Corriere della Sera 21/01/2007, Francesco Verderami, 21 gennaio 2007
Follini, la storia di «Uno contro tutti» «Casini barattò la leadership, io lasciai». Corriere della Sera 21 gennaio 2007
Follini, la storia di «Uno contro tutti» «Casini barattò la leadership, io lasciai». Corriere della Sera 21 gennaio 2007. Roma. Dice di essere legato a «un’ idea un po’ algida della politica», in realtà nel suo ultimo libro Follini appare come un visionario, alfiere di «un centro autonomo» che non c’ è, sostenitore di un «governo dei volenterosi» che non esiste, desideroso di una riforma della legge elettorale «sul modello francese o su quello tedesco» che non si farà, propugnatore di un ricambio che da Prodi e Berlusconi salti la «mia generazione», quella dei cinquantenni, «la generazione del Muro», e punti sui quarantenni, «la generazione del mouse». Già il titolo del volume, Uno contro tutti, dà l’ idea di un solitario che annuncia la «fine di un bipolarismo non più utile» e si sente «alla vigilia» di un «nuovo 1992». Scritto insieme al giornalista Carlo Puca, che lo intervista, il libro edito da Marsilio uscirà venerdì. In quelle pagine Follini ripercorre la storia della passata legislatura, e studiandone gli errori si proietta nel futuro. I risvolti inediti, offerti alla stregua di freddi dettagli di cronaca, gli servono per formulare giudizi netti, a volta severi sui protagonisti del Palazzo. Come quando si sofferma su Casini, di cui fa emergere un profilo doppio. Per riuscirci non si appiglia ai motivi che portarono alla loro rottura, perché «la disputa di potere ha una sua durezza naturale», ma ad alcuni passaggi politici «condivisi». Il primo colpo lo assesta ricordando la scelta di andare con la lista dell’ Udc alle Europee, quando l’ allora presidente della Camera, pur non volendo la lista unitaria con FI, «la sostiene in pubblico, e in privato mi dice che è un modo per guardarmi le spalle». Ma è soprattutto nello scontro sulla leadership del Polo che affonda il colpo. Follini rievoca l’ offensiva contro il Cavaliere, la richiesta delle primarie per scegliere il candidato premier del 2006, e rivela che «dopo un incontro a palazzo Chigi l’ impegno è che Berlusconi prenda un paio di giorni, ma sostanzialmente le accetti». Racconta che andò dal leader della Cdl e gli disse: «"Guarda, se io dovessi scegliere un padrone con cui lavorare, parlerei con te; dovendo scegliere la politica, ho idee diverse". Era un complimento riuscito male, ma anche un tentativo di sincerità. Non lo prese troppo bene». Nel momento in cui scatta la controffensiva, di Casini rammenta «un silenzio assordante ed eloquente». Nell’ aria c’ è «il baratto»: «Berlusconi fa un altro giro di giostra, e in cambio a noi dà la legge elettorale». La ricandidatura del Cavaliere viene «depositata» con «una carta in cui si mette per iscritto che il leader è lui». Di lì le sue dimissioni da segretario dell’ Udc, dei cui dirigenti parla con tono sferzante: «Non amo i furbetti del partitino». Rispetto al passato, con Berlusconi usa nel libro accenti meno «rudi», rivela di averlo visto a cena, di avergli detto che non ha «più alcuna possibilità di tornare alla testa del Paese, e credo anche lui ne abbia la consapevolezza». A suo dire il Cavaliere sarebbe rimasto a palazzo Chigi, se avesse adottato una gestione «tranquilla, compromissoria», in una parola se fosse stato «giannilettiano». Il giudizio politico non cambia, la distanza resta immutata, come quella che lo separa da Bossi, a cui però riconosce «linearità e limpidezza»: «Non è un politicante». Del Senatùr non dimentica «la telefonata che ricevetti» quando costrinse Berlusconi ad aprire la crisi di governo: «Ti devo fare i complimenti». Resta Fini, «con il quale avevamo in comune più gli avversari che le opinioni». un modo elegante per smarcarsi dal rapporto con una destra che «è una forza reale del Paese», ma verso cui non guarda più: «Il centro lo fanno i centristi e non le ali». E il centro a cui pensa è «autonomo». Qui l’ ex vice premier di Berlusconi scarta rispetto al suo passato, ma cade in una contraddizione legata forse al momento in cui il libro viene pubblicato. Perché la politica non ha ancora scritto la pagina che ora gli sta a cuore. Follini lavora a un «centro che a lungo andare sia alternativo alla sinistra, anche se non escludo passaggi di collaborazione». Siccome scrisse un libro per teorizzare il tramonto del berlusconismo, a cui poi si applicò con tenacia, non sarà che Follini sta preparando la mossa successiva? Certo non per aiutare Prodi, «monarca imperfetto», capo di una coalizione che gli sembra «un museo delle cere, dedita alla conservazione di sé e dei propri antenati». Epperò lancia un messaggio affidato a una battuta: tra i propri errori, include l’ appoggio alla legge Gasparri sulla tv, «una legge da superare». Follini non mancherà di destar scalpore nel Palazzo, come forse anche Oltre Tevere, se è vero che nel capitolo dedicato ai temi etici e religiosi, sostiene che «il relativismo è un limite. Ma anche una risorsa». Francesco Verderami