La Repubblica 20/01/2007, Gianni Mura , 20 gennaio 2007
Quei tunnel impossibili. La Repubblica 20 gennaio 2007. Prima fu don Dante, che risuonava quasi come uno scampanio
Quei tunnel impossibili. La Repubblica 20 gennaio 2007. Prima fu don Dante, che risuonava quasi come uno scampanio. Poi don Pinoche assomigliava a Facchetti e piaceva alle ragazze. Il guaio, coi preti, è che non riuscivi a fargli tunnel. Si vestivano ancora da preti, con la tonaca lunga che li facilitava nei contrasti. Si poteva tentare l’ aggiramento, palla a destra e via a sinistra, ma in quel caso don Pino apriva un alettone, alla Materazzi, e non si passava. Se un prete giocava a pallone coi ragazzini, era un prete giovane, quindi in forma, e non ci stava a perdere. I preti anziani li sceglievamo per confessarci, intuendo senza averlo vissuto l’ imbarazzo di dribblare un prete a cui avevi raccontato dei tuoi atti impuri, e quante volte, e se da solo o in compagnia. In molti paesi l’ oratorio era il solo impianto sportivo praticabile. Il campo non aveva erba, era irregolare, le porte non avevano reti ma erano porte vere, coi pali quadrati. I preti non giocavano sempre, solo ogni tanto. In genere buttavano un occhio, più che altro un orecchio. Una parolaccia, guai. Se ci ripenso, devo ammettere che il nostro bagaglio di parolacce era infinitamente ridotto, rispetto a oggi e a parità d’ età. Pirla e varianti (pirlone, pirletta). Così le grida più frequenti erano enz e òssai, ossia hands e off-side adattati foneticamente alla bassa Brianza. L’ òssai già faceva parte di un calcio più evoluto e ufficiale, perché prevedeva la presenza di due guardalinee (due inadatti al gioco, con un fazzoletto in mano) e di un arbitro. Il più delle volte si giocava senza arbitro e senza fuorigioco ed era molto più divertente. La presenza di un arbitro tendeva a incattivirci. Quando eravamo noi a giudicare se era rigore o no, avevamo un fairplay che nemmeno gli inglesi. Non essendoci le righe bianche, si giudicava a occhio. Non essendoci ancora il marchandising, avevamo magliette diverse, e nessuno della Juve, del Milan, dell’ Inter. Quello che ricordo con più piacere era il bimbumbam iniziale, al termine del quale i capitani sceglievano i compagni, dai più forti ai più scarsi. Eravamo (senza saperlo) dei bravi sportivi: si gioca tutti e si cerca di fare due squadre molto equilibrate. Le partite potevano durare 4 o 5 ore, qualcuno andava a fare i compiti, qualcun altro era prelevato da un genitore, ma intanto arrivava qualcuno di nuovo che aveva fatto i compiti. A nessuno di noi sarebbe piaciuto vincere 46 a 11, un 29-28 era il nostro sogno. Quando era già quasi buio e si era in pari, i capitani si mettevano d’ accordo: ragazzi, cinque minuti da adesso. E andava come doveva andare. E poi via, sporchi, sudati (non c’ erano docce all’ oratorio), a pedalare con furia, darsi una ripulita e un contegno, essere puntuali per la cena. E si cenava presto, negli anni ’50. Gianni Mura