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 2007  gennaio 19 Venerdì calendario

La tv ha il palato d’oro. La Padania 19 gennaio 2007. «Bra - A meno di cinquanta chilometri da Torino, non lontano dalle Langhe, nel cuore della food valley, si trova la cittadina di Bra, uno dei centri di maggiore importanza per l’enogastronomia piemontese

La tv ha il palato d’oro. La Padania 19 gennaio 2007. «Bra - A meno di cinquanta chilometri da Torino, non lontano dalle Langhe, nel cuore della food valley, si trova la cittadina di Bra, uno dei centri di maggiore importanza per l’enogastronomia piemontese. E nelle generose campagne di Bra, che come capoluogo ha Cuneo, oggi si trova Edoardo Raspelli alla guida della troupe di Melaverde, il programma ideato dall’agronomo Giacomo Tiraboschi, fiore all’occhiello di Rete 4, in onda la domenica alle 12.10. Attraverso il palato d’oro (i suoi gusto e olfatto sono assicurati per 500mila euro) del celebre ”cronista della gastronomia”, come lui ama definirsi, assaporeremo profumi, sapori e antiche tradizioni. La trasmissione farà tappa anche in un ristorante di Sommariva del Bosco, zona ricca di fascino ambientale, oltre che enologico, collocata tra colline e magici castelli. Non a caso lo slogan del programma - che sembra quasi una bandiera della Lega - sono le tre t di terra, territorio e tradizione. Raspelli, classe 1949, residente a Bresso, sposato, padre di due figli - che tra l’altro, oltre a lavorare in tv, dal 1984 scrive di ristoranti sulla Stampa, dove da una decina d’anni ha aggiunto una rubrica sugli alberghi - vanta un curriculum sterminato. Alla Padania racconta la sua vita, dalla cronaca nera a quella gastronomica, dai ristoranti alle querele. Raspelli, partiamo da Melaverde. Cosa ci mostra a Bra? «Sono nella zona degli orti presso l’azienda di Costantino Moro per parlare delle verdure invernali: insalata, cavolo verza, bietola da costa. Intervisto anche Marcello Gatto, presidente della Coldiretti in Piemonte. Poi mi sposto nella trattoria ”Del Viaggiatore” di Sommariva del Bosco, un locale alla piemontese, semplice ma raffinato, con marito in sala e moglie in cucina a preparare i piatti della tradizione come la bagna cauda a base di olio, burro, aglio e acciughe ”sfrigolate”, che dalla padella viene trasferita in fornellini di terracotta dove ciascuno intinge le verdure come il cardo gobbo di Nizza Monferrato; ma ci sono anche le verze sofegate del Veneto, le verze alla lombarda con lardo e vino bianco, le coste al sugo pugliese e il mio piatto preferito: il bottaggio o cassoeula che si fa proprio quando le verze gelano e sono sfatte, con piedino, orecchio e codino di maiale. Solo a raccontarlo ho le secrezioni gastriche...». Da nove anni conduce Melaverde, uno dei programmi più visti di Mediaset, come ci è arrivato? «Quasi per caso. E sono felicissimo di condurlo. Melaverde è una continua scoperta di commoventi storie umane e di agricoltura. Sono appena rientrato da Caderzone, paese sotto Pinzolo, che vanta 600 abitanti e 750 vacche, dove ho raccolto la storia di un signore che da bambino lavorava nel bosco, da ragazzino ha fatto l’umile pastorello e che oggi, dopo aver rilevato l’azienda del padre, possiede 120 vacche di razza Rendena, il cui latte è conferito al caseificio sociale di Pinzolo». Mai avuto delusioni? «Da vent’anni vado in vacanza in Valdossola, a Crodo, patria del crodino. Qui ho chiesto di entrare nell’azienda per vedere come nasce il noto analcolico e mi hanno risposto picche. Vorrà dire che Melaverde si rivolgerà alla San Pellegrino o alla Norda...». Non ha mai avuto il desiderio di cambiare tipologia di programma? «Vorrei fare anche altro. Melaverde offre una varietà di argomenti e di storie che è impossibile annoiarsi. La nostra è una squadra compatta e Gabriella Carlucci è una bravissima professionista. Lavoriamo senza lustrini e paillettes, con mezzi limitati e tanto sacrificio, ma con grandi soddisfazioni. Non potrei mai rinunciarci. Però mi piacerebbe fare cose nuove, come quando ho testato Psycho - Delitti per gioco con Remo Girone. Dopo nove anni di esperienza in esterno, che comporta fatica fisica e imprevisti climatici, in studio sarei facilitato. Sarebbe come scalare la Grigna dopo aver raggiunto la cima dell’Everest». Da vanitoso, come ammette di essere, cosa le piacerebbe fare? «Beh, mi piacerebbe aprire Tv Sorrisi e Canzoni, dove in prima pagina campeggia il titolo ”Ornella Muti: ho sofferto, ma l’amore mi ha salvato la vita”, e trovarci ”Edoardo Raspelli: ho sofferto, ma la cassoeula mi ha salvato lo stomaco”... La gratificazione è quando ti chiedono un parere che non è sui ristoranti o la tv, ma: chi vincerà il campionato? Preferisci la Chiabotto o la Marini?». E lei chi preferisce? «Ho conosciuto la Marini da Chiambretti e non è il mio tipo. Questa Chiabotto deve essere brava, per avere vent’anni ed essere dappertutto… Ma la mia preferita in assoluto è la Hunziker... Ecco mi piacerebbe condurre un programma con lei». Si sente un po’ sottoutilizzato? «Ho le potenzialità per fare anche altre cose. Leggo otto quotidiani al giorno, e non per sapere della tagliatella. I miei colleghi sono stati Feltri, De Bortoli, Donelli, Moncalvo, tutti direttori o ex direttori, l’editorialista Gianantonio Stella, il critico cinematografico Meneghetti». «Confesso che è stata una molla di gola e di appetito. Mio padre era un dirigente ospedaliero importante però non sopportava gli odori di aglio, prezzemolo, cipolla… Così io, mia mamma e il mio fratellino, appena potevamo, andavamo a rifugiarci a Gargnano, sul Lago di Garda, da una ziona enorme, sorella di mia mamma. La villa di campagna era sua e del marito, un noto architetto di Milano. Quando rimase vedova, aprì un relaix & châteaux delizioso, il Villa Fania, con statue in gesso, bouganville, lampioncini, un ristorante e... sposò il suo maitre d’hotel. Io, da nipotino prediletto, e goloso, anche se magrissimo tanto che mi chiamavano Mauthausen, grazie a zia Fania ho iniziato ad apprezzare il cibo. Invece, a Gardone, da altri parenti che avevano il Grand Hotel Savoy Palace, ho imparato a stare a tavola, a usare le posate. Fare il giornalista mi consentiva di coltivare questa mia passione». In che modo? «Mio padre, che negli Anni Sessanta era pubblicista, riceveva i ”distinti stampa” per assistere alle partite e inviti per andare ai cocktail. Così, ancora ragazzino, mi intrufolavo negli spogliatoi per intervistare Rivera, Mazzola, Maldini padre. Un giorno Nereo Rocco, allenatore del Milan, mi chiese: chi è lei? E io: Raspelli della Libertà di Piacenza. Ma lui: cosa? Della Libertà di… piacere? Ma il mio vero scopo era, dopo interviste e conferenze stampa, buttarmi sui buffet a base di salmone affumicato e tartine ricoperte di gelatina!». Ricorda il suo primo articolo? «Andò così. Un giorno, nel 1961, mio padre, che era modenese, disse: andiamo in vacanza a Pievepelago, nell’Appennino Tosco-Emiliano, dove c’erano i Centri federali di tennis. Così mi misi a giocare - tra l’altro a poca distanza da Adriano Panatta - e anni dopo scrissi il mio primo articolo sui Centri. Avevo 19 anni e uscì nella pagina Tempo dei giovani del Corriere della sera». Come continuò? «Con un trucchetto. Nel 1969, la mia compagna di banco si chiamava Claudia Norsa, era la nipote di Franca Valeri, e mi fece un favore. Siccome giravo ed ero esperto di ostelli della gioventù le chiesi di inviare al Corriere una lettera, come lettrice qualunque, chiedendo informazioni sugli ostelli. Lei lo fece e dopo due giorni mi presentai proponendo, con la mia faccia tosta, l’articolo. ”Va bene, Raspelli, lei ha ragione”, mi dissero. Così scrissi il mio secondo pezzo pagato 30.000 lire. E nel 1971 entrai da praticante al Corriere d’Informazione». Di cosa si occupava? «Il primo giorno di lavoro in un bagno al piano terra della Cattolica, di cui era preside Gianfranco Miglio, la studentessa Simonetta Ferrero veniva uccisa con trentatré coltellate. Così io, che avevo 22 anni e non sapevo distinguere un magistrato da un carabiniere, mi ritrovai a fare questo mestiere in mezzo a tanti giornalisti figli di buona donna. Ed è stata durissima. Perché poi ci sono stati gli Anni di piombo di Milano, in cui ho visto di tutto. Il 17 maggio del 1972, alle 9 del mattino, in via Cherubini Sofri, Bompressi e Pietrostefani uccisero il commissario Calabresi. E io sono stato il primo giornalista ad arrivare sul luogo. Un altro delitto che mi ha sconvolto è stato quello della modella Valentina Masneri Tribolati nel 1977. Ricordo che tampinai il marito che mi rispondeva con rassegnata pazienza». Nostalgia per la cronaca? «Eccome. Mi manca moltissimo. La ”colpa” della svolta è di Cesare Lanza, allora direttore del Corriere d’informazione, che nel 1975 mi costrinse a occuparmi di ristoranti: ”Vai, mangi, paghi, poi noi ti rimborsiamo. Ma voglio anche quelli cattivi”, mi disse. Così inventai la rubrica ”Il faccino nero”. L’occhiello era il nome del ristorante più fetente, il titolo: qui vi può capitare anche questo». Grazie a lei nasceva in Italia la critica gastronomica. « vero, perché prima c’era solo la piaggeria. Ma non ho fatto fatica a trovare materiale: allora a Milano si mangiava da schifo e i ristoranti erano sporchi. Così mi capitava al Savini di mangiare mentre il cameriere a distanza di tre metri si tagliava le unghie, nella trattoria Dall’Amelia di Mestre, invece del tronchesino, adoperava lo stuzzicadenti! Meglio non ricordare poi quello che succedeva al Biffi Scala e al Rigolo di Milano, al Ranieri di Roma o al Pesce d’oro di Sanremo». Quali sono state le conseguenze delle sue stroncature? «Trenta querele e altrettante assoluzioni per aver svolto correttamente il diritto e il dovere di cronaca e critica. McDonald’s mi ha chiesto addirittura un risarcimento di 25 milioni di dollari e la stampa mondiale, compreso il Wall street journal, si è schierata dalla mia parte. Un giorno, nel 1979, trovai sotto casa una corona di fiori con tanto di nastro viola e la scritta ”al nostro caro Edoardo”. Questa la mia risposta dalla prima pagina del Corriere d’informazione: volevo ringraziare chi mi ha mandato la corona di fiori, ma anche rassicurarlo che la sua cucina è sicuramente fetente, ma non letale. Una volta però ho avuto davvero paura: è stato quando feci il ”Faccino nero” allo Château d’Avignon di via San Maurilio dalle parti di via Torino. Questo ristorante era noto per essere sede della cosiddetta maggioranza silenziosa, intellettuali di destra, fra i quali Montanelli, ma anche qualche birichino, che si opponevano alla sinistra. In cucina c’era la mamma del pugile Duilio Loi, nonna di quel bravo ragazzo che aveva ammazzato un agente di polizia nel 1973». Non si fa che osannare la cucina italiana, lei cosa ne pensa? «Si sente spesso dire questo o quello è il prodotto che tutto il mondo ci invidia. Ma quando mai? Cosa gliene frega del parmigiano reggiano al Nicaragua? Le grandi cucine sono tre: italiana, francese e cinese. Rispetto alla Cina e alla Francia noi abbiamo un ruolo importante per pasta e riso, che nella cucina orientale sono solo un accostamento. Però la tradizione francese è grande. Basta tenere presente che il vino è normato con l’Aoc (Appellation d’origine contrôllée) dal 1855. La legge omologa italiana, la Denominazione d’origine controllata, nasce nel 1963». Ha fatto anche l’attore, è vero? «Sì ho recitato la parte di un cameriere nel film di Chiambretti Ogni lasciato è perso. Oggi mi piacerebbe fare il remake di Qualcuno sta uccidendo i più grandi cuochi d’Europa, in cui gli chef sono trovati ammazzati secondo la loro specialità, come Cipriani affogato nella vasca delle aragoste. Ma, da persona schiva e modesta quale sono, mi accontenterei di molto meno. Come una pubblicità ironica con me che, sullo stile di Catherine Deneuve, scendo da una limousine e mi presento: Je suis Edoardo Raspelli!». Rosanna Scardi