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 2007  gennaio 27 Sabato calendario

Il Colle costa 224 milioni I primi tagli SERGIO RIZZO GIAN ANTONIO STELLA ROMA – E meno male che qualche euro rientra con la vendita dei pinoli prodotti dalla tenuta presidenziale di Castelporziano

Il Colle costa 224 milioni I primi tagli SERGIO RIZZO GIAN ANTONIO STELLA ROMA – E meno male che qualche euro rientra con la vendita dei pinoli prodotti dalla tenuta presidenziale di Castelporziano.  quello che subito viene in mente a leggere i primi dati ufficiali diffusi sui conti del Quirinale. Pochi numeri dicono tutto: negli ultimi dieci anni il costo della «macchina», tolta l’inflazione, è cresciuto del 61 per cento. Un’impennata sconcertante. E accompagnata da un parallelo aumento, abnorme, delle spese e dei dipendenti. Con una sola voce rimasta uguale e quindi via via rosicchiata dall’inflazione: la busta paga del capo dello Stato. Quella sì, non si è gonfiata. A partire da Enrico De Nicola, che aveva preso così sul serio il ruolo di presidente provvisorio da non voler toccare gli 11 milioni di lire l’anno a lui destinati, l’indennità presidenziale è rimasta praticamente la stessa. Anzi: è spesso rimasta bloccata in tempi di inflazione finendo in termini reali per ridursi al punto di costringere a nuovi adeguamenti all’insù. Fatti i calcoli in euro attuali, Luigi Einaudi ne prendeva 184.960 nel 1948, Giuseppe Saragat 254.662 nel 1965, Francesco Cossiga 210.435 nel 1985 e 185.076 a fine mandato nel 1992, Oscar Luigi Scalfaro 210.770 nel 1996, quando l’allora inquilino del Colle chiese e ottenne di pagare l’Irpef, come tutti gli italiani, a partire dal primo gennaio 1997. Insomma: variazioni molto più contenute, rispetto a deputati e senatori. Finché Carlo Molto meno, presumibilmente, di quanto guadagnavano alcuni suoi collaboratori, se è vero che il segretario generale Gaetano Gifuni denunciava già nel 1993, tra una cosa e l’altra, l’equivalente in valuta attuale di 557 mila euro. Presumibilmente: queste cose, da noi, son sempre rimaste top secret. Anche Giorgio Napolitano sta lì: a 218.407. Un 10% abbondante sotto l’indennità di Saragat. Intorno a lui, però, il palazzo si è gonfiato e gonfiato e gonfiato negli anni senza che neppure Ciampi, che del risanamento dei conti pubblici e della sobrietà (il villino a Santa Severa, i giri in bicicletta, le foto ai remi sul pattino...) aveva fatto una ragion di vita, riuscisse a fare argine. Al punto che i numeri che già anni fa sembravano spropositati (274 corazzieri, 27 auto blu, 71 alloggi di servizio...) sembrano quasi virtuosi rispetto a quelli attuali. Va riconosciuto: il presidente della Repubblica, diffondendo i numeri che possiamo anticipare e che da oggi saranno sul sito del Quirinale, fa una scelta di trasparenza attesa da tempo. Certo, molte indiscrezioni erano già uscite in passato. Consentendo ad esempio a Stefano Romita di segnalare sul Mondo perfino dettagli come quello dell’ausiliario che aveva come unica mansione il tenere sempre aggiornata l’ora dei pendoli e degli orologi a cucù. Ma, come ha voluto far sapere lo stesso Napolitano, è la «prima volta» che vengono resi pubblici, ufficialmente, numeri che erano rimasti in ombra anche sotto un vecchio partigiano estroso come Sandro Pertini o una specie di bombarolo istituzionale quale fu Francesco Cossiga. Evviva. Certo, mancano un mucchio di dati che aiuterebbero a capire meglio. E lo stesso Napolitano mette le mani avanti spiegando d’aver messo sì al lavoro due commissioni per aver un quadro più chiaro e di aver sì autorizzato «forme di pubblicità delle scelte fondamentali contenute nel bilancio interno dell’amministrazione del Quirinale». Ma solo se «compatibili con la riservatezza che caratterizza, in base alla prassi costantemente seguita dal 1948 ad oggi, una documentazione contabile sottratta a controlli esterni». Per capirci: chi si aspetta la trasparenza assoluta che c’è da altre parti del mondo, può aspettare. E per un pezzo. I dati diffusi però, pur nella loro asciuttezza, sono clamorosi. E dicono che Napolitano, se davvero vuole «contribuire ancor più incisivamente al generale risanamento dei conti pubblici» come s’impegna a fare, dovrà dare dei tagli più radicali della sforbiciata data al bilancio del 2007 (il primo tutto suo del settennato) ridotto di un milione rispetto al previsto. Capiamoci: buon segno. Grazie. Anche i gesti simbolici hanno un valore. Il confronto con il passato dice però che al Colle, al vertice di un Paese al quale da anni si chiede di stringere la cinghia, c’è qualcosa che è scappato di mano. Basti dire che non solo sono aumentati anche i corazzieri (saliti a 297: più 23 sulla dotazione storica che pareva già abbondante), ma il personale di ruolo è salito a 987 persone, di cui 84 nella carriera direttiva, 124 in quella di concetto, 228 in quella esecutiva e 551 ausiliari. Più 85 collaboratori a tempo pieno e a vario titolo del presidente, 38 civili e 47 militari (di cui 40 «addetti all’Ufficio del Consigliere per gli affari militari e alla Segreteria del Consiglio Supremo di difesa») più 23 unità a contratto. Totale: 1.072 persone. Cioè 182 in più rispetto a quelli che, stando a una risposta a una interrogazione di Raffaele Costa da parte dell’allora ministro Giorgio Bogi, c’erano nel 1998, meno di dieci anni fa. Con una crescita del 20,4%. Ancora più marcata, però, è l’impennata sul versante del «personale militare e delle forze di polizia distaccato per esigenze di sicurezza del Presidente e dei compendi»: corazzieri, poliziotti, carabinieri e uomini di scorta vari sono 1086. Cioè 382 in più rispetto a dieci anni fa. Con un balzo del 54%. Fatte le somme: nelle tre sedi presidenziali, dal Colle alla tenuta di Castelporziano (dove stazionavano un tempo 83 addetti: oggi non si sa) alla Villa Rosebery di Napoli, lavorano oggi 2.158 persone. Vale a dire 564 più che nel 1998. Aumento percentuale: 35,4%. Va da sé che il costo del personale assorbe il 57,3% del bilancio. Mentre un altro 30,3% se ne va nelle pensioni di quanti sono usciti approfittando di condizioni qua e là strepitose: basti dire che un tempo, a chi veniva assunto, veniva riconosciuto una «anzianità convenzionale» di quattro anni. Facciamo due conti? Gli stipendi pesano per 134 milioni e 655 mila euro. Più almeno altri 27 milioni e mezzo di euro pagati da altre casse statali al migliaio di uomini distaccati per la sicurezza (25.500 euro lordi di stipendio base, secondo stime sindacali, cui va sommata l’indennità quirinalizia) col risultato che il solo personale costa oltre 162 milioni di euro. Pari, grossolanamente, a una busta paga lorda pro capite di oltre 75.230 euro: il doppio della retribuzione media di uno statale. I numeri più ustionanti, tuttavia, sono quelli assoluti. La macchina del Quirinale costava nel 1997 «solo» 117.235.000 euro. Oggi ne costa 224 milioni (più altri 11 che arrivano al Colle da «entrate proprie quali gli interessi attivi sui depositi e le ritenute previdenziali«). Un incremento del 91%. Si dirà; c’è stata l’inflazione. Giusto. Fatta la tara, però, l’aumento netto resta del 61%. Per non dire del paragone con venti anni fa. Sapete quanto costava la Presidenza della Repubblica nel 1986? Esattamente 74 miliardi di lire, pari oggi a meno di 73,5 milioni di euro. Il che significa che in 20 anni la spesa reale è triplicata. Sono triplicate le competenze o c’è qualcosa che non va? Sergio Rizzo Gian Antonio Stella