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 2007  gennaio 26 Venerdì calendario

«La Cina cresce rapidamente, è vero, ma uno sviluppo basato sull’industria manifatturiera non dà potere, non ci rende una superpotenza»

«La Cina cresce rapidamente, è vero, ma uno sviluppo basato sull’industria manifatturiera non dà potere, non ci rende una superpotenza». Zhu Min, vicepresidente della Bank of China, cerca di rassicurare il pubblico del Forum di Davos che quest’anno discute soprattutto del progressivo slittamento del potere dall’Occidente ai Paesi asiatici di nuova industrializzazione, Cina in primo luogo. « già successo negli anni ’70 col boom industriale del Giappone: temevate di essere colonizzati e invece non è successo nulla. Il potere viene con l’innovazione, la produttività, l’alta tecnologia, e lì non ci siamo ancora». Imprenditori, politici e accademici di una comunità da anni impegnata a sostenere il processo di globalizzazione – gente che ha fortemente creduto che le libertà economiche prima o poi avrebbero promosso la diffusione delle libertà politiche anche nei Paesi retti da regimi dittatoriali – stavolta ascoltano con scetticismo. Per molti di loro Pechino è ormai un partner insostituibile, ma nessuno si nasconde che la crescita del gigante asiatico pone interrogativi crescenti su vari fronti, da quello ambientale (oltre a un grande produttore di ricchezza, la Cina sta diventando anche una formidabile fabbrica di inquinamento) a quello finanziario: cosa farà Pechino delle sterminate riserve accumulate grazie all’enorme attivo dei suoi scambi con l’estero? Nei suoi forzieri ci sono riserve per oltre mille miliardi di dollari. Qualcuno teme che, se dovesse esplodere un conflitto politico con gli Usa, questa massa di dollari potrebbe essere usata proprio per indebolire la valuta americana. Scenario inquietante ma semplicistico: quella cinese è una classe politica pragmatica che certamente non ucciderà la gallina dalle uova d’oro che le ha consentito di crescere così rapidamente. L’allarme tra gli analisti c’è, ed anzi sta crescendo, ma segue percorsi diversi. Il primo riguarda il modo in cui queste risorse verranno impiegate; probabilmente la Cina si appresta ad effettuare acquisizioni su larga scala di imprese europee e americane: Lenovo che compra i computer Ibm è stato solo un antipasto. uno scenario al quale l’Occidente non è preparato, ma probabilmente sarebbe il minore dei problemi. Ad esempio il Wall Street Journal ha calcolato che, investendo solo un quarto del suo surplus commerciale nel settore della difesa, Pechino potrebbe creare in pochi anni un apparato militare più vasto di quello americano (anche se tecnologicamente meno sofisticato). Il secondo filone è quello della crescente «fame» cinese di petrolio e di altre risorse naturali. Con la sua liquidità praticamente infinita e una politica spregiudicata (ad esempio in Sudan) Pechino è destinata a cambiare in modo radicale i rapporti di forza nei mercati dell’energia sui quali già pesa la nuova aggressività dell’«orso» russo (Putin sta usando da tempo gas e petrolio come arma politica). Bill Emmott ha ragione quando sottolinea che la formula di incontri come quello di Davos comincia ad essere logora ( Corriere di ieri), un po’ meno quando considera l’emergenza energetica «superata» dal recente calo del prezzo del petrolio. Fino a non molto tempo fa il mondo degli affari si è illuso che problemi così gravi sarebbero stati gestititi con una certa saggezza da un regime cinese orientato a creare un’economia di mercato, sia pure governata con un ferreo paternalismo: una scelta che appariva giustificata dalla difficoltà di far crescere in modo ordinato un Paese nel quale vive quasi un quarto della popolazione mondiale. Ora, invece, cresce il timore che il «corporativismo leninista» introdotto dal regime possa spingere il Paese verso una situazione di grave instabilità, visti, anche, i livelli di corruzione nei quali sta sprofondando il Partito comunista cinese.