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 2007  gennaio 26 Venerdì calendario

Apprendiamo con piacere che ad Elvio Zornitta, l´ex mostro di Azzano Decimo al quale sino alla settimana scorsa venivano attribuiti «due occhi di ghiaccio», è stato ora offerto un lavoro

Apprendiamo con piacere che ad Elvio Zornitta, l´ex mostro di Azzano Decimo al quale sino alla settimana scorsa venivano attribuiti «due occhi di ghiaccio», è stato ora offerto un lavoro. L´impiego precedente lo aveva perduto perché tutti gli italiani, compreso il suo principale, pensavano che fosse lui Unabomber, inchiodato da un paio di forbici che, secondo perizie e superperizie, avevano accomodato un lamierino in una bomba che fu trovata inesplosa. Ebbene, adesso che, com´è noto, quella «prova regina» è risultata falsa, la patacca di un famoso e stimatissimo consulente dei magistrati, Elvio Zornitta non ha più gli occhi di ghiaccio, e tra qualche giorno entrerà a far parte dell´ufficio tecnico della Eureka, una ditta che produce mobili a 50 chilometri dal suo paese. Il titolare, che si chiama Giuseppe Covre, lo ha assunto, ma senza – sino ad oggi – ostentare demagogia enfatizzata né carità pelosa. E perciò ci dispiace che alla sobrietà e alla pulizia del suo piccolo grande gesto possano nuocere queste nostre parole elogiative, che forse turbano la struttura discreta del fatto. Rischiano infatti di introdurvi un´inevitabile retorica che lo corromperebbe, come una coda opportunistica. «L´ingegnere cattolico» Elvio Zornitta che, per la verità, neppure la settimana scorsa aveva «gli occhi di ghiaccio» ma già gli occhi perduti dei poveracci, ha raccontato al collega Gianluigi Nuzzi del Giornale che deve questo suo nuovo lavoro ad una compagna di sua figlia di 11 anni. Provando rabbia e pena, la bimba ha mobilitato tutte le sue amiche, le quali a loro volta hanno fatto appello alle proprie famiglie, alla scuola e all´intero paese per aiutare questa vittima, questo martire della patologia giudiziaria italiana. Per stima, per amore, e per l´affinità elettiva di un mondo finalmente commosso e trepidante, ha ritrovato dunque un pochino di normalità l´ingegnere che era annegato nel brodo acido del disprezzo collettivo. Per ben cinque anni infatti le cattive coscienze giudiziarie hanno sbranato il galantuomo, sino a fabbricare, come si sa, «la prova del nove», a contraffare i reperti, a truccare la Giustizia. E purtroppo c´è un´intima solidarietà tra chi ha inventato quelle prove e la ditta che lo ha licenziato, ma anche tra la persecuzione giudiziaria e la lapidazione mediatica che lo ha coperto di insulti, lo ha descritto come una feccia, come la schiuma della terra. Vale dunque la pena di correre il rischio della retorica e di mettere sotto la lente di ingrandimento un episodio apparentemente marginale come questo, perché il caso Zornitta dovrebbe turbare e sconcertare chiunque, qualsiasi studente di Diritto, qualsiasi cittadino, qualsiasi persona per bene, un po´ come avvenne circa quaranta anni fa con il caso Valpreda, quando un incendio generazionale travolse il Diritto e i diritti. Trentotto anni dopo, a difesa del nuovo mostro fabbricato in questura e in procura, le coscienze indignate non hanno organizzato manifestazioni di piazza, gli intellettuali non hanno firmato appelli, nessun pamphlet è stato scritto. Eppure è a Pietro Valpreda che più somiglia Elvio Zornitta, «belva oscena e ripugnante», «mostro disumano», «personaggio ambiguo e sconcertante». Con un dispezzo a volte esplicito e più spesso sottinteso, Zornitta è stato «l´ingegnere cattolico» come Valpreda era stato il «ballerino anarchico». Se nella danza di quello c´era malignamente sottinteso il disordine dell´esplosione, nella scienza ingegneristica di questo c´è sottinteso il rigore matematico degli attentati. E se nell´anarchia del ballerino c´era l´odio del terrorista nichilista, nel cattolicesimo ostentato del "geniere" Zornitta c´è il fanatismo del serial killer: la sua fede, aveva scritto un giornalista, è « la tipica degenerazione della religione in una spiritualità fatta di ossessioni, di manie fredde e di deliri narcisistici». In entrambi i casi, quello di Valpreda e quello di Zornitta, è evidente l´intento denigratorio che ne ha fatto dei colpevoli già antropologicamente, mostri appunto, ma costruiti dagli investigatori falsificando le prove, e accreditati dai giornalisti che li hanno resi caricaturali e grotteschi. Anche il garbato ed elegante Enzo Tortora somiglia a Zornitta, benché quel caso, terribile perché fu la distruzione di un galantuomo, fu tuttavia giudiziariamente meno grave di questo. Ci furono infatti false testimonianze, ci fu la corrività di qualche magistrato, ma il pool investigativo di Napoli non arrivò a contraffare le prove, a modificare con le proprie mani un reperto. La giustizia che falsifica le prove non è più antagonista della delinquenza ma delinquenza essa stessa. Nel caso Tortora c´era la giustizia bendata che pasticciava, mentre qui la giustizia bluffa e imbroglia, solleva il lembo della benda e inventa oculatamente un colpevole. Non sappiamo quale svolta prenderà la vita di Elvio Zornitta, povero Unabomber in pantofole, perseguitato per cinque anni da un pool di ben quaranta investigatori e da due procure, scienziati raffinatissimi e giuristi sottili, collegati con Fbi e detective internazionali. Gli trovarono in cucina gli ovetti kinder e una fialetta di aroma alla vaniglia della Pane Angeli: «Gli stessi che Unabomber riempiva di esplosivi!». E gli nascondevano in casa le microspie che l´ingegnere regolarmente trovava «a conferma di una inquietante matta genialità!». Non sappiamo se Zornitta scriverà un libro come adesso gli consigliano quegli stessi giornalisti che lo misero in croce. O collaborerà a quel film su Unabomber che già gli hanno proposto. O forse passerà la vita inseguendo nelle aule di giustizia un risarcimento materiale e morale che ovviamente gli sarà negato, perché "i pool antiqualcosa" sono macchine giudiziarie poco decifrabili, a responsabilità collettiva. Non sarà facile stabilire quale degli investigatori ha materialmente falsificato la prova e sarà impossibile accertare la responsabilità di tutti quegli altri che non se sono accorti, perché faceva comodo chiudere il caso, e perché, come direbbe Sciascia, "i professionisti dell´anti" sono macchine che producono conformismo, pronte ad acchiappare il primo luogo comune per far tornare la calma nel pollaio. Oppure infine Zornitta tornerà alla sua anonima vita, che è fatta di normali stramberie come quella di tutti, pazzie tollerate e tollerabili fin quando non finiscono sui giornali, o in televisione, stranezze e scarti che non sono prove a carico. E magari in quel suo sospettatissimo capannone applicherà il genio matematico per rompersi il capo sul più italiano dei quesiti. Anche lui si chiederà perché in questo paese la giustizia ha periodicamente bisogno di fabbricare un mostro, un grande vecchio, una cupola, di trovare non il colpevole dei delitti ma il responsabile di una ossessione ciclica, il diabolus absconditus, con un paio di quegli occhi di ghiaccio che i bravi giornalisti ormai non negano a nessuno.