Dara Galateria, la Repubblica 26/1/2007, 26 gennaio 2007
DARIA GALATERIA
Per la bambina, c´era un seggiolino in mezzo al salotto di madame Necker, la moglie del banchiere ginevrino che sarà tre volte ministro di Luigi XVI. La piccola parlava con Marmontel, Grimm e Condorcet, e con Benjamin Franklin e Horace Walpole, tutti che avevano inventato chi la libertà, chi i giornali, chi i Lumi, chi il parafulmine e chi il romanzo nero; «tieniti dritta», la riprendeva la mamma. All´epoca, Germaine Necker è stata ritratta da Carmontelle; Buffon e Diderot seguivano i suoi studi, Tronchin, il medico di Rousseau, la curava, Grimm pubblicò nella Correspondance, il giornale privato dei Lumi, una sua prima composizione.
Quando il babbo Necker fu richiamato dal re a fermare la bancarotta, Madame Necker regnava nel primo salotto di Parigi «dall´alto di suo marito» («un maggiordomo in velluto», diranno del grand commis e illuminato liberale i perfidi Goncourt). Tra Seyès, la talpa della Rivoluzione, e Talleyrand, che per ora era vescovo, l´ambasciatore americano Morris trovava la conversazione decisamente troppo brillante per lui, specie nelle grandi adunate di letterati e politici del giovedì. In quel salotto riformatore, con usi da antico regime, Germaine invece era a suo agio - e intanto era diventata una ragazza «brusca di corpo e di idee», con una voce da ragazzo e «frasi robuste».
Con questa formazione, e una volontà a dominare «tutto, tranne i suoi impulsi» (come scrive il biografo Ghislain de Diesbach), si capisce che Germaine concepisse il proprio salotto come un corpo dello Stato. Da quella postazione, diventata - sposando a vent´anni, e dopo anni di negoziazioni, l´ambasciatore svedese barone de Staël-Holstein - madame de Staël, ottiene per un amante, convertito al costituzionalismo, il portafoglio della guerra; e protegge e aiuta a fuggire gli amici perseguitati dal 10 Agosto e dal Terrore.
Era pronta anche, al limite, per un Repubblica virtuosa. Ma si capisce pure che tutti i governi che si succedettero dal 1792 al 1814 abbiano curato di tenerla lontana da Parigi, e che lei abbia a volte confuso nelle sue argomentazioni la causa della Libertà col suo diritto a abitare a rue du Bac. Ed è naturale, anche se stupefacente, che nell´ultima sua opera - dopo vent´anni d´esilio, e aver corroborato l´Illuminismo, sognato la Repubblica, fondato il Romanticismo e combattuto il dispotismo - madame de Staël, nella sua requisitoria contro il suo grande nemico, e l´unico alla sua altezza - Napoleone - lo condanni con un´imputazione antiquata: la sua nefasta conversazione.
Dieci anni d´esilio, uscito postumo nel 1821 (ora introdotto da Benedetta Craveri nella traduzione di Carlo Caruso per l´editore Dadò, pagg. 343, euro 17, in libreria o presso www. editore. ch) è stato scritto nel 1811-1812, negli anni cioè in cui l´Imperatore mandava al macero De l´Allemagne, il saggio di madame de Staël che fondò il Romanticismo. Il 3 ottobre 1810 il capo della polizia il duca di Rovigo le interdiceva il libero uso dei porti di Francia e, per raggiungere l´Inghilterra, madame de Staël dovette partire di nascosto, salendo in carrozza con in mano solo un ventaglio, e arrivare a Londra passando per San Pietroburgo. Così, Dieci anni d´esilio è composto di due parti, un ritratto di Napoleone, e il viaggio in Austria, Russia e Svezia; testo straordinario dovunque, e sempre veloce, vivace e naturale. Benedetta Craveri dà la chiave profonda dell´enigma: Napoleone il Tiranno è odioso perché è l´opposto del padre, il riformatore, e quasi uno «sposo mistico».
Ma la Craveri sottolinea pure una riga della Staël: la sua disgrazia è dovuta al suo talento nella conversazione.
Eppure, al primo incontro con Bonaparte, la baronessa de Staël prova « il senso di timore più pronunciato» della sua vita, e non riesce a rivolgergli la parola. Era allora almeno magro e pallido, come divorato interiormente; e i suoi modi mostravano «imbarazzo senz´ombra di timidezza». Poi, era ingrassato senza nobiltà. Di ritorno dall´Egitto, nell´inverno 1797, Napoleone raccontava aneddoti militari con una specie di talento «da italiano»; madame de Staël è sempre stranamente in soggezione: ma una donna riesce a togliere al Generale la parola.
E´ bella, e vivace; è Sophie de Condorcet, la vedova del philosophe; ancora anima a Auteuil - nella casa di campagna che ha accolto mille dispute, e tanti pranzi, dei Lumi - il circolo degli Idéologues. Napoleone le si para davanti: «Non amo, Signora, che le donne si occupino di politica». «Avete ragione, generale», risponde madame de Condorcet, «ma, in un paese in cui si taglia la testa alle donne, è naturale che esse desiderino conoscerne il motivo». Madame de Staël riflette che se Napoleone si fosse scontrato più spesso con la forza dell´esprit, avrebbe dovuto moderarsi. Invece diceva alle signore: «Fatemi dei coscritti»; ma era infastidito dalle donne, «c´è qualcosa di disinteressato, nella loro esistenza, che lo disturba profondamente».
Procede così, il racconto, sempre incrociando levità e valori dell´ancien régime con uno sguardo femminile - già nel 1802 il romanzo Delphine aveva patrocinato i diritti delle donne, e il divorzio. Ma è soprattutto emozionante - nella scrittrice che con Corinne e De l´Allemagne ha additato all´Ottocento il romanticismo - il recupero, nell´ultima sua opera, della grazia settecentesca; come se sfoderare l´arma dell´esprit fosse un estremo dileggio per il mondo militaresco dell´Impero, e una rivendicazione di superiorità. E´ questa grazia che colora il duello ineguale di quindici anni, «il suo onore eterno».
Quando il 18 Brumaio Bonaparte fa il colpo di Stato, madame de Staël riceve la visita del più giovane, geniale e scriteriato dei suoi amanti, Benjamin Constant. Intende fare un discorso contro la tirannia: ma, la avverte, questo distruggerà il suo salotto.
Madame de Staël lo incoraggia. Aspetta degli amici, la sera: alle cinque, riceve dieci biglietti di scuse. E´ la noia: il suo «spettro». Per dare al suo animo «tutto il movimento necessario per non divorarsi da sola», negli anni dell´esilio Germaine aveva creato un nuovo salotto a Coppet, l´incantevole rifugio presso Ginevra, con i pampini a incorniciare il lago, e i visitatori che convergevano a quelle «grandi Assisi della coscienza europea» - tutto un arsenale antinapoleonico pronto a infiammarsi per l´amica allumeuse madame Récamier. Per svagarsi, a Weimar nel 1803 madame de Staël aveva conversato con Goethe e Schiller, riportandosi dietro come precettore dei figli (cinque in tutto) Schlegel. Ma fu per stordirsi dopo la perdita del padre che viaggiò in Italia; e nacque, nel 1807, Corinne ou l´Italie, ritratto del paese e di una donna di genio abbandonata per una creatura dolce e insignificante - che era una sua esperienza costante.
Il 17 febbraio una grande esposizione celebrerà a Arezzo, a casa Vasari, «Madame de Staël e l´Italia». L´inverno dell´uscita del romanzo, la pittrice Vigée-Lebrun aveva costretto le forme opime della Staël in un ritratto idealizzato di Corinna che suona la lira su uno sfondo campano. A duecento anni dal romanzo, il valore storico e letterario della Staël brilla di nuova evidenza; come già diceva il critico Sainte-Beuve in un articolo del 1835, Corinna, a distanza, risalta ancora meglio sul Capo Miseno.