Gianni Clerici, la Repubblica 27/1/2007, 27 gennaio 2007
GIANNI CLERICI
MELBOURNE - «And how is Rome», come va a Roma. Su un simile tema, più consono a Veltroni, mi lascia a riflettere una bella signora, dai fitti ricci metallici e dalla pelle scura. Evonne Goolagong ha sempre avuto un dono di leggerezza, mobilità, tipici della sua razza, gli aborigeni. Sempre l´aveva portata con sé, dal giorno in cui, inattesa apparizione, la vedemmo sul centrale di Roma battere Chris Evert, nel 1971. Giocava, come indicava il tabellone, per l´Australia, e pochi si soffermarono a riflettere sulla sua nascita, il colore nocciola della pelle. L´allora giovane Scriba, che in Australia c´era andato dieci anni avanti, era ritornato incredulo e avvilito, visitando una sorta di campo profughi, dove veniva riunita gente sfuggita alla vita nativa nel deserto, gente abbruttita dall´alcool, e dalle malattie della cosiddetta civiltà che gli era stata imposta. Gente sotto shock esistenziale e ereditario seguiti allo sbarco degli inglesi, che avevano sterminato, tra le altre, l´intera popolazione della Tasmania: un povero pastore aveva osato ribellarsi con la sua lancia, ferendo un aggressore. Genocidio.
Tra le molte famiglie sfortunate, quella della Goolagong era riuscita a scampare, attraverso chissà quali avventure. Il padre era un pastore nomade, ribattezzato col nome di Ken, unico aborigeno in una comunità bianca, nel villaggio di Barellan, quattro case assiepate intorno a un enorme silo, il cuore della cittadina. C´era, a Barellan, un campo di tennis di proprietà di un ricco colono, Bill Kurtzman e la piccola Evonne prese a frequentarlo, dapprima raccattapalle scalza dei bianchi, via via principiante, compagna di gioco, infine folgorante creatrice di magiche traiettorie.
Il suo naturale talento divenne leggenda, capace di raggiungere Sydney, i club dei bei signori ricoperti di bianche flanelle, gli uffici federali di quello sport nazionale, gemello del cricket. Tra chi decise di dare un´occhiata alla fatina ci fu un allenatore, un tipo noto per i suoi modi imperiosi: Bill Edwards. Dopo aver scambiato quattro palle con Evonne, decise di adottarla: aveva già due figlie, avrebbero giocato il doppio insieme alla migliore, Trisha. E avrebbe aiutato in casa una moglie più che sottomessa, Eva. La famiglia di Evonne non oppose il minimo diniego. Tra gli aborigeni, i nuclei famigliari sono impermanenti, ed è regola che un giovane rimbalzi da un gruppo all´altro. I legami non meno importanti del sangue sono quelli di culto, se così si può definire la complessa visione metafisica degli aborigeni. Cominciò di qui, per Evonne, un´avventura che l´avrebbe condotta su tutti i campi del mondo, con successo crescente. Trisha, la sua partner, fu lasciata alle spalle, e sempre più spesso Mr Edwards si degnò di dichiararla figlia adottiva, gestendone anche i primi guadagni. Evonne vinceva. Nel ´71 il primo grande torneo fu Roland Garros, guarda caso contro un´altra australiana, ovviamente bianca, Helen Gourlay. Un mese più tardi, sul Centre Court di Wimbledon, avrebbe addirittura battuto il suo idolo, Margaret Court, l´australiana più anglosassone, tipica che si possa immaginare: una delle due sole atlete capaci di raggiungere un Grand Slam.
Era iniziato, in quegli anni, il professionismo, e Evonne ne fu coinvolta, sempre rappresentata dallo pseudo padre padrino, coach dei Pittsburgh Triangles, una squadra del Team Tennis americano, gioco a squadre che tentava di sostituirsi al tennis tradizionale. Dal rivoletto di dollari che Edwards le concedeva con parsimonia, uscì una casetta per la mamma Melinda. Abbandonata la famiglia, il padre pastore aveva concluso la sua avventura finendo ubriaco sotto un´auto. Ormai donna, conosciuta in tutto il mondo, Evonne aveva trovato modo di innamorarsi di un ragazzo inglese dai capelli lunghi, che le inviava bigliettini adoranti. Finì, dopo molte incertezze, per sposare Roger Cawley , emancipandosi così da Edwards che, si seppe, aveva avuto la generosità di condividere molti investimenti a nome della ignara "figlia adottiva". Il matrimonio la rese madre e, mentre tutti consideravano la sua carriera terminata, Evonne si presentò a Wimbledon con un bambino tra le braccia, e rivinse il titolo, nel 1980: seconda mamma, dopo che simile avventura era accaduta a Dorothea Douglas Chambers, 66 anni avanti.
Un tentativo di insediamento a Hilton Head, isola che era stata una sorta di riserva naturale, e divenne via via meta del ricco turismo di massa USA finì negativamente. Evonne decise allora di ritornare in patria, insieme alla famiglia, e prese via via coscienza della sua situazione di privilegio, nei riguardi dei fratelli aborigeni, che tentavano, molto faticosamente, un riscatto sociale. Aiutata, va detto, da personaggi alfine consapevoli di una storica ingiustizia, dedica ora la sua vita al riscatto e all´educazione di quelli che furono i primi proprietari del continente australiano. La invitano al tennis, in occasione dello Australian Open. «Ti piace il busto in bronzo che mi hanno dedicato?» ha sorriso, dopo quel suo «How is Rome». «Sei molto più bella tu», le ho detto convinto.
I SUCCESSI
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LA SCHEDA
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