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 2007  gennaio 21 Domenica calendario

Specchiarsi ad Alessandria. Il Sole 24 Ore 21 gennaio 2007. Sono arrivato ad Alessandria seguendo la strada più lunga, quella del deserto: conventi copti, palme, oasi un po’ polverose

Specchiarsi ad Alessandria. Il Sole 24 Ore 21 gennaio 2007. Sono arrivato ad Alessandria seguendo la strada più lunga, quella del deserto: conventi copti, palme, oasi un po’ polverose. A un tratto, lontanissimo, si indovina l’azzurro del mare, nascosto dal sole che batte sugli occhi. Ancora deserto e poi un cumulo di brutti palazzi simili a quelli di tutte le periferie del mondo. Non miseria, ma povertà e tristezza. Poi la città, uguale alla periferia ma salvata dal mare, dalla Corniche che per lunghi chilometri racchiude la vecchia capitale fino al Castello di Quaitbay. Ricorda il Malecón della città dove una volta vivevo, L’Avana; il mare ha lo stesso blu dei Carabi, il cielo lo stesso azzurro; la gente, vivacissima, ha spesso lo stesso colore della pelle, frutto di voluttà priva di pregiudizi. Non scendo all’Hotel Cecil e faccio male. Ci vado comunque all’ora del tè, forse non è così rinomato come ai tempi di Durrell ma non è disprezzabile. Io invece sono stato spedito in un luogo assai peggiore, un immenso caravanserraglio all’americana. Fa quasi caldo, si può girare in camicia. Il tono è dettato dagli arabi ma fattezze ebraiche, greche, italiane si insinuano sotto la pelle ambrata. Nonostante gli esodi imposti negli anni Cinquanta non siamo del tutto in Egitto. Non so però se la città sia ancora un incrocio cosmopolita dove si vive in modi diversi e si parlano contemporaneamente diverse lingue. Nulla ricorda il Cairo. Nessuna malinconia, a meno che la si vada a cercare leggendo Durrell, Kavafis, Cialente, Ungaretti o l’Antologia greca. La nostra guida - abbiamo una guida per pigrizia, non ce ne sarebbe alcun bisogno - parla italiano, francese e inglese cinguettando di continuo. intelligente e vuole piacere. Ci porta ai nuovi scavi che voglio vedere, delle terme con pavimenti di marmi multicolori, e riesce a individuare uno degli antichi cimiteri dove si trova la tomba grandiosa che alcuni credono sia quella di Alessandro Magno. Non è forse vero ma si tratta di un monumento solenne, degno di un imperatore. Massi del più bell’alabastro melleo esistente sembrano essere stati sistemati da giganti. La colonna di Pompeo, qualche moschea, pasticcerie profumate di dolciumi orientali e di petit four francesi; un che di coloniale incanta il cuore. Ricordo ancora L’Avana: sul Paseo del Prado andavo con mia madre al negozio di Guerlain e dopo a un caffè famoso, "El anón del Prado" (anón, a Cuba, è un frutto che si trova anche in India dove lo si chiama, in inglese, pear custard, e non, come pensava il mio vecchio professore di francese dell’epoca, un asinello). L’aria un po’ addormentata di Alessandria è (o era) simile a quella di Cuba, così come il rumore del mare, l’odore di spezie, di fiori d’arancio e di dolci fritti. Zahraa Adel Awad, la guida, ci costringe a visitare la nuova Bibliotheca Alexandrina, che non era nel mio programma. commovente. Molte ragazze in chador chine sui loro computer si provano a decifrare un mondo alieno, addentrandosi in labirinti d’altri. Non un tocco di volgarità, tutto appare ordinato, funzionante. Vendono libri sulla vita locale e acquisto una pubblicazione adatta a quel regno dei ricordi, alla capital of memory, come la chiama Durrell. Titolo: The Zoghebs, An Alexandrian Saga (a cura di Mohamed Awad e Sahar Hanouda, 2005). la storia di una famiglia di origine siriana, fra le più facoltose della città, con palazzo nella rue Fouad (mille volte citata nel Quartetto) dove forse poteva trovarsi lo specchio di una poesia di Kavafis di cui poi dirò. Nella Saga ci sono foto più avvincenti dei testi, scritti in varie epoche da alcuni membri della famiglia, dai loro congiunti e amici (Sinano, Ayoub, Boulad, Sursock). Mondo bizzarro, dove i grandi signori potevano fregiarsi del titolo ottomano di Bey o di Pasha, di quello inglese di Sir o di quello vaticano di Conte come gli Zogheb. Tutti però erano innamorati di Parigi: il console di Portogallo, di origine siriana, italiano di passaporto, residente in Egitto, non rinunciava ogni anno a un soggiorno a Parigi - la haute couture, la grande cuisine, le goût français, tutto oggi demodé per gli europei ma ancora agognato da sudamericani, russi e libanesi. Così erano anche i palazzi in cui abitavano, riduzioni non minime dell’Opéra di Garnier con scaloni in marmo di Carrara intagliati in Italia e disegnati da architetti più noti in Egitto che in Europa come, ad esempio, Vincenzo Bonanni. Le foto del libro sono vere period pieces incantevoli. Ecco un grandioso banchetto nei Giardini Antoniadis (Sir John Antoniadis, che noia la parentesi, cittadino turco di origine greca, divenne inglese e fu nobilitato dalla regina Vittoria, ma rimase sempre ad Alessandria e alla città lasciò buona parte della sua sterminata fortuna e i più bei giardini del P0aese). Ecco gli Zogheb: biondi, pingui, i signori in paglietta, le dame con pamele, bonnets alla Raffaello o alla corsara, piume e aigrettes , baffi impomatati, nasi semitici, fiori, teiere imbacuccate, occhiate ammiccanti o altere, languide, certi tutti di essere la crème de la crème. Una paginetta di Proust con l’eco attutita dell’Aida, certo Madame Verdurin non abitava qui e non si doveva parlare molto di Wagner: si potrebbe associare Parsifal ad Alessandria? Mi sono trattenuto a lungo nella nuova Bibliotheca Alexandrina e qui compro un altro volume, Alexandria 1860-1960 a cura di R. Ilbert, I. Yanakakis, J. Hassoun, 1997 (i cognomi dei curatori svelano la pluralità culturale del luogo). Fra molte altre cose si cerca di spiegare chi è un levantino o un alessandrino (sarebbe meglio dire chi era): colui che non ha pregiudizi o legami nazionali, colui che si sente a casa ovunque, un uomo di questo mondo. Mi domando se non sarebbe meglio dire un uomo di mondo, ma l’espressione riguarderebbe soltanto una certa elite sociale. Comunque se si segue questa falsariga si intende come qui si parli di esiliati mentali: sarà per questo che l’immagine di Alessandria mi ha sempre abbagliato. E la realtà che vedo in questi giorni? Anche quella mi interessa, certo, ma è un’emozione letteraria, fatta dalla cenere di vecchie letture. Molte lingue, forse tutte parlate in modo adulterino, con accenti strambi e intonazioni da caffè (greci, italiani, armeni, maltesi). Poi vari dialetti ebraici, molti ebrei erano italiani, il rabbino capo lo fu sempre a partire dal 1910: questa parte della storia finì male nel ’38 con le leggi razziali del fascismo. C’era naturalmente l’arabo, e anche l’inglese (ben insegnato al Victoria College), il francese (scuola gesuita di Saint François-Xavier e Lycée Français) , l’italiano (Liceo Vittoria Colonna) e il greco ovunque. Kavafis apprese prima l’inglese, come altri poeti greci della diaspora: qui i greci, lo si sa, non erano tanto greci quanto alessandrini. Mentre passeggio per questa bella (?) città disordinata mi viene in mente - andavo a visitare la casa di Costantino Kavafis - una delle sue ultime poesie, Lo Specchio dell’ingresso, che porto con me tradotta da Pontani: un ragazzo bellissimo, il commesso di un sarto, consegna un pacco al cameriere di una casa di lusso. Mentre aspetta la ricevuta il commesso si avvicina allo specchio dell’ingresso e si guarda assestando la cravatta, "quello specchio antico s’allegrava, s’esaltava d’aver accolto in sé, per attimi, l’armonica beltà". Sogno: forse era questo lo specchio che riflesse la vita di Alessandria fino alla metà degli anni Cinquanta in uno dei palazzi più noti della città, quello degli Zogheb, appunto, a due passi dalla casa di Kavafis. Vado ora alla casa del poeta, un appartamento spazioso, al secondo piano di un edificio borghese ma non proletario: doveva essere comodo, forse un po’ trasandato. Non è bello ma nemmeno sgradevole. C’è luce e si vedono dalle finestre gli edifici pomposi della città. Vicino c’è ancora una delle vecchie sinagoghe, assai poco frequentata dopo che la maggior parte degli ebrei emigrarono un po’ ovunque. Nella casa, almeno così assicurano, ci sono alcuni mobili della famiglia del poeta, perché no? Sono modesti, non dissimili da quelli appartenuti a Proust che vidi anni fa in una mostra al Museo Jacquemart-André. Proust sapeva trasformare con le parole oggetti banali in pezzi da museo. Kavafis irrorava di voluttà ambienti che lui stesso descriveva come stanze sordide. Il primo, invaghito dell’aristocrazia facoltosa, mutava il piombo in oro, come un grande alchimista; il secondo, vittima della carne, sublimava il sudore di garzoni e operai nell’ambrosia degli dei. Comunque al luogo non manca un che di umido e di malsano che bene si adegua al gusto letterario del poeta o almeno a quella decadenza che i suoi estimatori (da Forster, a Durrell, a Yourcenar) gli hanno resa epitetica. L’estetismo un po’ morboso di Kavafis, cesellato dall’ironia e dalla perfezione tecnica, è tipico della sua epoca e non dipende soltanto dal suo amore per i corpi di efebi vicini al suo letto o remoti nelle antiche tombe della sua fantasia erotica. Per il carnale l’amore equivale alla solitudine, alla lontananza degli affetti e, forse, all’astrazione letteraria. Purtroppo il museo di Alessandria è chiuso, in via di riammodernamento, solo un miracolo lo salverà, per quanto la nuova biblioteca è fatta benissimo. Ho visitato invece un altro museo dove si espone un sunto della civiltà di questa parte del mondo, dall’antico Egitto all’Islam, agli Ottomani. Risulta un po’ generico ma molti oggetti sono degni di rispetto e la loro disposizione, senza essere eccelsa, non è offensiva. Il vecchio palazzo che lo ospita, certamente non troppo diverso da quelli dei siriani, dei maroniti libanesi, o dei milionari della belle èpoque è stato rispettato affettuosamente. Inizio a leggere i due libri di André Aciman su Alessandria inviatimi dal mio vecchio amico Patrice Marandel che da bambino visse per un po’ in questa città: li ho portati con me in questo posto dove ci si veste poco, viaggio con una valigia piena di guide e volumi. Trovo una frase che avrei potuto scrivere io stesso molti anni fa: "pensare alla partenza, a tutti coloro che non avrei più visto, e a questa città così inseparabile da quel che allora ero, e a come sarebbe scivolata nel tempo e diventata più remota di un sogno; è come morire". Non sono morto ancora ma so bene di essere solo una parte di me, spesso anchilosato da lunghissimi anni, sarei lo stesso senza un’assenza durata mezzo secolo? Sono venuto, lo capisco, alla ricerca di sentimenti estranei, di radici - come usa dire in un linguaggio non mio - che forse non avrei avuto nemmeno nel luogo dove sono nato. Alessandria è l’immagine dell’esilio. Alvar Gonzales-Palacios