Paolo Mastrolilli, La Stampa 24/1/2007, pagina 9., 24 gennaio 2007
Chattando con Hillary. La Stampa, mercoledì 24 gennaio Hillary entra in casa nostra alle sette di sera, puntuale, con discrezione
Chattando con Hillary. La Stampa, mercoledì 24 gennaio Hillary entra in casa nostra alle sette di sera, puntuale, con discrezione. Indossa un morigerato tailleur rosa chiaro, qualche gioiello sulle mani, e un sorriso rassicurante: «Grazie per aver accettato il mio invito: abbiamo parecchie cose da dirci». La finestra da cui si è intrufolata nella quiete domestica è il computer, feticcio dove ormai si possono vivere intere esistenze virtuali. Lei però fa sul serio: vuole la Casa Bianca e ha deciso di cominciare la campagna tenendo una «Conversazione con l’America». Il presidente Roosevelt parlava seduto vicino al caminetto, lei invece accanto alla telecamera digitale. Ospitarla a casa è stato facile. Gli inviti sono partiti dal quartier generale della senatrice sabato, appena ha annunciato la volontà di sedersi sull’ex poltrona del marito Bill: «Da lunedì in poi, passerò diversi giorni a rispondere alle tue domande durante discussioni sul web. Puoi partecipare dal vivo, perciò iscriviti e fai iscrivere i tuoi amici». Per chi non fosse già così intimo con lei, Hillary ha acquistato anche spazi pubblicitari sui più famosi blog frequentati dai malati della politica, tipo Dailykos, in modo da non farsi scappare alcun potenziale ascoltatore. Appuntamento alle 7 Poi lunedì mattina, come usano tutte le persone educate, l’ex first lady ha mandato un reminder tanto gentile, quanto perentorio: «La conversazione comincia stasera, alle sette». L’email sollecitava a registrarsi per la chat, e una volta dentro chiedeva informazioni precise: nome, cognome, città, Stato, codice postale, indirizzo di posta elettronica. Quindi pretendeva un impegno: «Iscrivetemi per restare collegato via email al Team Hillary: sì o no?». Perché mai la senatrice si impiccia tanto? Ma è ovvio: vuole costruire una banca dati di probabili sostenitori, volontari, elettori, e magari finanziatori. Chiunque decida di dedicare mezz’ora della propria serata a una chat con Hillary, giornalisti esclusi, ha un interesse superiore alla media per la sua corsa. Dunque vale la pena di tenerlo agganciato, non solo per essere certi che vada a votare, ma anche per coinvolgerlo nella campagna. Internet poi non è soltanto uno strumento fenomenale di comunicazione, e quindi di costruzione del consenso: serve anche a raccogliere fondi, magari attraverso le donazioni a partire da 25 dollari che si possono fare direttamente dal sito della chat, usando la carta di credito personale. Tutto torna utile, se è vero che nel 2008 serviranno cinquecento milioni per condurre una campagna competitiva. Operazione di marketing Si tratta di un’operazione di marketing professionale, in cui va inclusa pure questa chat, che dopo le presentazioni formali chiede di scegliere il tipo di collegamento digitale preferito. E’ l’ultimo ostacolo prima dell’accesso: oltre c’è uno schermo ancora vuoto, le gradevoli note dello «Schiaccianoci» di Tchaikovsky, e un piccolo riquadro per inviare le domande. «Cara senatrice - digitiamo con cura -, cosa intende fare per rilanciare le relazioni col resto del mondo, e in particolare con gli alleati europei?». Un cortese messaggio ci avverte che non tutte le richieste riceveranno una risposta individuale, ma il nostro è un tema caldo e verrà sicuramente toccato. Alle sette in punto Hillary compare in video, seduta sul divano di casa con la libreria alle spalle. «Go Bears», dice al fratello che sta a Chicago, per augurargli la vittoria della sua squadra nel Super Bowl di football, in programma domenica. Sembrerebbe una signora che ha invitato le amiche per l’aperitivo, se non fosse per Crystal Patterson, la ragazza che le sta a fianco per leggere le domande dal computer. La prima viene da Barbara, in Massachusetts. Vuole sapere cosa deve rispondere a chi le dice che l’America non è pronta ad un presidente donna. «Questo - replica Hillary - non lo sapremo finché non ci proveremo. Certo, ci vuole un salto nel buio per crederci, ma molte donne sono pronte a ruoli di leadership. Comunque io non voglio essere presa in considerazione per il mio sesso, ma perché sono il miglior candidato alla presidenza». L’Iraq è l’errore che sta affondando George W: Bush. Per la «Gallup» è il tema centrale della politica americana, e quindi arriva subito: cosa fare, mentre il Presidente Usa il discorso sullo stato dell’Unione per difendere ancora l’invio di altri 21.500 soldati? Una concessione ai liberal «Nulla è più importante di questo problema. Se nel 2002 avessi saputo quello che so adesso, non avrei mai votato a favore del provvedimento per autorizzare l’uso della forza. Ora, però, dobbiamo prendere le decisioni migliori per risolvere la crisi. Io sono contraria alla strategia dell’escalation, e ritengo invece che dovremmo porre limiti all’invio di nuove truppe, cominciando il ritiro scadenzato in fasi. Non intendo tagliare i fondi ai nostri soldati, però dovremmo imporre al governo iracheno obiettivi precisi da raggiungere, e bloccare i finanziamenti se non si impegna a centrarli». Concesso quanto poteva alla base liberal del partito democratico, Hillary si rivolge al resto del Paese per difendere le sue credenziali in tema di sicurezza: «Detto questo, noi abbiamo forti interessi in gioco. Prima dell’invasione al Qaeda non era in Iraq, ma adesso c’è e rappresenta un pericolo: non possiamo consentirle di usare il Paese per lanciare altri attacchi. Nello stesso tempo tuttavia bisogna impedire che l’Iran costruisca delle armi nucleari. Dobbiamo essere responsabili: riportare le truppe a casa, ma proteggendo quelli che sono i nostri interessi». New Orleans e l’uragano Katrina riappaiono, perché sono l’errore che ha aperto la crisi di Bush: «E’ stato tragico abbandonare così persone che soffrono». Deborah dall’Ohio vuole l’assistenza sanitaria, e Hillary si impegna a lavorare per lei, «imparando dagli errori che feci con mio marito Bill nel 1993». Michael, da New Rochelle, teme un altro 11 settembre: «Abbiamo fatto progressi nella sicurezza contro il terrorismo, ma non abbastanza. Per esempio, non controlliamo bene le merci in arrivo nel Paese». Niki di Honolulu chiede se Chelsea e Bill la aiuteranno nella campagna: «Io chiedo sempre consiglio a Chelsea su vari temi, ma deciderà lei cosa fare durante le elezioni. Io comunque non voglio esporre i miei familiari alla curiosità del pubblico come fossero pesci in un acquario. Bill invece è sempre stato un mio sostegno». Dalla Florida si parla anche di petrolio: «Non possiamo continuare a dipendere da regimi instabili o nemici, anche perché così finiamo per finanziare indirettamente i terroristi. Dobbiamo puntare sulle energie alternative, etanolo, idrogeno, solare, geotermica, investendo come nel progetto Manhattan o nella corsa allo spazio». I film preferiti Via Texas, finalmente, arriva anche la domanda sulle relazioni internazionali: «Ristabilirle è una priorità. Gli Usa vogliono guidare il mondo, ma attraverso la collaborazione e le alleanze. Dobbiamo farci più amici: non possiamo colpire tutti i nostri nemici, ma possiamo isolarli. Dopo l’11 settembre erano tutti americani, ma abbiamo sprecato questa solidarietà. E poi chi l’ha detto che non si parla coi nemici? Durante la guerra fredda non lo facevamo?». Seduti sul divano, c’è tempo anche per divagare nel cinema: «I miei film preferiti? Da bambina il "Mago di Oz", da adolescente "Casablanca", e da adulta "La mia Africa"». In attesa di scrivere la sceneggiatura sul ritorno alla Casa Bianca. Paolo Mastrolilli