Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  gennaio 25 Giovedì calendario

Addio «compagno», ormai è un insulto ai gay. Corriere della Sera, giovedì 25 gennaio PECHINO – Frequentare i campus universitari cinesi è rilassante e divertente

Addio «compagno», ormai è un insulto ai gay. Corriere della Sera, giovedì 25 gennaio PECHINO – Frequentare i campus universitari cinesi è rilassante e divertente. Cammini fra i vialetti di parchi fascinosi e leggendari, ti imbatti in dialoghi del genere. «Ciao compagno...» «Tu, compagno, non me lo dici...» «Perché compagno?» «Perché... compagno sarai tu...». Nella lingua parlata cinese il rischio di afferrare in modo sbagliato il tono di una sillaba è sempre dietro l’angolo, per cui meglio affidarsi alle certezze di chi mastica il mandarino alla perfezione. Senza se e senza ma. Del resto, un accento fuori posto trasforma il sostantivo mamma o nel sostantivo cavallo o nel sostantivo canapa o nel verbo insultare. proprio una questione di sfumature ma sfumature che contano assai: dunque occorre procedere cauti. Nessun fraintendimento. Questa volta è proprio così: dirsi o darsi del compagno è un insulto o giù di lì. Una brutta cosa. «Compagno...sarai tu». Una breve indagine e si scopre dell’altro. I tempi cambiano e cambiano in fretta. I ragazzi in ogni angolo del mondo sono fantasiosi e sanno inventare un gergo che solo loro capiscono e che solo loro utilizzano. Salvo poi costringere i linguisti ad aggiornare i vocabolari. I ragazzi cinesi hanno inventato l’ultima. Compagno – perdonino i gay per la caduta di stile e perdonino i lettori giustamente sensibili per la volgarità ma qui non se ne può fare a meno – significa, nello slang più slang, culattone o chissà quante altre robacce del genere. Per dirla con il dizionario e in maniera un po’ più accettabile: omosessuale passivo. Due ideogrammi, una parola tonghzi – pronuncia tonge con la g palatale, un accento sulla «o», una «n» appena pronunciata, e i sinologi puristi perdonino la banalizzazione – un significato che letteralmente in cinese sta per «medesima volontà o medesimo intento» ma che nell’uso comune è «compagno». Durante la grande rivoluzione culturale erano tutti «tonge» per disposizione delle guardie rosse. Mamma mia. Oggi chissà che cosa accadrebbe. La storia di questa evoluzione lessicale in verità è dovuta proprio alla comunità gay che in Cina ha il suo Iraq dovendo combattere contro pregiudizi e cattiverie di ogni sorta. Indagando con curiosità, perché fa un certo effetto sentire l’animosità con la quale i ragazzi evitano di darsi del compagno o se lo danno con lo scopo di mandarsi al diavolo o altre volte semplicemente per prendersi in giro e scherzare, si scopre che alle origini di tutto vi è un festival del cinema omosessuale organizzato niente meno che nel 1989 – una data che la Cina già non ricorda volentieri – a Hong Kong. Lo ha ammesso l’artista Lin Yihuo al quale è stato chiesto paro-paro: lo sa che la parola compagno è divenuta sinonimo di omosessuale, merito suo? «Credo di sì». Ha risposto lui gentile. «C’era una rassegna e molti temevano di rivelare la loro identità, avevano paura di dichiararsi omosessuali. Allora pensai di stimolarli con una famosa frase del padre della Repubblica, Sun Yat Sen. La frase diceva: la rivoluzione non è ancora riuscita. I compagni devono ancora impegnarsi. Era un modo di coinvolgerli, di aiutarli a superare i timori». Da lì in poi il passaggio è stato breve. E imprevisto. Ma i ragazzi sono ragazzi, ad ogni latitudine. Dapprima è stata la comunità gay di Hong Kong e di Macao a ricorrere al vocabolo ma con l’intento di sottolineare la gentile attenzione di un amico verso un amico. Dire compagno era come dire, nell’etimologia più autentica: condividiamo il medesimo sentimento. Poi tutto è trasceso. Uscendo dai territori di Hong Kong e di Macao, le ex colonie, «tonge» è stato assimilato dal gergo delle ultime generazioni universitarie e si è trasformato in qualcosa di diverso. Molto diverso. Fabio Cavalera