha annunciato che alla fine di quest’anno smetterà. Ha 30 anni, vuole concludere all’apice della fama. Il 31 novembre, giorno del compleanno, appenderà i guanti al chiodo. Per il futuro pensa a una carriera tv, come conduttrice. Possiede grinta e fascino per riuscirci. Ha recitato in una fiction, bucando lo schermo. Ed è stata protagonista di una singolare sfida da reality. Un celebre uomo di spettacolo, Stefan Raab, l’aveva irrisa. Sosteneva che il pugilato femminile fosse una barzelletta. Lei per un po’ ha abbozzato paziente di fronte al rodomonte, poi l’ha invitato sul ring, davanti alle telecamere. In cinque round l’ha massacrato. Persino il naso, gli ha spaccato, pur essendo più bassa di lui. «Quando l’ho guardato ho visto il terrore nei suoi occhi. Non ho mai portato i colpi veramente. Per me è stato un allenamento. Ma gli ho dato una bella lezione». Una vittoria netta. Inequivocabile. Davanti a 7 milioni e mezzo di telespettatori. Una pietra miliare nella controversa storia dei gender. E per la tv moderna, che predilige le risse, un buon viatico per la celebrità. [FIRMA]ALESSANDRA CRISTOFANI FOLIGNO (Perugia) A cosa servano due diplomi di laurea e l’iscrizione all’ordine nazionale dei biologi quando, armato di paradenti e guantoni, sale sul ring, Gianluca Sirci, un gigante di 107 chili per oltre un metro e novanta di altezza, lo spiega con il sorriso sbilenco dei pugili. Parla della boxe come scuola di vita, training autogeno per l’acquisizione di una maggior consapevolezza di sé. Per lui, il peso massimo che smessi i pantaloncini da boxeur indossa il camice di medico, il pugilato è tutto meno che uno sport violento. «La violenza presuppone un sopruso», dice. Ti guarda dritto negli occhi, come ad attendere un cenno affermativo del capo. Deglutisce e riattacca: «Non c’è la prevaricazione del più forte sul più debole. La boxe è democratica. Sali sul ring e sai cosa ti aspetta. Sfidi un atleta della tua stessa categoria, accetti e condividi le regole del gioco». Ha trentaquattro anni, l’ex sottotenente di complemento e direttore del Laboratorio di Analisi Microbiologiche «BioLab», uno dei migliori studenti tanto dell’ateneo perugino che di quello di Chieti, che sfiderà entro l’anno il friulano Paolo Vidoz, attuale campione nazionale in carica. Ha in sé le contraddizioni di chi dalla vita vuole tutto. Un combattente vero, uno che non demorde. Gianluca ha la stessa naturale disinvoltura sia quando si aggira tra vetrini e microscopi, sia quando, carica a testa bassa l’avversario. Gianluca, pardon il dottor Sirci, sfilati i guantoni, accarezza con tenerezza inattesa la giovane fidanzata a bordo ring. E’ lei, una figurina minuta di dieci anni più giovane, l’unica donna che segue i suoi incontri. La madre, e non ne fa mistero, lo preferisce in camice bianco. Non ha cuore di assistere ai match. Eppure Gianluca, il pugile-biologo, non ha perso un incontro. Né, da quando ha indossato la casacca dei professionisti, ha incassato un pareggio. Lo sa bene l’ungherese Norbert Torteli, steso alla prima ripresa meno di un mese fa. Per otto ore al giorno Gianluca studia la biologia alimentare, identifica gli agenti patogeni di carni e prodotti caseari, distingue i microrganismi aerobi da quelli anaerobi, firma e certifica relazioni e consulenze. Poi di corsa al sacco per due ore abbondanti prima di cena, vibrando pugni all’impazzata. Due ore di allenamento ogni giorno. Quattro quando l’adrenalina sale e l’incontro si avvicina. Il riposo è un nome che entra a fatica nel vocabolario di Gianluca che la notte, specie nei fine settimana, lavora come buttafuori davanti alle discoteche. Non è un picchiatore, ci tiene a dirlo. Ha un carattere mansueto, niente affatto irritabile, ascolta la musica, va matto per i film alla 007 zeppi di effetti speciali e gioca a scacchi. Stampa Articolo