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 2007  gennaio 20 Sabato calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 22 GENNAIO 2007

L’ultimo fronte del pacifismo è una pista militare piccola e corta vicino Vicenza, aperta ai voli civili ma priva di collegamenti regolari. L’aeroporto è intitolato al maresciallo pilota Tomaso Dal Molin. [1] Qui dovrebbe sorgere la nuova base americana Ederle 2. Fabrizio Ravelli: «Qui, nei prossimi mesi, si giocherà qualche altra battaglia - si spera incruenta - in stile Val di Susa». [2]

Gli americani vogliono riunificare la 173ª Brigata paracadutisti ora divisa tra la Germania e la caserma Ederle. Stefano Filippi: «Espandere la base attuale è impossibile e il Dal Molin è un’area demaniale distante pochi chilometri che si poteva ottenere senza espropri. Un paio di anni fa furono avviati i colloqui con il governo in carica. L’allora ministro della Difesa, Antonio Martino, garantì un accordo di massima». [1] Vincenzo Nigro: «Finita da tempo la guerra fredda Rumsfeld aveva deciso di accorpare e trasferire molte basi Usa nel mondo, e questo coinvolgeva l’Italia». [3]

Il Comune di Vicenza era favorevole. Marco Nese: «Gli Stati Uniti avevano capito che potevano andare avanti e così hanno proceduto con sopralluoghi e studi di fattibilità per una spesa di 10 milioni di dollari». [4] Il piano prevede otto palazzine «in stile palladiano» di quattro piani l’una, una mensa per mille persone, due parcheggi di sei piani. Depositi, negozi, due ristoranti, fast-food, barbiere. Ravelli: «Tutto dettagliato fino all’ultima maniglia e all’ultima piastrella. Investimento per la prima fase 306 milioni di dollari, 26 per il centro fitness, 52 per l’ospedale, e via così». [2]

La pista dell’aeroporto verrà rimessa a nuovo. Ilvo Diamanti: «Un aeroporto dismesso potrebbe diventare attivo; anzi ”militare”? Per onestà, gli Usa hanno garantito che non lo utilizzeranno come aeroporto. Però trattandosi della 173ª brigata aviotrasportata e vista la determinazione con cui gli Usa hanno voluto, preteso, ottenuto proprio il Dal Molin, rifiutando le alternative proposte dal governo, qualche dubbio è lecito». [5] Ravelli: «Sarebbe come dire che per le prossime missioni partiranno in torpedone, si imbottiglieranno nel passante di Mestre, e arriveranno finalmente all’aeroporto di Aviano». [2]

Il Dal Molin è a cinque minuti dal centro, di Vicenza e di Caldogno, dove vive Diamanti: «Per questo, qualche anno fa, quando si sparse la voce che proprio lì sarebbe sorta una nuova base militare Usa, io non ci ho creduto. E come me molti altri, che conoscono il sito. Tremila militari, sei-settemila tra familiari e ausiliari. Circa diecimila persone. (Altrettante ne risiedono, attualmente, nel villaggio Ederle. In totale diverrebbero ventimila americani, in una città di centomila abitanti). Una base militare proprio lì, a due passi dal centro (e, lo ammetto, da casa mia). Impossibile. Invece era assolutamente vero». [5]

Si denuncia l’inquinamento, il traffico, l’urbanistica stravolta. Filippi: «Si evoca lo spettro di nuovi Cermis, si dipinge la città del Palladio come futuro bersaglio dei terroristi. Sono stati invocati referendum impossibili. Si è detto che il valore delle case attorno all’attuale base è crollato. Si sostiene che è giusto rinunciare all’’economia bellica” e che ”i lavoratori della caserma Ederle dovrebbero organizzarsi in modo indipendente dai loro padroni americani”». [1] Diamanti: «La base si farà. In nome delle alleanze internazionali. E dell’interesse nazionale. Che, naturalmente, non può essere stabilito dai cittadini del luogo. Ci mancherebbe. Il Bene del Paese contro il bene del ”mio” paese. Non c’è partita». [5]

Un insediamento di tale portata incrementa l’occupazione e l’indotto. Il conte Paolo Marzotto, dinastia tessile di Valdagno: «Capisco anche i rischi che correrebbero gli attuali dipendenti della base, se gli americani andassero altrove. Ma non è il caso di drammatizzare. Vicenza, che chiama immigrati, sarebbe in grado di trovare una soluzione. Mi permetto di dire ai miei colleghi che non ci sono solo gli schei». [6] Per D’Alema Vicenza è una città ricca che potrebbe tranquillamente riassorbire gli eventuali licenziati di Ederle. Leonardo Oliviero (comitato per il sì): «Oltre la metà dei dipendenti ha superato i 40 anni, un’età in cui non è facile riciclarsi». [1] Cinzia Bottene (comitati per il no): «Lavoro ce n’è, non dipendiamo dagli americani. Siamo nel ricco Nordest, non a Crotone». [7]

I numeri sono un mistero. Si va da 340 fino a 8000 posti di lavoro a rischio. Orsola Casagrande: «I numeri sono gonfiati e gli imprenditori vicentini che non hanno mai aperto bocca sui licenziamenti - 1500 solo alla Marzotto, Folco, Nutti - ora si ergono a paladini della difesa dell’occupazione». [8] Gianni Zonin, presidente della Banca Popolare di Vicenza: «Bisognerebbe trattare con gli Usa le nostre richieste, attivando sinergie tra i due Paesi: un’università americana a Vicenza, una struttura ospedaliera che integri medicina e medici. E poi vuol mettere l’incremento del turismo d’Oltreoceano?». [9] Massimo Calearo, presidente dell’Unione industriali: «La nostra città è la prima nel rapporto Pil-export; Vicenza da sola esporta più di tutta la Grecia. Per i nostri prodotti il mercato Usa è uno sbocco fondamentale». [10]

Vicenza avrà in cambio dell’ampliamento della base militare importanti benefici economici. Tipo la revisione del regime dei dazi per le imprese orafe che esportano sul mercato Usa. Calearo: «Le aziende orafe istraeliane e turche non pagano dazi per entrare nel mercato Usa mentre il prodotto italiano paga il 5%. Una concorrenza impari. Attenzione, quello che abbiamo ottenuto dagli americani non andrà solo a vantaggio nostro ma di tutte le aziende dell’oro italiane, da Vicenza a Valenza Po». [10]

Secondo quelli del ”no” i soldati americani sono dei mantenuti. Ravelli: «Per la caserma Ederle, quella che già esiste dal 1965, si stima siano stati pagati coi soldi dei contribuenti più di 40 milioni di dollari. Il progetto Ederle 2 prevede un raddoppio della presenza, e quindi del contributo». [2] L’Unità: «Per ospitare le truppe americane nel nostro Paese, l’Italia spende ogni anno centinaia di milioni di dollari, in contributi diretti o indiretti. Per l’esattezza, nel 2003 - ultimo anno per il quale ci sono le cifre ufficiali - 366,54 milioni di dollari che rappresentano il 41% del costo totale di mantenimento delle basi americane in Italia». [11]

Gli italiani sono tra i più generosi alleati degli americani in Europa, preceduti solo dalla Spagna. L’Unità: «Molto più generosi degli inglesi, che sborsano solo il 27% delle spese di mantenimento delle basi. Più generosi dei tedeschi, che si limitano a pagare il 32%, la stessa percentuale che paga dalla Grecia. Il Belgio paga ancora meno, il 24%, per non parlare del quasi invisibile 3,6% dato dal Portogallo. La media del contributo degli alleati europei della Nato è del 28%, molto, molto più basso di quello italiano». [11]

Dentro quel 41% ci sono concessioni a titolo gratuito di terreni ed edifici, riduzione delle spese telefoniche, esenzione dalla tassazione di beni e servizi destinati ai militari Usa, manutenzione delle basi (che formalmente sono ”italiane”), facilitazioni concesse ai militari e alle loro famiglie come l’acquisto della benzina in esenzione di imposte e accise. L’Unità: «Per questo gli americani lasciano la Germania (lì le truppe sono state ridotte di oltre due terzi negli ultimi due anni) e attraversano le Alpi». [11]

Con il potenziamento della base di Vicenza, viene rafforzato l’intero sistema delle basi Usa in Italia, le cui dimensioni si deducono dall’ultimo rapporto del Pentagono Base Structure Report 2006. Manlio Dinucci: «Le forze armate statunitensi posseggono nel nostro paese 1.546 edifici e ne hanno in affitto 1.168, con una superficie complessiva di quasi 2 milioni di metri quadri». [12] Francesco Grignetti: «Oggi sono sei le principali installazioni militari delle forze armate Usa: due della Marina (a Napoli, dove c’è il comando della Sesta Flotta, con succursale a Gaeta; alla Maddalena, dove sono ospitati i sottomarini atomici, ma in via di dismissione), due dell’Aeronautica (Sigonella e Aviano: qui dovrebbero essere custodite anche le bombe atomiche), due infine dell’Esercito (Livorno e Vicenza). Una decina sono quelle minori, per lo più ospitano radar e centri di ascolto». [13]

Si dice: gli americani hanno necessità di riunire la brigata 173ª brigata. Se non lo fanno in Italia, lo faranno da qualche altra parte. Oliviero: «Chiuderemo noi della Ederle e la base di Livorno, dove lavorano altre 500 persone, e anche Aviano sarà ridimensionata». [1] Roberto Di Caro: «A sentire gli esperti, non sembra probabile che in caso di rifiuto gli americani per ripicca dislochino la 173ª in Romania o in Bulgaria, e a Vicenza smantellino anche la Ederle. I soldati si spostano in aereo, ma tanks e rifornimenti si muovono via nave, e ai porti di Livorno o Trieste si arriva facilmente, tra il Mediterraneo e il Mar Nero c’è invece di mezzo il Bosforo: basterebbe allora un colpo d’ala del premier turco Erdogan o di chi per lui a inceppare l’intera strategia di intervento rapido in Medio Oriente». [14]

Dopo Vicenza toccherà a Cameri, aeroporto militare a poche decine di chilometri da Novara dove dovrebbe essere allestita la linea di assemblaggio del futuro cacciabombardiere «F-35», un jet da 50 milioni di euro (il rimpiazzo di Tornado, AM-X e Harrier della Marina). [15] Andrea Nativi: «Un programma vitale per le nostre forze armate come per l’industria aerospaziale nazionale che fa capo alla Finmeccanica, guidata da Pier Francesco Guarguaglini, che ne ricaverà tecnologie, miliardi di dollari di carichi di lavoro pregiati e migliaia di posti di lavoro». [16]

Duemila persone campano sull’industria dei caccia. Paolo Griseri: «Potrebbero diventare 2.200 (cui si aggiungerebbero 800 dipendenti dell’indotto)». Don Renzo Sacco (Pax Christi): «Costruire un aereo militare d’attacco, che può trasportare anche testate nucleari, è un crimine contro l’umanità». [17] Per cominciare, giovedì è saltata la presentazione del nuovo convertiplano (metà elicottero e metà aeroplano) AB-609 di Agusta-Westland, un aereo civile (ufficialmente per «avverse condizioni meteorologiche»). [15]