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 2007  gennaio 21 Domenica calendario

DESAI Kiran New Delhi (India) 3 settembre 1971. Scrittrice. Figlia di Anita • « stato accolto, negli Stati Uniti e in Inghilterra, come uno dei migliori esempi di romanzo dell’era post 11 settembre 2001, Gli eredi della sconfitta, opera seconda della scrittrice indiana [

DESAI Kiran New Delhi (India) 3 settembre 1971. Scrittrice. Figlia di Anita • « stato accolto, negli Stati Uniti e in Inghilterra, come uno dei migliori esempi di romanzo dell’era post 11 settembre 2001, Gli eredi della sconfitta, opera seconda della scrittrice indiana [...] Anche se non ci sono terroristi islamici, anche se i grandi sommovimenti economici del pianeta restano sullo sfondo, e la storia è ambientata intorno alla metà degli anni Ottanta del secolo appena trascorso. Eppure nella trama che corre a binari sfalsati - in un villaggio indiano alle pendici dell’Himalaya, nella New York dell’immigrazione illegale e degli alloggi precari; e, in flash-back, nell’India alla fine del Raj, nella Cambridge snob del primo Novecento - l’attualità dell’incertezza stringe alla gola attraverso le vicende di personaggi per i quali la normalità dell’esistenza appare come un privilegio negato. In Inghilterra il libro ha conquistato il Booker Prize, premio per scrittori in lingua inglese di grande risonanza internazionale. Kiran Desai, nata nel ”71, è la più giovane vincitrice nella storia del premio. La madre di Kiran, la più nota scrittrice Anita Desai, è entrata più volte nella cinquina finale, senza riuscire ad afferrarlo. Così la giovane autrice indiana, con studi ed esperienze di vita in tre continenti, Asia, America ed Europa, è entrata nella scuderia della Penguin, una delle maggiori case editrici del mondo. In Italia, il libro sarà pubblicato, da Adelphi [...] Gli eredi della sconfitta ha un tocco diverso, eccentrico, rispetto all’ondata perdurante della nuova letteratura indiana. una metafora più sottile della globalizzazione delle vite, rispetto al clown Shalimar di Salman Rushdie. Per gli sconfitti dalla vita e dalla storia Desai ha più tenerezze, ma anche uno sguardo più desolato di Arundhati Roy, la scrittrice del subcontinente conosciuta per le sue battaglie sociali. E il suo mondo interiore spartisce poco con quello di Vikram Chandra, altro astro sorgente delle lettere indiane, e con la sua Mumbai sterminata e hard-boiled. Il libro inizia nel modo più tradizionale possibile, con una veduta paesaggistica, tale però da far innamorareun virtuoso delle parole. La nebbia che si muove come ”una creatura d’acqua” tra i costoni delle montagne dipingendo ombre marine, e la vetta del Kanchenjunga che si stacca dai vapori e dalle ombre, raccogliendo le ultime luci del giorno sulla sua vetta coperta di ghiaccio. Poi annoda le esistenze di personaggi dalla deriva quasi immobile, in una fatiscente villa, vestigia dell’epoca coloniale. Il giudice Patel, uno dei rarissimi magistrati indiani ada vere iniziato la sua carriera sotto gli inglesi, ora in pensione, è posseduto da un disprezzo rancoroso verso ogni suo connazionale. La nipote Sai, orfana dei genitori, una cenerentola riabilitata, divisa tra esperienza e pregiudizio. Il cuoco,sulla cui schiena pesano generazioni di servitù, e sul cuore paure ataviche per la gerarchia e l’autorità. E infine Gyan, il tutore di matematica di Sai, discendente dai Gurkhas, feroci mercenari nepalesi. stato cresciuto come un intellettualee si ritrova a vivere da proletario. Come da copione, Sai e Gyan cadono una nell’abbraccio dell’altro, dopo una comica, dolce misurazione reciproca di ogni parte scoperta o scopribile dei propri corpi, con il desiderio che fermenta con il crescere del monsone. In effetti, la falsariga del romance sentimentale sul tipo di Passaggio in India, aggiornata e rivista, è solo apparente. Ogni personaggio soffre la perdita di qualcosa. Il cuoco soffre la lontananza del figlio Biju che fortunosamenteè riuscito ad arrivare a New York. Sai la perdita dei genitori, e poi il tradimento dell’amore. Il giudice la perdita di se stesso. A sua volta, Gyan, di fronte ai sarcasmi del giudice e insieme allo scoppiare di una rivolta separatista dell’etnia nepalese nel tranquillo villaggio di Kalimpong, scopre la perdita della propria dignità. Attraverso l’osservazione ravvicinata, shakerata con una ricca dose di humour amaro, Desai cerca l’anima della globalizzazione in un tessuto di vicende intime. Il villaggio di Kalimpong diventa il teatro di una commedia umana al microscopio. La scrittura resta quasiatt accata alla pelle dei personaggi, anche quando l’azione si sposta nella grande New York per seguire le avventure di Biju, il figlio del cuoco. Al ”Baby Bistro” il ristorante ha il menu in francese, ma la cucina parla messicano e indiano. A ”Le Colonial” lo stile è coloniale in sala, al piano di sotto, ”indigeno”. Al diner ”Stars and Stripes” le bandierea stelle e strisce nascondono la bandiera guatelmateca, solo per gli occhi dei camerieri. La Grande Mela è raccontata attraverso le cucine dei ristoranti, i dormitori abusivi, i topi aggressivi e il sesso che può far vincere una ”greencard”, il visto per il lavoro legale negli Usa. Non riesce a Biju, ma a un suo amico rasta, che riesce a fare la spola impunemente tra New York e Zanzibar. Il mondo degli illegali che viene fuori dalla penna di Desai è altrettanto devastato quanto divertente. Un Upstairs &downstairs, sotto e sopra le scale, la commedia inglese senza bonomia, su scala planetaria. La satira sociale assume un ritmo incalzante in un volo economico, quello per il ritorno di Bijuin India, carico di regali e di voglia di trovareun posto al sole a casa propria. L’aeroplano è come un bus dalle interminabili fermate. Ad Heathrow, l’aeroporto principale di Londra, tutti i voli per i Paesi del Terzo mondo sono raggruppati nel terminal non rinnovato. A Francoforte, l’area ”in transit” assomiglia a un obitorio. E poi Abu Dhabi, Bahrain, Karachi, Delhi e infine Calcutta. Dove gli indiani di ritorno sono ansiosi di spendere i loro dollari, a prezzi indiani però. Certo, l’India sta diventando una grande potenza economica. E a volte gli accenti di Kiran Desai bruciano troppo sotto pelli conosciute bene e da vicino. Desai prende in giro la sudditanza e il disprezzo per le proprie origini che aleggia sul boom di parte del terzo mondo. Ma c’è anche la rabbia dei respinti dal benessere, di gran lunga la maggioranza. E la simpatia per le vite spintonate e maltrattate dalla storia, solo a tratti redente» (Fabio Sindici, ”La Stampa” 21/1/2007).