La Stampa 28/1/2007, 28 gennaio 2007
CLAUDIO GALLO
Mai giudicare dall’apparenza: quel monacone in sandali, con la testa pelata che spunta dalla tunica granata come un uovo su cui qualcuno ha dipinto un paio d’occhi pungenti e un sorriso, sarebbe l’uomo più felice del mondo. L’ha scritto l’Independent, l’ha detto la Bbc, come dubitarne? Per poterlo provare in un mondo che crede solo in quello che misura, gli hanno fatto, proprio lì sull’uovo, lunghe e noiose risonanze magnetiche oltre al solito elettroencefalogramma. A lui e ad altri pazienti monaci buddhisti che avessero passato almeno 10 mila ore in meditazione.
Chi sia in cerca di consolatorie identificazioni o reclami la sua parte di anch’io, avrà vita dura: Matthieu Ricard non è uno qualsiasi anche se la sua esperienza lo porta ora a dire di non essere uno per niente, perché come spiega il Buddha l’io è una tenace illusione, oltre a essere la fonte delle nostre disgrazie. Classe 1946, figlio di Jean-François Revel, saggista, giornalista, membro dell’Académie Française, nato filosoficamente socialista e morto liberale, un francese controcorrente che si piccava di lodare la politica estera americana. Adottò lo pseudonimo di Revel che appiccicò sopra al nome Ricard. La madre di Matthieu era la pittrice Yahne Le Toumelin: il futuro lama crebbe in una casa parigina frequentata da Luis Buñuel, Igor Stravinsky e Henri Cartier-Bresson da cui forse prese la passione per la fotografia.
Il primo amore intellettuale
La scienza fu il suo primo amore intellettuale: si laureò nel 1972 in genetica cellulare all’Istituto Pasteur sotto la guida del Nobel François Jacob. Entrato nel mondo della ricerca dalla porta principale capì subito di non essere nel posto giusto: lo stesso anno gettò la laurea alle ortiche e partì per l’Himalaya a cercare di spegnere il fuoco che aveva bruciato i suoi sensati progetti futuri. Un proverbio indiano dice: se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti. Da allora l’esteriorità della sua vita fu scandita per trent’anni dalla regola del monastero di Shechen in Nepal dove incontrò il suo maestro, Dilgo Khyentse Rinpoche, della setta dei gelugpa, la stessa a cui appartiene il Dalai Lama. Con le stampelle barocche della meditazione tibetana imparò a scendere sempre più giù nelle profondità della mente, fino a gettare le grucce per lanciarsi nell’estasi chiamata vacuità, perché non ci sono parole per esprimerla. Dal 1989 è spesso accanto al Dalai Lama come interprete nei suoi viaggi all’estero. E’ diventato buon amico di Richard Gere, il più buddhista dei buddhisti di Hollywood.
Il tarlo della scienza di tanto in tanto rispunta: nel 1997 scrive un libro a quattro mani con il padre, «Il monaco e il filosofo». Nel 2004 un’altro titolo in coppia, questa volta con l’astrofisico Trinh Xuan: «The Quantum and the Lotus». Spiega: «Il buddhismo è come la scienza: si basa sull’esperienza e sull’investigazione, non sul dogma. La religione può essere considerata una scienza contemplativa».
Ma la felicità? Il titolo dell’ultimo libro di Ricard «Felicità, una guida per sviluppare la più importante abilità umana» è già un programma: la felicità è una condizione mentale che si impara. Non è una folgorazione, non è l’acido lisergico, non è la cocaina: sforzo e tempo sono le uniche monete che la pagano. Bisogna entrare in un mondo sottile e paradossale, bisogna sforzarsi senza sforzarsi perché se no si rimette in gioco quell’io che volevamo sciogliere nell’acido della consapevolezza. Dominare la mente, spiega il Buddhismo, non è tanto questione di azione ma di attenzione. La felicità richiede una conversione: bisogna passare alla corsia opposta dell’autostrada e andare contro la nostra natura, ma senza impeto, dolcemente.
Ricard lo ha fatto: gli scienziati hanno riscontrato nel suo cervello un enorme livello di «emozioni positive» nella corteccia pre-frontale sinistra che è associata alla sensazione di felicità, mentre la corrispettiva parte destra, legata alle emozioni negative, era inattiva. «La mente è malleabile - ha detto Rocard all’Independent - La nostra vita può subire una grande trasformazione anche con il minimo cambiamento del nostro modo di pensare, sentire e interpretare il mondo». Lo scorso anno ha fatto alzare le sopracciglia degli econonisti al Forum di Davos parlando di «felicità nazionale lorda».
Raccontata da lui la felicità sembra un dono alla portata di tutti, anche se dobbiamo andarcelo a prendere su uno scaffale molto in alto. Non è neppure richiesto un destino straordinario come il suo. «Non è necessario vivere sull’Himalaya. Ovunque uno sia, l’importante è trovare un po’ di tempo per stare con la propria mente. Bastano venti minuti o mezz’ora passati ad osservare come funziona. Lo scopo non è solo di rilassarsi ma di vedere come lavora la mente. Se si smette di agitare una pozza fangosa, il fango si depositerà sul fondo e l’acqua si schiarirà. Ognuno lo può fare. Non è necessario incrociare le gambe, sedetevi su una sedia in una stanza tranquilla».
In un mondo sguaiatamente infelice, le sue parole accendono una piccola fiamma di speranza. La filosofia occidentale si occupa ormai di rado della felicità personale, preferendo rincorrere la chimera di quella sociale. Kant, che ci ha lasciato forse la più vasta disamina del concetto, relega la sua possibilità al mondo intelleggibile, concludendo che è impossibile che l’uomo sia felice in questo mondo. Adesso un’ex testa d’uovo della genetica francese, in tunica e sandali da monaco, si affaccia alla nostra porta per sussurrarci che la felicità è un’arte, un raggio di pura gioia in un mondo doloroso e transitorio.
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