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 2007  gennaio 17 Mercoledì calendario

Libero, mercoledì 17 gennaio 2007. Como, venerdì 12 gennaio. Dichiarazioni di Mario Frigerio rilasciate ai carabinieri di Como il 20 dicembre e contenute nell’Ordinanza di convalida del fermo firmata dal Gip Nicoletta Cremona

Libero, mercoledì 17 gennaio 2007. Como, venerdì 12 gennaio. Dichiarazioni di Mario Frigerio rilasciate ai carabinieri di Como il 20 dicembre e contenute nell’Ordinanza di convalida del fermo firmata dal Gip Nicoletta Cremona. «Lunedì 11 dicembre io e mia moglie Valeria Cherubini siamo tornati poco prima delle 18, dopo essere stati all’Esselunga. Una volta a casa non abbiano notato niente di strano ma poco prima delle 20, mentre aspettavo il Tg di Canale 5 ho sentito delle urla. Ho pensato a un litigio. Le urla erano disumane e di una voce femminile. Ho detto a Valeria, che stava scendendo con il cane, di aspettare. Ma c’era un problema perché il nostro cane era incontinente. Quando le urla sono terminate e c’era tutto silenzio, insieme siamo scesi. Saranno stati dieci minuti dopo avere sentito l’urlo. Lei camminava davanti e io ero dietro. A un certo punto, arrivati sul pianerottolo dei Castagna, ho visto la loro porta aprirsi molto lentamente. Dentro casa Castagna la luce era spenta ma si vedevano come i bagliori di alcune fiamme. La porta subito dopo si è richiusa per poi riaprirsi ancora lentamente. A quel punto ho visto una faccia a me nota, era Olindo il nostro vicino e non volevo crederci. Mi sono chiesto: «Cosa ci fa l’Olindo in quel casino?». Ho rimosso subito ma mi sono rimasti impressi gli occhi con cui mi ha guardato. Sembravano gli occhi di un diavolo. Se non avessi riconosciuto quella faccia io non mi sarei mai avvicinato alla porta. In quel momento lui mi ha buttato a terra e mi ha ripetutamente colpito, mi dava dei gran pugni, anche pedate dappertutto, aveva una forza tremenda. Mentre cadevo ho visto che dalla tasca destra dei pantaloni cercava un oggetto, e a quel punto mi ha colpito alla gola con un coltello. Non ho sentito male né dolore, è stato un attimo. Ricordo che l’uomo che ho visto aveva la testa grossa, i capelli corti, l’attaccatura bassa e la carnagione olivastra. Ai carabinieri non ho detto subito che era l’Olindo. Ma non perché volessi coprirlo, per carità, semplicemente perché io stesso stentavo a crederlo. Lui mi ha preso in modo che mi ha messo giù con la testa e mi è venuto sopra, e lì mi ha tagliato la gola. In quel momento ho soltanto sentito mia moglie che gridava: ”No, no, no”. L’ha ripetuto quindici volte quel ”no”. Subito dopo lui è andato da lei, ho soltanto visto che Valeria cercava di divincolarsi. Lui deve avere preso il coltello di nuovo perché ho sentito mia moglie gridare: ”Aiuto!”. E il cane che lei aveva al guinzaglio abbaiava. L’ho sentito proprio abbaiare. I miei figli mi hanno poi detto che anche il cane è morto, nell’incendio della casa. Per asfissia». * * * Gli inquirenti, come spiegato al capo 2) dell’ordinanza del Gip, scrivono che sulla utilitaria Seat Arosa di proprietà dei coniugi Romano è stata rinvenuta una traccia di sangue che corrisponde al profilo biologico di Valeria Cherubini. Al capo 3) ribadiscono che c’è stata piena confessione da parte di Rosa Bazzi. Una confessione resa con più precisazioni. La donna ha cercato più volte di addossarsi ogni responsabilità, affermando in una prima versione: «Mio marito non c’entra nulla, ho fatto tutto da sola. Da tempo ero esasperata, quella donna mi faceva paura, non sopportavo più i litigi e i rumori che venivano dalla sua casa disordinata. Anche suo marito Azouz mi faceva paura. Questi continuava a perseguitarmi con le sue irrisioni. Mi derideva di continuo. Lo faceva lui e lo facevano anche i suoi amici, quando venivano a casa a trovarlo. Una volta si è presentato sotto le mie finestre con i pantaloni slacciati. Ha tirato fuori il pene e mi ha detto che mi avrebbe scopata. Azouz nei giorni precedenti mi minacciò con un coltello, lo fece nel sottopasso del garage. Io ho riferito la cosa a mio marito il quale mi giurò che prima o poi gli avrebbe spaccato la faccia. Questo mi ha fatto star male». In una seconda versioneRosa Bazzi si addossa tutte le responsabilità degli omicidi, nel tentativo di scagionare il marito Olindo. Dice: «La sera dell’11 dicembre ero fuori a sistemare alcune cose di casa quando ho visto Raffaella rientrare da sola a piedi. Ho deciso di andarle dietro. Quando l’ho raggiunta sul suo pianerottolo e lei ha aperto la porta, ho constatato che la casa era buia, avendo io staccato il contatore quel pomeriggio. Mi ero portata un coltello da cucina e l’arnese in ferro che giorni prima mio marito aveva prelevato da una discarica, l’ho tenuto perché pensavo di usarlo per il giardinaggio. Ho raggiunto Raffaella in corridoio e l’ho colpita con il ferro e poi con il coltello. Mio marito in quel momento era in casa nostra, forse assopito sul divano. Lui è arrivato dopo, quando io stavo già bruciando la casa dei Castagna. Olindo mi ha aiutata soltanto a incendiare l’appartamento con due accendini e alcuni libri che abbiamo trovato. Lui ha cominciato a dare fuoco alla alla camera di Raffaella, io intanto ero in quella del bambino. Poi è arrivato Frigerio e siccome non era previsto Olindo lo ha colpito, mentre io ho intrapreso la colluttazione con sua moglie Valeria Cherubini. Subito dopo siamo corsi fuori, ci siamo liberati degli abiti che avevamo addosso e abbiamo buttato tutto nella spazzatura che abbiamo caricato sull’auto. Quella era parcheggiata in cortile, contrariamente a quanto detto. Poi abbiamo visto dei cassonetti vicino a casa in fondo al cancello sulla destra. Abbiamo buttato tutto lì dentro, Olindo aveva fatto più sacchi. subito dopo siamo andati a Como da McDonald’s, come dimostra lo scontrino che abbiamo tenuto. Ripeto: sono stata io, Olindo non voleva». Terza versione: «Voglio sottolineare che quando ho colpito Raffaella lei mi ha morsicato un dito. A quel punto ho infierito su di lei e l’ho accoltellata. Ricordo che in quel momento è arrivata anche la Cherubini, ma Olindo l’ha soltanto picchiata. Io invece l’ho accoltellata». * * * In una ulteriore precisazione dei fatti, Rosa Bazzi aggiunge: «Di coltelli ne avevamo due, io quello da cucina grande, mio marito il coltellino. Ma sono stata io ad accoltellare tutti quanti. Una volta finito ci siamo spogliati e abbiamo buttato tutto in un cassonetto che c’era lungo la strada a Lipomo. Olindo aveva fatto più sacchi e sapeva che alle cinque sarebbero passati a vuotarlo. Poi siamo ripartiti e una volta arrivati a Longone al Segrino ci siamo fermati a un ruscello, vicino c’era un lavatoio, e lì ci siamo lavati e puliti. Una volta arrivati a Como, Olindo ha buttato via anche le calze che erano sporche di sangue. Il coltello e la spranga che abbiamo usato erano in lavanderia. Li avevo preparati io una settimana prima». * * * In una nuova versione Rosa Bazzi aggiunge: «Non volevamo ucciderli ma solo spaventarli. Dare loro una lezione. Mio marito era arrabbiato anche con Castagna padre. vero che una volta abbiamo inseguito la Raffaella fino a Canzo e ci siamo fatti vedere, volevamo spaventarla. Poi io ho deciso di ucciderla e l’ho deciso circa una settimana prima di farlo. stato la domenica precedente, perché mi aveva svegliato con i rumori alle sei del mattino. Poi si stava avvicinando la data dell’udienza in tribunale del 13 dicembre. Lei ci prendeva in giro, deridendoci per questo processo e ci diceva che ci avrebbe carpito denaro che lei avrebbe poi buttato via. La Castagna mi considerava una debole perché soffrivo di mal di testa. Ma alla fine sono riuscita a ucciderla. Lei e anche quel bambino che piangeva e gridava sempre. La nostra vita era diventata impossibile e volevamo dare una lezione a lei e a suo marito Azouz. Proprio lui aveva cercato di violentarmi, non solo si è slacciato i pantaloni quella volta ma mi ha anche palpeggiato e facendomi vedere il pene mi ha detto che me l’avrebbe fatto provare. Io gli ho puntato il coltello e lui è scappato. In vita mia non ho mai desiderato la morte di alcuno. Ma la rabbia del momento mi ha indotto ad agire». l’unica volta in cui Rosa Bazzi piange davanti al Gip. * * * Dichiarazioni di Olindo Romano: «Sono confuso ma sono anche deciso a dire tutta la verità. La famiglia Castagna/Marzouk era diventata insopportabile. Noi non ne potevamo più. Raffaella era irritante, lui un inurbano. Mia moglie ed io non ne potevamo proprio più di quelli lì. Rosa ha partecipato fin dall’inizio all’irruzione ed in particolare lei ha commesso l’omicidio del bambino, l’incendio della sua cameretta e successivamente anche l’omicidio di Valeria Cherubini. Meglio, l’omicidio della Valeria l’abbiamo commesso insieme. Io l’ho colpita con la spranga, mia moglie col coltello. La decisione di dare una lezione ai Castagna, io e mia moglie l’abbiamo presa insieme, due mesi prima, quando abbiamo ricevuto la citazione del tribunale per il processo del 13 dicembre. Perché non potevamo accettare di finire sul banco degli imputati. Con l’approssimarsi del processo abbiamo deciso di colpire figlia, madre e, se fosse stato presente, anche il padre. Perché il Carlo Castagna era secondo me il più bastardo di tutti. Ci eravamo messi da un po’ a studiare le mosse della Castagna e di tutto il vicinato per avere la sicurezza di non essere notati quando avremmo agito. La sbarra di ferro l’ho presa dal furgone. Mia moglie ha preso i coltelli dalla cucina. Nelle tre settimane precedenti ci eravamo appostati due volte sul pianerottolo per controllare i Castagna e agire, ma per motivi fortuiti non fu possibile. Quella sera dell’11 dicembre, quando li abbiamo visti arrivare, ci siamo detti: ”Proviamo”. Oltretutto, vedendo arrivare la macchina del Castagna padre, abbiamo pensato che ci fosse anche il bastardo. Era tutto pronto... Aprii la porta della palazzina con le chiavi di cui ero venuto in possesso (come già spiegato al Pm). Me le aveva date Daniela Messina, la mia ex vicina di casa. Siamo andati da loro. Mia moglie era dietro di me. La Castagna aveva riacceso la luce azionando il salvavita, entrai per primo e colpii con la spranga prima Raffaella, e subito dopo sua madre. Mia moglie intanto era andata dal bambino, quello lo ha ucciso lei. Dopo di che, dato che le donne erano a terra e si lamentavano, mia moglie le ha colpite col coltello. Avevamo già pensato di bruciare la casa anche se, in un primo tempo, lo avevamo escluso perché abbiamo pensato che potevamo rovinare anche la nostra. Arrivati lì, però, abbiamo ripensato all’incendio, stavolta per nascondere le tracce dopo quello che avevamo fatto e di cui ci siamo resi conto subito. Ho appiccato io il fuoco nella camera da letto della Castagna e ho chiuso la persiana. Ho istintivamente chiuso anche la porta. Ma quando l’ho riaperta mi sono trovato davanti Mario Frigerio, la cui presenza non era prevista perché lui non usciva mai a quell’ora. Quindi ho chiuso di nuovo la porta, ma dentro non si respirava più per il fumo che c’era. Così ho dovuto riaprire e affrontare il Frigerio. Vidi che c’era anche la Valeria Cherubini, la vidi che stava rientrando con il cane. La vidi proprio dalla finestra, era vicina al camper che c’era in cortile. Lì ho detto a mia moglie di tornare dentro fino a che la Cherubini non fosse arrivata fin su da noi. A quel punto, quando arrivò su, colpii anche lei. Ricordo poi mia moglie che aveva una mano sulla bocca della Cherubini, mentre io l’accoltellavo. Se non ho vuoti di memoria ricordo di non aver toccato il bambino. Lui lo ha ucciso Rosa. Prima di salire dai Castagna e fare quello che abbiamo fatto, non ci eravamo divisi i compiti. Ma ci eravamo preparati, tenevo in lavanderia i pantaloni che avevo programmato di usare, perché avevano le tasche laterali e potevo infilarci il coltello. Anche mia moglie aveva preparato i vestiti, pensando anche a dei passamontagna. Poi invece abbiamo lasciato perdere i passamontagna. A quelli non ci pensammo più e abbiamo preferito una felpa col cappuccio. Capisco che agire a volto scoperto fa pensare all’omicidio premeditato e, sinceramente, in questo momento non posso escludere che avessimo deciso di uccidere. Non posso escludere che io e mia moglie avessimo maturato la decisione di uccidere senza magari nemmeno esprimerci, perché questa era la volontà comune visto che siamo due persone che si capiscono anche senza parlare. So che ho sbagliato e che devo pagare per quel che ho fatto, ma chiedo solo di poter vedere mia moglie, ogni tanto». * * * Il Gip annota anche le querele fatte da Raffaella Castagna contro i due indagati. Olindo Romano minacciava la signora Castagna con le seguenti parole: «Se salgo ti prendo e ti porto giù con la bara. Non scendi viva. l’ultima volta, la prossima ti ammazzo». Il magistrato ha acquisito anche i tabulati dell’Enel in cui si prova che alle 17 e 40 dell’11 dicembre in casa Castagna ci fu l’interruzione della corrente elettrica. Distacco volontario manuale e selettivo. Il Gip ha tenuto in considerazione anche che, durante i primi accertamenti dei carabinieri su Olindo e Rosa, furono trovate escoriazioni recenti. Rosa aveva un dito ferito (il morso della vittima) avvolto in un cerotto sporco di sangue. Olindo riportava un ematoma al braccio e alcune escoriazioni. Il 12/12/2006 sulla utilitaria Seat Arosa dei coniugi fu trovata una tanica con tracce di gasolio fresco e due coltelli a serramanico. Segno che i due avevano disponibilità e dimestichezza con le armi. stato provato inoltre che i due indagati hanno utilizzato la lavanderia per cambiarsi i vestiti sporchi di sangue. Mentre sulla maniglia della porta di ingresso della palazzina di via Diaz è stata trovata una macchia di sangue, segno che la fuga degli assassini si è esaurita all’interno della corte stessa. C’è la piena correità da parte dei due indagati rei confessi, ammessa nell’interrogatorio davanti al pm del 10/1/2007. E c’è pericolosità sociale: visti i gravi indizi di colpevolezza, i pericoli di fuga, i pericoli di reiterazione e vista l’efferatezza dell’esecuzione dei delitti sproporzionata al movente che implica concreta pericolosità nei confronti della collettività, si rendono necessarie le misure di custodia cautelare in carcere. Degli indagati si individua anche personalità antisociale, un’indole particolarmente violenta e una labilità nella capacità di autocontrollo. Non si ravvisa nei due nessuna forma di pentimento, nessuna emozione. Olindo Romano durante l’interrogatorio ha perfino ironizzato: «Sapevamo che in carcere avremmo avuto vitto e alloggio gratuito. Sono rammaricato di non avere fatto fuori anche Carlo Castagna che era il più bastardo di tutti». Cristiana Lodi