La Repubblica 20/01/2007, pag.49 Laura Lilli, 20 gennaio 2007
La schiavitù del sesso. La Repubblica 20 gennaio 2007. Il 9 aprile 1865, nell’ aula del tribunale di Appomatox in Virginia, il generale sudista Robert F
La schiavitù del sesso. La Repubblica 20 gennaio 2007. Il 9 aprile 1865, nell’ aula del tribunale di Appomatox in Virginia, il generale sudista Robert F. Lee si arrese formalmente al generale Ulyesses Grant, capo dell’ esercito nordista dell’ Unione. Credevamo che questa data segnasse la fine di quella vergogna dell’ Occidente che era la schiavitù. Invece non è così. Gran parte del pianeta - Occidente in prima fila - a tutt’ oggi si regge, sia pure in forme diverse, sulla schiavitù sessuale di milioni di esseri umani. «Esseri umani deboli: donne e bambini, spesso appartenenti a minoranze etniche» precisa Richard Poulin, professore di sociologia all’ Università di Ottawa. E aggiunge: «molte donne nascono predestinate alla prostituzione. Nelle tribù del nord della Thailandia, si fa festa quando nasce una bambina: sarà venduta ai prosseneti, presto arriveranno soldi. Moltissimi altri finiscono nel giro della prostituzione perché nell’ infanzia hanno subito abusi sessuali in famiglia». Il professor Poulin ha curato un volume-choc a cui hanno collaborato numerosi studiosi africani e asiatici: Prostituzione/ globalizzazione incarnata (Jaca Book, pagg. 249, euro 21). Sostiene, cifre alla mano, che «non è più il caso di parlare di prostituzione e prostitute. Si deve avere il coraggio di riconoscere che siamo di fronte a una autentica nuova tratta di schiavi. Su di essa si regge in buona parte il nostro mondo "libero" e globalizzato, né più né meno del sud degli Stati Uniti prima di Lincoln e della guerra di secessione. Durante gli anni Novanta, nel solo Sud-Est asiatico, questa tratta ha fatto trentatre milioni di vittime: tre volte quelle dell’ intera storia della tratta degli schiavi africani, che nell’ arco di ben quattro secoli sono stati undici milioni e mezzo. E, da poco più di un decennio, un discorso analogo vale per i Paesi dell’ ex Unione Sovietica, dell’ Europa centrale e dei Balcani». E per quanto riguarda i bambini? «Nel ’ 96, un rapporto del Consiglio Europeo stimava in 100.000 i bambini dell’ Europa dell’ Est che si prostituivano in Occidente, e secondo studi attendibili (non è facile ottenere i dati, gli stessi istituti di ricerca ufficiali spesso si oppongono) un bambino, in un anno, offre i suoi "servizi sessuali" a 2.000 uomini. Nel 2001 un rapporto dell’ Unicef presentato a Yokohama valutava in più di un milione i minori - principalmente, ma non esclusivamente bambine - fatti prostituire dall’ industria del sesso. Si calcola che nel 2004 fossero raddoppiati. In Occidente, l’ età del reclutamento per le ragazzine è quattordici anni». Lei dice che non è facile ottenere le cifre. Forse perché si tratta di industrie della malavita? «Ah, no, non soltanto. La prostituzione fa addirittura parte della strategia di sviluppo di alcuni Stati. Molti Paesi asiatici, dovendo obbligatoriamente rimborsare il famoso Debito, hanno accettato incoraggiamenti dal Fondo Monetario Internazionale e prestiti dalla Banca Mondiale, concessi per sviluppare le proprie industrie del turismo e del divertimento. Le modalità poi variano. In Nepal, donne e bambini vengono immessi direttamente sui mercati regionali o internazionali (soprattutto India e Hong Kong) senza che nel paese la prostituzione cresca. In Thailandia, no: il mercato locale è cresciuto parallelamente a quelli regionali e internazionali. In ogni caso, queste "merci umane" tendono a migrare dalle regioni dove la concentrazione di capitali è debole, a quelle dov’ è più forte. Si stima che 2.000.000 di donne e ragazze del Bangladesh da ben dieci anni siano vittime del traffico verso il Pakistan, che 20.000/30.000 prostitute in Thailandia siano di origine birmana, e che 150.000 prostitute provenienti da Russia, Filippine, Taiwan e Thailandia si siano stabilite in Giappone». Sempre paesi asiatici. E in Occidente? «La prostituzione rappresenta il 5% del Pil nei Paesi bassi, e in Giappone la percentuale sta fra l’ 1% e il 3%. L’ industria della pornografia è terza per importanza in Danimarca e ha conosciuto uno sviluppo fulmineo in Ungheria, divenuta uno dei luoghi più apprezzati dai produttori di film. In Svizzera e in Germania le donne nate sul posto non possono prostituirsi, mentre le immigrate sì. Solo su suolo nazionale, però, non all’ estero». Certo, è imbarazzante ammettere cose del genere. «Ecco perché è difficile ottenere i dati, o fondi per la ricerca. In Canada, quando ci si rivolge a un istituto nazionale di ricerche sociali, ci si trova di fronte a un muro di gomma. Ed è sintomatico che nei rapporti ufficiali sulla globalizzazione, fra i costi e i ricavi, la voce "industria del sesso" non appaia mai. Eppure, è importantissima. Nel 2002 gli introiti della prostituzione sono stati circa 60 miliardi di euro, quelli della pornografia 52 miliardi. E potrei continuare...». Come si è arrivati a una tale vertiginosa crescita di questo fenomeno? «E’ cominciato tutto con le guerre di Corea e del Vietnam. In entrambe il governo americano negoziò "facilitazioni" (cioè bordelli di Stato, veri e propri "campi del sesso") per i soldati. Prima in Corea, più tardi in Thailandia. All’ inizio della guerra del Vietnam in Thailandia c’ erano 20.000 prostitute. Con la guerra diventarono 400.000. Quando gli americani si ritirarono, il governo thailandese ricevette soldi per organizzare il turismo sessuale per militari. La Chase Manhattan Bank prestò due milioni di dollari. Poi, grazie alle nuove tecnologie per la comunicazione e alla facilità di viaggiare, questo divenne turismo di massa. Attualmente si calcola che le prostitute in Thailandia siano arrivate a 2.000.000, il 33% minorenni». Dunque, tutto parte dalla guerra. Guerra e sesso coatto. Non da oggi. Pensiamo all’ Iliade: non solo a Troia si fanno ben dieci anni di guerra per una donna rapita, ma il re Agamennone, capo dei Greci, ruba Criseide al padre sacerdote, e gli dichiara, con minacce, che non gliela restituirà perché deve restare nel suo letto. A quanto pare, però, è stato sempre così professor Poulin. A parte la crescita esponenziale dovuta alla globalizzazione. «No. E’ così "solo" da diecimila anni, cioè da quando esistono la società patriarcale, le città, e il mercato. Ma la storia dell’ uomo sulla terra ha dodici milioni di anni». Ah, be’ , se lei va indietro all’ uomo di Neanderthal~ noi del resto i suoi usi e costumi non li conosciamo. «Conosciamo quelli di popolazioni primitive che abbiamo potuto studiare. Gli indiani dell’ America del Nord non si prostituivano. Lo facevano invece quelli dell’ America del Sud, perché lì c’ erano le città». Comunque, anche se peggiorata dalla tecnologia moderna, è una storia molto antica. «Sì, lo è perché sono antiche certe deformazioni psicologiche maschili nella società mercantile e patriarcale. Il cliente di solito è un uomo che ha accesso al sesso (moglie, amanti) ma pensa male delle donne. Una ex prostituta mi ha detto: "non guardavano me, volevano vedere in me la puttana". Ha capito? La donnaccia, viziosa e cattiva». Ho capito, e sempre più mi sembra difficile uscirne. «Si può abolire la prostituzione colpendo i clienti. Finita la domanda, finisce l’ offerta. E’ il pensiero femminista, e molti cominciano ad essere d’ accordo. La punizione del cliente è prevista anche dalla Convenzione di Palermo del 2001». Sono d’ accordo anche io, ma non ho mai visto punire i clienti, almeno nel mio Paese. «Lo so. In Italia esistono addirittura dei "campi di annientamento". Le prostitute si ottengono con la violenza. Servono venti giorni per annientare e sottomettere una donna». Inoltre i clienti stanno nelle banche, negli eserciti~ «~ e nella mafia, e nelle multinazionali del turismo. Fanno le leggi e le fanno osservare. So anche questo. Eppure, sul punire i clienti, l’ 80% degli svedesi è d’ accordo, e in Svezia la prostituzione non esiste più. Nemmeno nella Corea del Nord». Due paesi molto speciali, ognuno a suo modo. «Non mi aspetto che non ci siano resistenze, così come ce ne furono negli Stati Uniti per abolire la schiavitù. Allora ci fu una guerra sanguinosa, ora può accadere di tutto. Ma prima o poi una società che vuole definirsi civile deve arrivarci. L’ essere umano non è nato per essere merce. Quella specie di merce, poi». Laura Lilli