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 2007  gennaio 21 Domenica calendario

”Il cinema è diventato una guerra”. La Stampa 21 Gennaio 2007. Il suo ultimo film «Le rose del deserto» (protagonista Michele Placido) è tratto dal romanzo di Mario Tobino «Il deserto della Libia» perché questa scelta? «E’ una scelta molteplice

”Il cinema è diventato una guerra”. La Stampa 21 Gennaio 2007. Il suo ultimo film «Le rose del deserto» (protagonista Michele Placido) è tratto dal romanzo di Mario Tobino «Il deserto della Libia» perché questa scelta? «E’ una scelta molteplice. Intanto sono coetaneo di Tobino, lui era del 1908 io del ”15, poi siamo entrambi viareggini e ci incontravamo spesso sulla passeggiata, poi abbiamo fatto entrambi la guerra. Io nel ”35 andai in Libia al seguito del regista Genina, lui fu in Libia durante la guerra del ”40. Mi domandavo perché il cinema italiano non avesse mai raccontato quella guerra combattuta e persa in malo modo. C’erano quindi varie ragioni per avventurarmi in una cosa del genere». Che ricordo ha della sua guerra? «Feci il militare in cavalleria, è stata un’avventura squallida in cui ho imparato una sola cosa, andare a cavallo. Io non ho un rapporto particolare con cani e gatti ma con il cavallo adesso sì». Ha nuovi progetti? «Nessun film. Vorrei iscrivermi, se mi riesce, a una scuola di musica, un Conservatorio perché mi piace molto la musica. Vorrei andare a scuola sui banchi accanto ai giovani per imparare cose che non conosco. Vorrei entrare meglio dentro la musica, non per suonare o comporre, ma solo perché ho pochi anni da vivere e vorrei avvicinarmi di più a quel mondo. Sarebbe inelegante da parte mia, dopo 65 film, avere nuovi progetti di cinema». Ma lei vuole smettere col cinema? «Ripeto, non so chi potrebbe impegnarsi a fare un film che è una cosa molto costosa con me che ormai sono anziano e non mi danno più l’assicurazione. Non so perché dovrei imporre a un produttore una responsabilità di questo genere». La morte di Ponti che cosa ha significato? «Lui è stato un importante mecenate... forse il titolo di mecenate è un po’ troppo glorioso, perché ha fatto il cinema sicuramente per guadagnare, ma lui ha fatto parte di quei tre o quattro imprenditori che hanno reso importante per un certo periodo il nostro cinema». Erano altri tempi? «Sì lo erano. Dal punto di vista economico e sociale. Il cinema del dopoguerra ebbe un consenso straordinario, occupava il tempo libero, le sale erano maleodoranti, scomode, ma si raccontavano delle storie e tutti andavano a poco costo a vedere quel cinema che faceva passare il tempo. Infatti tra il ”46 e il ”60 in Italia si vendevano 800 milioni di biglietti, oggi soltanto 80. Un imprenditore con un po’ di coraggio allora investiva nel cinema, c’erano molti registi, era un altro giro. C’erano attori, sceneggiatori, eravamo una ”koinè”, una comuunità di gente che stava sempre insieme, lavorava insieme, viveva insieme, non c’era competizione perché c’era troppo lavoro semmai. Oggi è il contrario, è una lotta feroce, c’è una grande difficoltà a trovare finanziamenti e non si riesce a fare un film senza l’aiuto dello Stato». Certo è cambiato il contesto, ma tra i suoi film e altri della commedia all’italiana e i film di Natale di oggi c’è una grande differenza? «La commedia pecoreccia, come si suol dire, c’è sempre stata. Non è che si facessero solo film di livello, si facevano anche cose ben più turpi di oggi e avevano successo. Si facevano anche cose curiose, come i film mitologici su Ercole, Sansone che avevano un enorme successo, e poi i film dell’horror. Tutto è stato inventato da noi. C’erano i film neorealisti naturalmente, molto impegnati con vicende cupe del mondo del lavoro, film impegnati con registi come De Santis, le critiche alla borghesia in disfacimento di Antonioni, Visconti, Germi. E poi c’era Fellini». E lei dove stava? «Io facevo la commedia, non volevo fare altro. ”La grande guerra” e anche il mio ultimo film sono film di guerra, ma sempre certo con l’elemento di sofferenza e di disagio ma anche con momenti di allegria, di amarezza, la commedia è fatta così». A novantadue anni come ci si sente? «Io non faccio fatica a viverli. Certo non è come quando ne avevo 32 o 62, adesso la vita si è allungata. Io mi sento anziano ma non sono particolarmente affaticato. Ci sono cose che non posso più fare perché non ne ho voglia. Non ho voglia, per esempio, che una giovinetta si innamori di me, e non desidero andare a sciare a Cortina per un mese». E prima lo desiderava? «Lo desideravo e lo facevo. Provavo a esaudire i miei desideri. Adesso sono diminuiti e continuo quindi a esaudirli». Che vita fa? «Vivo da solo in 50 mq con tutti i comfort, ci sono due o tre trattorie nel rione dove mi trovo bene, oppure mi faccio da mangiare in modo molto semplice perchè non so trafficare in cucina ma la casa è sempre pulita, viene un filippino a mettere in ordine. Ho degli amici, delle amiche che mi telefonano, e poi faccio le mie cose». Che affetti ha? «Tre figlie di madri diverse e una moglie. Ci si sente quel poco di cui abbiamo bisogno, ci si saluta, ci si conforta. Ma io non ho bisogno di nessuno». Alain Elkann