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 2007  gennaio 27 Sabato calendario

27 Gennaio 2007 Analisi La pattuglia dei capitalisti di complemento FRANCESCO MANACORDA MILANO I salotti buoni? Tutti già pieni, purtroppo

27 Gennaio 2007 Analisi La pattuglia dei capitalisti di complemento FRANCESCO MANACORDA MILANO I salotti buoni? Tutti già pieni, purtroppo. Tanto che ormai per contare qualcosa invece che di una poltrona bisogna accontentarsi di una sedia - magari solo di uno strapuntino - altrove, nelle anticamere del potere. Da Rcs a Mediobanca, da Gemina al nascente colosso Intesa-Sanpaolo, ecco arrivare dunque il capitalismo in sala d’aspetto. Quello di chi ha le azioni ma non ha i titoli, nel senso che per una ragione o nell’altra non è titolato ad entrare in quei patti. Patti che - i dati li ha pubblicati poche settimane fa il Sole 24 Ore - con l’arrivo dell’accordo parasociale della banca nata sull’asse Milano-Torino, blindano il 30% e passa della capitalizzazione italiana, perpetuando così l’usanza a pesare nell’azionariato assai più di quanto si conti. In avvicinamento Il caso Zunino, con la prudente marcia di avvicinamento alle porte del patto Mediobanca e la posizione quasi simmetrica del suo collega immobiliarista Danilo Coppola, è infatti solo l’ultimo di una lunga serie che vede finanzieri e imprenditori di varia natura entrare - invitati o meno - nell’azionariato delle grandi società e da quella posizione prepararsi a mosse future. Ma anche in sala d’aspetto i soldi e chi li porta non tutti sono uguali. C’è chi entra e aspetta segnali, come Coppola e Zunino, e chi invece sta lì su esplicita richiesta o con l’assenso dei soci «nobili» che siedono nel patto di sindacato. Il caso Rcs  successo ad esempio nel caso di RcsMediagroup: dopo il raid di Stefano Ricucci nell’estate del 2005 - uno che nell’anticamera del salotto buono c’era entrato senza complimenti - il 15% che l’immobiliarista aveva rastrellato e dato poi in pegno alla Bpi è stato diviso quasi equamente fra tre soci come i Benetton, la Lamaro dei fratelli Toti e il re delle cliniche lombarde Giuseppe Rotelli, che per ora ha comprato dalla banca i diritti di voto e nel 2009 prenderà anche le azioni. Tre soci di gran peso, assai più forti di molti dei quindici - dicasi quindici - membri del patto di sindacato e che proprio dal patto hanno ottenuto un placet preventivo all’ingresso. Inutile dire che proprio l’ingresso nel sindacato sembra essere l’obiettivo - Rotelli l’ha anche esplicitato - di tutti e tre sebbene l’attuale accordo controlli già più del 63% del capitale. Sempre i Toti, con alle spalle la sagoma di Capitalia, si accomodano in anticamera pure nell’azionariato della Gemina, prendendo il posto di un altro coinquilino mai invitato dagli azionisti stabili, ossia la veneta Save che aveva cercato senza successo di trattare un’alleanza da quella posizione di - relativa, come si è visto - forza. L’appoggio esterno Una variante è poi quella dell’azionista fuori dal patto ma che a questo offre una sorta di appoggio esterno. Potrebbe essere giustappunto il ruolo di Romain Zaleski nei confronti del patto - non di sindacato ma di consultazione - che sta prendendo forma attorno alle quattro grandi Fondazioni azioniste della banca e ad altri investitori istituzionali. Fuori dall’accordo tra soci, con il suo 5% circa del capitale Zaleski potrebbe avere infatti un ruolo prezioso nel fare da sponda alle strategie del presidente della banca Giovanni Bazoli. Con quanta soddisfazione di alcuni esponenti dello stesso patto è ancora tutto da decidere. Ultimo caso, il più normale ma in fondo il più anomalo in un sistema consociativo come quello della finanza italiana, il grande socio che sta fuori dal patto e che al patto si oppone. Gli oppositori  successo, anche di recente, dalle parti di Capitalia dove la Fondazione Cassa di Risparmio di Roma guidata da Emmanuele Emanuele è intervenuta a gamba tesa - ma senza spostare l’esito del voto in assemblea - contro il reintegro di Cesare Geronzi alla presidenza della banca dopo la sospensione per una condanna in primo grado. Soci contro, ma a parole. E siccome nei salotti buoni lo sfratto esecutivo - leggasi l’Opa - costa tanto e non fa neppure fine, meglio accontentarsi di vivere, magari un po’ stretti e con qualche litigio, da coinquilini. Stampa Articolo