Alberto Costa, Corriere della Sera 24/1/2007, pagina 50., 24 gennaio 2007
Intervista a Marcello Lippi. Corriere della Sera, mercoledì 24 gennaio MILANO – Il viaggio alla ricerca delle radici di un allenatore campione del mondo è un pellegrinaggio tra i ricordi di un calcio che non c’è più
Intervista a Marcello Lippi. Corriere della Sera, mercoledì 24 gennaio MILANO – Il viaggio alla ricerca delle radici di un allenatore campione del mondo è un pellegrinaggio tra i ricordi di un calcio che non c’è più. Sotto la punta dell’iceberg del trionfo tedesco, Marcello Lippi ha stipato panchine di provincia, esoneri, amarezze e gioie che gli sembravano incontenibili. Fino alla notte berlinese dello scorso 9 luglio. Marcello Lippi, da dove partiamo con il suo amarcord? Dal profumo di bomboloni? «Si, partiamo da lì. Mio padre aveva una pasticceria. Ha fatto tanti lavori, mio padre. Sempre con grande impegno e dignità ma non ha avuto molta fortuna. I dolci sono stati una costante: prima ha fatto il rappresentante, poi ha preso un laboratorio in cui li produceva direttamente, poi la pasticceria». Elei? «Facevo le brioche e i bomboloni, andavo a fare le consegne ai bar. Ricordo certe teglie piene di dolciumi... Le mettevo sul manubrio della bici e andavo. Sapesse quante me ne sono cadute per colpa delle buche in strada! E poi mi piaceva decorare le torte con la crema. Sono stato sempre portato per il disegno. Al di là della pasticceria di famiglia, un anno ho lavorato anche come elettricista». Quando e come è stato contagiato dal virus del pallone? «Io abitavo nella fascia di case tra il mare e la pineta. Ogni anno, in occasione del torneo di Viareggio, c’era il Milan che alloggiava in un albergo vicino a casa. Con gli amici rompevamo le scatole ai giocatori: chiedevamo distintivi e maglie, ci proponevamo come raccattapalle. Avrò avuto 8 o 9 anni. Una volta quelli del Milan ci hanno regalato due magliette e siccome nella nostra compagnia eravamo in sette-otto, i nostri genitori ce ne hanno comperate delle altre. Così la prima squadretta aveva i colori del Milan. Giocavamo fino a quando faceva buio negli spiazzi in mezzo alla pineta. lì che si impara a giocare a pallone». Dalle partitelle con gli altri bambini alla prima squadra degna di questo nome. «La Stella Rossa. A Viareggio era quella con il vivaio migliore. Era una specie di cellula comunista ma la politica non c’entrava, anche se in pullman ci facevano cantare ”’Bella ciao’’ e ”’Soffia il vento’’. L’anno prima giocavo nella squadra dei preti». Il ragazzino Marcello Lippi giocava già in difesa? «No. Ero una mezz’ala. Anche con gli Allievi della Samp giocavo da mezz’ala. Ero già alto, un po’ lento. A cambiarmi ruolo fu Cherubino Comini, un educatore e un istruttore prima che un allenatore: dopo due o tre anni nelle giovanili blucerchiate mi fece giocare da libero». Che cosa le ricorda questa data: 1 settembre 1964? «Fu il mio primo giorno a Genova. Mi accompagnò mio padre in treno e mia madre mi volle vestire perbene ma avevo un solo vestito elegante: un gessato di flanella abbinato a una camicia rosa. Così arrivai intriso di sudore al pensionato di via Fieschi. Mio padre non si decideva a salutarmi e io non vedevo l’ora che se ne andasse. Poi però, quando se ne andò per davvero, mi resi conto di essere rimasto solo: andai in bagno e mi misi a piangere». Genova, la sua seconda città. «Feci tutta la trafila nelle giovanili della Samp fino alla De Martino. Poi nel ’69 Occhetta, d.s. del Savona, mi volle in prestito perché il loro libero si era spezzato una gamba. Così giocai tutta una stagione in serie C». Che anni, quegli anni... «Io il ’68 non l’ho vissuto. Mi ero tuffato con entusiasmo e determinazione nell’avventura calcistica, tutto il resto veniva dopo. E poi facevo il militare a Bologna dal lunedì al venerdì. Il sabato tornavo a Genova, ero sempre convocato ma non giocavo mai. Mangiavo e ingrassavo, mi chiamavano Quintalino». Quelli furono anni chiave anche incampomusicale. «Erano i tempi della Bussola, da lì passavano tutti i più grandi cantanti del mondo. Forse solo Frank Sinatra non ha cantato alla Bussola ma Celentano e Mina, da sempre i miei preferiti, ci venivano spesso». E lei, senza un soldo in tasca, come poteva permettersi l’ingresso nel tempio della musica? «Mio cugino era direttore di sala e mi faceva entrare, altrimenti la Bussola me la sognavo». Era per i Beatles o per i Rolling Stones? «Preferivo i Beatles ma in realtà ho sempre amato la musica italiana. Dopo Mina e Celentano ci furono Battisti, Cocciante...». Si dice che lei avesse una bella voce. «In effetti non era male. A militare, dopo il contrappello, facevamo dei piccoli spettacoli e io imitavo Sergio Bruni e Dino: i miei cavalli di battaglia erano ”’Il mare’’ e ”’I tuoi occhi verdi’’». Altre vocazioni artistiche di Marcello Lippi? «La pittura. Nel ’71-’72 io e Nello Santin lasciammo via Fieschi e andammo a vivere presso una famiglia. Il padrone di casa amava dipingere e aveva uno studio: mi disse di non fare complimenti e di andarci quando avessi voluto. Così dipinsi tre o quattro quadri, alcuni a soggetto marino, altri con volti di donna. Non erano capolavori ma si vedeva la mano di uno che ci sapeva fare. Non so dove siano finiti, devo averli persi in qualche trasloco». Come fu il debutto in serie A? «Rientrato dal prestito a Savona, Fulvio Bernardini prima mi mi fece esordire a Terni, in Coppa Italia, e poi, la settimana successiva, prima di campionato, a Cagliari. Il Cagliari aveva appena vinto lo scudetto, molti dei suoi giocatori, Riva, Cera, Albertosi, Domenghini erano reduci dal Mondiale messicano del ’70 ed era pure la domenica dell’inaugurazione dello stadio Sant’Elia. C’erano 65 mila spettatori e io giocai davvero bene. Passammo in vantaggio con un gol di Giancarlo Salvi, l’arbitro era Motta di Milano. Perdemmo 2-1 nel finale per gentili concessioni... Spesso, quando incrocio Gigi Riva, gli ricordo quella partita. Comunque diventai subito titolare e fui convocato pure in nazionale». Addirittura. «Andai nella Under 23. Era allenata da Bearzot. Giocai un paio di partite: a Bari con Israele vincemmo 2-0 e a Klagenfurt perdemmo con l’Austria per 2-1». Il suo allenatore ideale? «Fulvio Bernardini, il più grande di tutti. Era una persona di grande cultura, laurea in Economia e Commercio. Lo chiamavano il Dottore. Ho sempre avuto una venerazione per lui. Un giorno, preparando una partita con il Milan, decise di piazzare Corni su Rivera ma si raccomandò: ”’Marcalo ma non stargli troppo vicino. La gente paga ed è giusto che possa ammirare i suoi numeri...’’. Lui aveva di queste uscite». Dopo Bernardini arrivò Heriberto Herrera, fu un cambio epocale. «In un calcio senza la professionalità di quello di oggi, a suo modo Heriberto fu importante. Però era veramente esagerato. Ci pesava prima e dopo l’allenamento e se avevi perso poco diceva che non ti eri impegnato abbastanza. C’era gente che prendeva due pastiglie di lassativo per calare di peso. A volte era anche contraddittorio: invitava gli scapoli a casa sua, io, Loris Boni, Negrisolo, e ci esortava, mangia ragazzo, e poi ci offriva anche un bicchiere di whisky. Solo che il mattino dopo ci pesava... Ma come?». Episodi poco conosciuti di quegli anni? «Nel giugno del ’74 giocai una partita con l’Inter. C’era una tournée in Messico e io, Cristin e Pietro Sabatini andammo in prestito con i nerazzurri. Mi misero in stanza con Adelio Moro. A quei tempi si parlava spesso di Lippi alla Juve, all’Inter o al Milan. In molti erano convinti che quello sarebbe stato una specie di provino in chiave nerazzurra. Allenatore in quella tournée era Masiero e c’era pure Luisito (Suarez) come supervisore. La sfortuna volle che in Messico ci fosse anche Graziano Bini e Masiero, che veniva dal settore giovanile, lo fece giocare sempre. A me rimase mezza partita allo stadio Azteca. Ricordo il presidente Fraizzoli che venne a salutarci all’aeroporto». Da mancato interista a novello sposo. Il ’74 fu comunque importante per lei. «Mi sposai il 1? luglio e una settimana prima delle nozze mi schiantai con la mia Flavia Coupé. Era una giornata luminosa e in una galleria tamponai un camion. Mi risvegliai in ospedale a La Spezia, la macchina era tutta schiacciata ma io non mi feci quasi nulla». C’è un suo compagno di squadra che avrebbe meritato molto di più di quello che ha avuto dal calcio? «Alviero Chiorri. Aveva qualità tecniche e atletiche a livello dei più grandi. Ora vive a Cuba, gioca in un campionato amatoriale, gli ho mandato le maglie dell’Italia. E prima di Chiorri, Rocco Fotia: non avesse avuto problemi alle ginocchia... Era un’ala sinistra veloce, furba. Non lo pigliavano mai». Si ricorda chi era l’addetto stampa della Samp ai tempi della presidenza di Lolli Ghetti? «Certo. Paolo Mantovani... Io ero il capitano e lui mi chiamava per dirmi: se vinciamo vi do un premio. Così, quando si vinceva, andavo a casa sua dove mi consegnava un pacco di banconote arrotolate per la squadra». Fu proprio Mantovani a darle il benservito. «Quando rilevò la società mi fece questo discorso: se c’è una persona che non vorrei mai mandare via sei tu ma siccome voglio fare le cose per bene e l’allenatore (Giorgis) mi ha chiesto un libero con altre caratteristiche, scegli tu la squadra in cui preferisci continuare a giocare. Quando invece deciderai di smettere, torna qui che qualcosa di buono faremo. Così andai alla Pistoiese e trovai Guidolin. Fummo promossi dalla B alla A». Rientrato alla Samp le fu affidata la squadra Primavera. «Mantovani mantenne la parola ma dopo tre anni con i giovani mi resi conto che non era quello che volevo. Io cercavo la disputa, l’adrenalina, volevo delle sfide. Allora, pur sapendo di rischiare, tentai l’avventura a Pontedera, in C2». E ricorda la sua prima panchina vera? «Come fosse oggi. Derthona-Pontedera 3-0. Fu una sconfitta senza attenuanti e dentro di me dicevo: chi me l’ha fatto fare? Nella mia carriera c’è una costante di risultati negativi all’inizio di ogni nuova esperienza. Tanto che quando in nazionale ho perso la prima partita in Islanda, mi sono detto: o.k., ci siamo». L’anno dopo, a Siena, in C1 arrivò il primo esonero. «Lì difatti incominciai bene. Visto che porta male partire sparati? Quando, a metà campionato, il presidente mi licenziò, mi sembrò che il mondo mi fosse crollato addosso. Avevo lasciato le certezze della Samp e mi resi subito conto che quando scivoli, non scivoli di un gradino ma ti fai tutta la scala». Difatti ripiombò di nuovo in C2, a Pistoia. «Senza stipendio da novembre a giugno e la stessa cosa mi sarebbe successa a Napoli. A Pistoia recuperai meno della metà dei soldi. Siccome la squadra l’avevo fatta io, i giocatori se la prendevano con me: mister, i soldi? E io: non mollate, se abbiamo una sola possibilità di recuperarli è quella di fare bene. Per distoglierli dai discorsi sugli stipendi, all’improvviso decisi di giocare a zona. Così almeno li distraevo negli allenamenti. La mia soddisfazione fu che, l’anno successivo, quasi tutti quei ragazzi andarono in C1». Poi fu la volta di Carrara. «Raccolsi l’eredità di Orrico. Arrivammo terzi e facemmo benissimo. Già allora, era l’88-’89, giocavamo con il modulo che ora va di moda in Spagna: quattro difensori a zona, due centrocampisti centrali, Carli e Fiordisaggio, e poi Picasso che avevo avuto alla Samp a destra, una punta, Mainardi, che svariava a tutto campo, un certo Pierelli che faceva il regista avanzato, e Puppi, un’ala sinistra alla Recoba. E ad aprile mi chiamò il Cesena, finalmente serie A, dopo che mi avevano seguito il Parma e, soprattutto, la Cremonese. Ma Erminio Favalli non riuscì a convincere in tempo il presidente Luzzara». Deludente anche il suo secondo esordio in serie A, quello da allenatore. «Perdemmo in casa con il Milan: 0-3. Quell’anno ci salvammo all’ultima giornata battendo il Verona di Bagnoli. Gol di Agostini, il Condor. Giocavamo un bel calcio. L’anno dopo mi esonerarono a metà campionato ma il Cesena retrocesse comunque e io fui costretto a ricominciare daccapo, dalla Lucchese, serie B». Il resto è storia più recente. Come l’Atalanta. «Arrivammo sesti, per un punto non andammo in Uefa. Battemmo squadroni come Fiorentina, Roma e Juve. Giocavamo con tre attaccanti, Ganz, Rambaudi e Carlo Perrone. Me ne andai perché, discutendo del rinnovo del contratto, il presidente Percassi mi chiese altre due settimane per riflettere. La presi male: ”’Mi cerco un’altra squadra e voi cercatevi un altro allenatore. Se doposette mesinon avete ancora le idee chiare...’’. Così dopo un po’ mi chiamò Ottavio Bianchi, che faceva il direttore generale a Napoli. Grande annata pure quella». Ed eccoci alla Juve a cui, evidentemente, non si arriva per caso. Santi in paradiso? «Non ho idea. Ma so che dieci giorni prima della Juve mi aveva chiamato Ernesto Pellegrini che mi voleva all’Inter. Andai a cena a casa sua, sua moglie mi fece scrivere qualcosa per fare la prova grafologica, sembrava fosse andato tutto bene. Una settimana dopo mi chiama il direttore sportivo Mariottini per confermarmi che tutto era o.k. ma che il presidente aveva ancora bisogno di tempo. E siccome questa risposta non arrivava, firmai per i bianconeri». Il tempo dell’Inter arrivò più tardi e finì male, con la sparata di Reggio Calabria contro i giocatori. Colpa, forse, anche dei suoi trascorsi a Torino. «Chiaro che la mia juventinità non ha aiutato. Ma è acqua passata». Marcello Lippi, lei un giorno definì un incubo il soprannome di Paul Newman che qualcuno le affibbiò tanti anni fa. «Un incubo? No, una cazzata. Non c’è niente di male. Incominciarono a chiamarmi così in Romagna. Dicevano: il Paul Newman di Romagna». E adesso quale sarà il futuro dell’allenatore campione del mondo in carica? «Resto in stand by. Ho rifiutato le proposte di 7-8 squadre, tutte straniere. Non sono neppure andato a parlare, non per scortesia ma perché non mi interessa ritornare in panchina a campionato in corso. Se ad aprile-maggio arriverà un’offerta, valuterò senza preclusioni di alcun tipo. Nei prossimi tre mesi possono accadere tante cose: squadre che adesso sono all’avanguardia non vinceranno niente perché a vincere è uno solo. Quindi qualche club insospettabile potrebbe anche cambiare l’allenatore. Sarà quello il momento giusto per decidere». Lei sta centellinando con gusto il successo in Germania, quasi fosse una tazzina di caffè... «Così sto bene. Quella di stare fermo quest’anno è stata una scelta consapevole. E poi non ho fatto neppure la metà delle cose che ho in testa di fare, ad esempio viaggiare. Mi servono ancora sei mesi, il campo non mi manca». Alberto Costa