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 2007  gennaio 21 Domenica calendario

”Io sola ho la verità sui miei morti”. La Stampa 21 Gennaio 2007. Torino. La casa di Doretta Graneris è al piano terra di un grande palazzo popolare, Mirafiori Sud, periferia di Torino

”Io sola ho la verità sui miei morti”. La Stampa 21 Gennaio 2007. Torino. La casa di Doretta Graneris è al piano terra di un grande palazzo popolare, Mirafiori Sud, periferia di Torino. C’è un grande cancello bianco, elettrico, che regola gli ingressi nel cortile, unico per quattro palazzi tutti eguali. Lì dentro, centinaia di inquilini. Le finestre sono sempre chiuse, abbassate. La vicina dice: «In tanto tempo, mai viste aperte. La signora è molto discreta, non si sente mai un rumore, neanche la tv. Anche in estate». Uno strato di polvere ricopre le finestre, legno e plastiche crepate dal sole e dalle intemperie. Si muovono impercettibilmente, di pochi millimetri. Unico segno di vita, di un respiro e di un’ anima immersa nel buio. Neanche la luce elettrica, filtra. Come se - dietro quei vetri misteriosi - non ci fosse nessuno. Nella targhetta, vicino al campanello, c’è scritto con la biro «G.D.», un foglietto bianco, appiccicato con lo scotch, sui nomi dei vecchi inquilini. E’ il primo appartamento, a sinistra, nel grande portone. E’ solo l’abbaiare isterico di un cagnolino, il suo unico compagno, che - una sera qualunque - rivela la sua presenza, nella casa dagli scuri sempre abbassati. Ogni mattina esce di casa per andare al lavoro in una comunità dove si occupa di aiutare poveri diseredati, ex tossici, detenuti. Rientra la sera, tardi. Ma si sa poco anche di questo. Non è stato facile convincerla a parlare, a raccontare - poco - qualcosa di sé. Ha 50 anni, i capelli sono tinti di scuro, una vaga sfumatura ebano. Una donna anonima, come tante. Vestita in modo sobrio, colori neutri. Un volto tra la folla. In carcere s’è laureata in architettura. La voce, all’inizio, è debole, un po’ tremante: «Nella nostra cappella di famiglia c’è un posto vuoto, non vedo l’ora di ricongiungermi con i miei famigliari». Poi, verso la fine del colloquio, si fa più sicura. Sempre gentile, anche quando non vuole rispondere. Si assicura che non ci siano reporter nei dintorni, in agguato dietro la porta. Non vuole fotografie, non le interessano comparsate in tv dove «ex terroristi pluriassassini ed ex mostri raccontano la propria vita o scrivono libri per giustificarsi o che altro». Doretta Graneris vuole semplicemente non esistere. Chiede un patto, «tra persone leali: niente immagini, vi prego». Signora Graneris, non vogliamo assolutamente rievocare la sua vicenda, farla ritornare indietro nel tempo. Sarebbe inutile. Ma è il suo percorso, dopo, forse, che è diventato un simbolo di riscatto. Magari non è la parola giusta, ma perché non raccontarlo, ora? «In questi trentadue anni non ho mai voluto parlare con nessuno, tantomeno con i giornalisti. Ma non è un modo per nascondersi o per evitare di confrontarsi con la realtà. Non è un gesto di arroganza, insomma. Io ho voluto soltanto farmi dimenticare, diventare una persona normale, una come tante. Io volevo farmi dimenticare: ma non ho dimenticato nulla, non ho rimosso nulla, nessuna delle mie colpe». Lei sa benissimo perché la stavano cercando in tanti con quella insistenza. L’ultima strage, quella di Erba, e prima ancora Novi Ligure. Ci si domanda cosa provi lei, scorrendo i giornali, guardando la televisione. «Cosa provo? Un immenso dolore che non può non riportarmi al mio passato. Un male dentro che mi fa riflettere sulle vittime, su ogni particolare. I quattro morti di Como mi hanno colpito molto». Dopo decenni di carcere lei è riuscita a ricostruirsi come una donna nuova, lontanissima dalla diciottenne che si rese colpevole del delitto, che cosa direbbe, adesso a Rosa Bazzi e Olindo Romano? «Non lo so, niente, non saprei cosa dire. Chi sono io per dire qualcosa, ora? Piuttosto mi domando, ogni giorno, perché sono viva». Ma il suo esempio, il suo percorso, alla fine, non potrebbe aprire una speranza anche per loro? «Forse. Io non so se ci sono riuscita davvero, credo di sì, forse, e comunque lo spero ardentemente. Ma... forse sono gli altri che lo devono capire. Credo che non ci siano consigli da dare a chi ha sbagliato, in quelle circostanze. Ognuno deve trovare in sé le forze. In tutti questi anni ho voluto solo farmi dimenticare, far sparire nel nulla la vecchia Doretta Graneris. Non aveva più senso, raccontare qualcosa, qualsiasi cosa. C’è questo mio dolore dentro, che è solo mio, che non si può condividere con nessuno, con cui si deve imparare a vivere, da cui bisogna lasciarsi consumare, avvolgere, ogni giorno e ogni minuto, e che non mi abbandona mai, neanche per un solo istante». Quella sera di novembre del 1975... «Quel dolore che è nato allora. La verità di quanto è accaduto, che non sa ancora nessuno e nessuno saprà, la verità, intendo, che è dentro di me, e che fa parte, anche quella, del mio percorso, nel tentare di dare un senso, adesso, alla mia vita. La verità sui miei morti che mi porto dentro da trent’anni». Si capisce a cosa stia pensando. E non le chiederemo mai qual è la verità. Forse cambierebbe le carte del suo processo, forse attenuerebbe le sue responsabilità... «Sia gentile. La prego davvero di scusarmi, se non voglio dire altro, se non voglio raccontare di me. Io non conto niente, non ho una storia da raccontare. Non ho niente da insegnare a nessuno, da allora. Non devo interrompere il dialogo tra me e me stessa, questo sì». A lei piace la parola percorso, la usa spesso. Dicono che durante i lunghi anni del carcere lei amasse dipingere. I suoi quadri rappresentavano cieli azzurri, prati verdi, circondati da muri. Si firmava «Il Gabbiano». Non dipinge più? «No, adesso no. Da molti anni ormai, fa parte del passato, degli anni trascorsi in carcere. ”Il Gabbiano” è volato via per sempre» (per una sola volta, il tono è più sereno: sorride). Doretta Graneris, Massimo Numa