Libero 21/01/2007, Oscar Giannino, 21 gennaio 2007
Gli scheletri di Telecom. Libero 21 gennaio 2007. Caro direttore, e cari lettori di Libero, certo voi tutti non potete stupirvi, che a oltre tre anni di distanza dall’avvio delle prime indagini della Procura di Milano sugli spioni di Telecom, e al terzo provvedimento successivo in 8 mesi di un giudice delle indagini preliminari milanese sui capi della sicurezza di Telecom, Tavaroli e Ghioni, nonché sulla banda di investigatori esterni di cui si servivano, come Cipriani e Bernardini, si compia esattamente ciò che da che l’indagine prese le mosse puntualmente vi predissero chi qui scrive, Davide Giacalone e pochissimi altri in Italia
Gli scheletri di Telecom. Libero 21 gennaio 2007. Caro direttore, e cari lettori di Libero, certo voi tutti non potete stupirvi, che a oltre tre anni di distanza dall’avvio delle prime indagini della Procura di Milano sugli spioni di Telecom, e al terzo provvedimento successivo in 8 mesi di un giudice delle indagini preliminari milanese sui capi della sicurezza di Telecom, Tavaroli e Ghioni, nonché sulla banda di investigatori esterni di cui si servivano, come Cipriani e Bernardini, si compia esattamente ciò che da che l’indagine prese le mosse puntualmente vi predissero chi qui scrive, Davide Giacalone e pochissimi altri in Italia. E cioè che solo alla fine, i pubblici ministeri e i giudici avrebbero puntato il dito accusatore contro il capo azienda che nel 2001 aveva rilevato Telecom Italia dai bresciani di Hopa pagandola una sproposito: Marco Tronchetti Provera. Quando l’indagine sulle migliaia di file illeciti costituiti per ordine della security di Telecom era pronta a una prima formalizzazione di provvedimenti rivolti contro i presunti responsabili di gravissimi reati - e stiamo parlando dell’autunno 2005, ora che siamo nel 2007 - alla Procura di Milano si bloccò tutto. Perché in Procura prevalse la tentazione di usare l’indagine su Telecom come una tagliente spada di Damocle sospesa sulla testa dei vertici aziendali, in modo da convincerli rapidissimamente a offrire la massima cooperazione per coinvolgere il Sismi nella vicenda del sequestro Abu Omar, dossier che ai magistrati milanesi interessava prioritariamente per questioni di politica non solo interna - screditare la politica estera e di difesa del governo Berlusconi - ma internazionale, cioè affondare un colpo severo nel rapporto storico tra Italia e Stati Uniti. Il dopo Rovati Dopodichè, avvertimmo i lettori che la mano dei magistrati sui vertici di Telecom avrebbe risentito di un’altra graduazione: si sarebbe tenuto conto della difficile condizione di iper-indebitamento della catena di controllo di Telecom Italia facente capo a Tronchetti Provera, con un occhio attento a come la politica e palazzo Chigi avrebbero maneggiato la partita. E infatti, nel corso dell’estate scorsa, tutti ricorderete il maxi scandalo della Prodi Bank, che da palazzo Chigi emanava comunicati di scomunica del nuovo piano societario annunciato da Tronchetti, e gli inviava invece via fax un contro-piano basato sulla separazione tra rete mobile e rete fissa, per ripubblicizzare quest’ultima, attraverso l’azione concomitante di cassa Depositi e Prestiti e fondazioni bancarie ”amiche”. Sull’onda della pessima figura prodiana, Tronchetti potè capitalizzare qualche settimana di popolarità come simbolo della grande impresa privata sulla quale il governo dell’Unione tentata di riallungare le mani. Ma intanto aveva dovuto fare un passo indietro e cedere la mano alla presidenza di Guido Rossi. Anche allora, ci abbiamo azzeccato: se ricordate, scrivemmo che il grande ”societarista” in una prima fase avrebbe di sicuro svolto la funzione di parafulmine per conto di Tronchetti nei confronti di iniziative giudiziarie. Ma poi, passata la buriana dei primi mesi, predicemmo che fatalmente il professor Rossi avrebbe sempre più tenuto conto di chi comanda ormai davvero, nell’intreccio banco-industriale dell’Italia prodiana: e cioè della Super-Intesa guidata dal professor Bazoli. E in conseguenza, passando Rossi dal ruolo di difensore di Tronchetti a quello di traghettatore della Telecom nell’era post-Tronchetti, ecco che finalmente pm e Gip milanesi avrebbero trovato il coraggio di scrivere: cioè che una montagna di circostanze di fatto indicavano che i Tavaroli e i Ghioni per anni e anni in Pirelli prima, e in Telecom Italia poi, non avrebbero mai potuto mettere in piedi una macchina di controlli illeciti senza che chi guidava la società ne sapesse nulla. Ma poichè ancora una volta i Gip milanesi indicano stavolta il ”bersaglio grosso” ma non affondano il colpo, e soprattutto per la ragione che siamo garantisti a tutta prova e dunque ci guardiamo bene dal considerare Tronchetti colpevole, a questo punto vogliamo indicarvi solo le ulteriori conseguenze possibili, del gorgo strisciante di delegittimazione giudiziaria che sempre più si avvicina a ghermire Tronchetti. A partire, naturalmente, dal futuro di Telecom e il sistema televisivo italiano, fino a Rcs e il Corriere della sera. Il presidio dei ”bazoliani” In Telecom, il patto di sindacato steso da Mediobanca e Generali - soprattutto per l’intervento di Cesare Geronzi - a tutela del controllo esercitato da Tronchetti una volta che rinunciava ai poteri diretti di gestione, non è una cinta muraria ma un ponte: serve a garantire che la ritirata di Tronchetti, questa volta dall’80% di Olimpia che controlla il 18% di Telecom, possa avvenire senza precipitazione, trovando uno o più compratori ”giusti”. Dove per ”giusti” Tronchetti legge il più possibile pronti a pagare un premio di controllo tale da avvicinarsi almeno in parte a quel prezzo doppio rispetto ai corsi attuali pagato cinque ani e mezzi fa. Ma per chi dà le carte oggi in Italia, Bazoli che con la fusione Hopa-Mittel mette in tasca un altro 4% di azioni Telecom a cui si sommano quelle del raider amico Zaleski, compratori ”giusti” significa invece un’altra cosa: un gruppo che sia allineato rispetto all’attuale superconcetramento di forze finanziarie in atto a Brescia, e che non si metta per traverso rispetto alle ambizioni che i bazoliani nutrono su Generali e Mediobanca. Ma finché non avranno avuto qualche trovata ”italiana”, il ballo dei pretendenti delle quote di Olimpia è stato aperto a concorrenti esteri, i fondi americani come Blackstone e il Carlyle guidato in Italia dall’ex Telecom nonché figlio dell’Ingegnere, Marco De Benedetti, gli indiani di Hinduja, i russi di Sistema del miliardario Evtushenkov. Ma state pur tranquilli: il balletto degli stranieri serve solo a tenere su il titolo in Borsa, perché Bazoli e Guido Rossi di dare Telecom Italia a stranieri non ci pensano proprio. Sarebbe come ridare smalto al piano Rovati della Prodi Bank, e non è detto che non possa ricacciare in qualche altra forma. La rivincita in via Solferino I grandi gruppi internazionali delle tlc, che sono assai poco preoccupati di una Telecom Italia, possono permettersi di guardare alla vicenda con distacco. Piuttosto, il giorno in cui in Olimpia subentrassero nuovi soci che non dovessero più finalizzare tutta la pingue generazione di cassa della società alla remunerazione del debito di Tronchetti, ma pensassero invece a ad ampliare gli investimenti, allora qualche grande gruppo estero come Vodafone si comprerebbe probabilmente Fastweb per aumentare la concorrenza a Telecom sulla banda larga. All’Ulivo - seconda conseguenza - in quel caso verrà una grande acquolina in bocca, perché dal calderone di una Telecom Italia ”rifocalizzata” non più sui propri debiti, inevitabilmente i nuovi soci potrebbero volersi disfare di Telecom Italia media, la scatola mediatica che controlla La7 e Mtv. La riforma Gentiloni della tv abbatte gli affollamenti pubblicitari e taglia brutalmente la raccolta Mediaset: in altre parole, delle reti attuali solo La7 potrebbe beneficare della pubblicità tv che la tagliola televisiva escogitata dal governo vuole mettere sotto i piedi degli eredi Berlusconi. Inutile dire che i candidati al La7 sono tanti, e in prima fila c’è De Benedetti, che secondo alcuni non a caso è tornato a fare in prima persona il presidente del suo gruppo editoriale, dopo anni in cui ormai si divertiva più che altro a ospitare Bazoli e politici sulla sua barca. Infine, il Corriere. Per Rcs come società e per Paolo Mieli, l’ingorgo giudiziario intorno a Tronchetti cambia le carte in tavola. Anche questo ve lo abbiamo scritto, quando recensimmo il libro che Massimo Mucchetti qualche mese fa ha dedicato a via Solferino proprio partendo dalle intercettazioni illecite di cui egli e l’amministratore delegato di allora Vittorio Colao furono vittime. Colao, bazoliano, è stato mesi fa defenestrato di brutto, una delle poche sconfitte sin qui registrate dal super mazziere bresciano della finanza italiana attuale. Col suo allontamento, Geronzi volle dimostrare a Bazoli che non era detta l’ultima parola, su chi comandava davvero in Italia. Se Tronchetti paga il fio giudiziario o comunque di fatto brutalmente ridimensionato, come si registra dal fatto che ormai nessuno più dei grandi nomi dell’impresa italiana lo difende, al Corriere potete giurarci che si torna alla cadenza che Bazoli preferisce. Guardate quante cose, si possono leggere nella scandita gradualità che accompagna da anni gli atti giudiziari milanesi su Telecom. In nome della legge? Consentitemi un cachinno finale: in nome del potere, e di una delle più dure battaglie per contendersene uno dei pezzi maggiori, in Italia. Oscar Giannino