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 2007  gennaio 27 Sabato calendario

MATTIA FELTRI

ROMA
Gli amici, i nemici, i perplessi, i critici, i pentiti, i revisionisti. Il rapporto dei politici italiani con la comunità ebraica e lo Stato d’Israele è complicato e contempla più correnti della Dc demitiana. Ecco le principali tendenze e i loro leader.
Negazionisti. Luca Romagnoli. Il segretario della Fiamma tricolore dice di non avere mezzi per «affermare o negare» l’esistenza delle camere a gas ad Auschiwitz. E’ con Ahmadinejad e «il diritto dell’Iran al nucleare».
Antisionisti. Marco Ferrando. «Sosteniamo tutte le intifade», disse poco dopo essere stato cacciato, l’anno scorso, da Rifondazione. Fra la sue colpe, avere sostenuto che Israele è «uno stato artificiale». Oggi, da capo del Partito comunista dei lavoratori, dichiara Israele («non gli ebrei») uno «stato oppressore».
Hezbollaiani. Oliviero Diliberto. Il segretario del Pdci è pubblicamente amico di Hezbollah. Ha più volte definito «occupazione militare» e «massacro» la presenza di Isreale in Palestina, e più volte chiesto il ritiro dell’ambasciatore italiano a Tel Aviv.
Filoarabi. Giulio Andreotti. Buon frequentatore di Yasser Arafat, il senatore a vita ha applaudito all’equidistanza proclamata da Massimo D’Alema. Di recente ha osservato, a proposito dei palestinesi, che «ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquanta anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista».
Equidistanti. Massimo D’Alema. Così si definisce il ministro degli Esteri, sebbene la comunità ebraica lo giudichi più distante che equidistante. Gli imputano una passeggiata a Beirut sotto braccio al deputato di Hezbollah e alcune dichiarazioni sulla «lobby ristretta che impedisce una discussione serene». Pochi giorni fa, all’Unità, ha spiegato: «Non ritengo positivo per Israele che le comunità ebraiche abbiano perduto la capacità di esercitare uno stimolo critico sulla politica israeliana». Per quelle comunità, D’Alema è oggi l’avversario principale.
Etnici. Umberto Bossi. Il capo leghista non affronta quasi mai il tema. Il partito e il giornale, «La Padania», qualche volta si lasciano andare. Quando, nel ”97, Tullia Zevi fu nominata nella commissione d’inchiesta sulle violenze dei soldati italiani in Somalia, un deputato di seconda fila parlò di «lobby ebraica che sparge odio».
Menefreghisti. Francesco Storace. Ha sempre ritenuto eccessive e strumentali le riconversioni del suo leader, Gianfranco Fini. A una convention di «Destra sociale», nel 1993, uno dei suoi, Fabio Torriello, sbottò: «Non ne posso più dei Luzzatto che devono legittimarci». Dalla platea si alzò il coro: «Meglio uccisi / che circoncisi».
Astensionisti. Clemente Mastella. La battaglia da ministro della Giustizia per una legge che punisca i negazionisti e gli incitatori all’odio razziale è la prima vera uscita del fondatore dell’Udeur. Fino ad adesso, come quasi tutti i centristi dei due schieramenti, si era tenuto fuori dalla disputa. Nel ”94 gli scappò un «lobby ebraica newyorchese», e ne ricavò qualche guaio.
Conflittuali. Fausto Bertinotti. E’ sicuramente più filoisraeliano del suo partito e dei suoi elettori. Il giornale «Liberazione» gli ha provocato delle noie pubblicando vignette coi soldati di Gerusalemme vestiti da «SS». A un congresso di Rifondazione, le immagini di un soldato israeliano che spara a un bambino palestinese seguirono quelle di «Roma città aperta». Bertinotti ammette di avere un «rapporto complesso» che si evince da un’altra affermazione: «Si può essere con o contro Israele, ma non senza».
Revisionisti. Gianfranco Fini. Dai dintorni di Fiuggi, è andato alle Fosse Ardeatine, ad Auschwitz e a Gerusalemme. Ha proclamato «il male assoluto» le leggi razziali promulgate sotto il fascismo. La frase ha fatto arrabbiare Storace e soprattutto Alessandra Mussolini, che lasciò Alleanza nazionale. Sta cercando di creare una destra che non sia più «la spada dell’Islam».
Amici. Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Veltroni-Rutelli, amici gemelli, si potrebbe dire. Il primo kennediano, il secondo di tradizione radicale, hanno l’amicizia con Isreale nella loro ragione sociale di sindaco ed ex sindaco romano. Celebre la volta in cui Veltroni rifiutò di incontrare il vice di Saddam Hussein, Tarek Aziz, che a sua volta si era rifiutato di rispondere a un giornalista israeliano.
Fiancheggiatori. Silvio Berlusconi. Tante parole di amicizia, ma anche fatti. La comunità ebraica lo adora per quanto si spese perché Hamas fosse dichiarato gruppo terroristico.
Soci Sostenitori. Marco Pannella. E’ sufficiente uno dei suoi slogan: «Sono fedele alla lettera e allo spirito del sionismo».
Nuovi Giusti. Giorgio Napolitano. L’equiparazione fra antisemitismo e antisionismo è definitiva.
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