Varie, 19 gennaio 2007
CEDOLINS Fiorenza
CEDOLINS Fiorenza (Cedolin) Anduins di Vito D’Asio (Pordenone). Soprano • «La sua voce è ombrosa, intensa e sapientemente, d’un tratto, si fa diafana, s’ammorbidisce: un caleidoscopio di impercettibili sfumature espressive. Adorata da Franco Zeffirelli, prediletta dai direttori d’orchestra, apprezzata dai critici e dal pubblico che le hanno conferito i premi Abbiati e Opera award [...] “Noi cantanti abbiamo una specie di malattia: proviamo emozione sempre e comunque. [...]” Emozione ben diversa visse da bambina quando, nella sua Anduins, un borgo sopra San Daniele del Friuli, scampò al terremoto del 1976... “Tutto quello che esisteva prima, i riferimenti spaziali della mia esistenza, sparirono in 59 secondi. Ha molto influito sullo sviluppo della mia sensibilità [...] Nella musica vado cercando quello che scalda il cuore, che dà gioia. Anche il dolore, espresso con le note, è catartico e in qualche modo ti aiuta. Diversamente da una scossa tellurica”. Già da bambina amava la musica? “Ero un po’ l’artista di famiglia. La vena l’avevo ereditata da mio padre: nonostante fosse un artigiano con un’officina metalmeccanica, era un creativo e suonava il clarinetto, si esibiva nel coro locale. Quasi tutti i paesi del Friuli ne hanno uno. Iniziai a cantare in parrocchia, grazie a don Aniceto, e fui praticamente autodidatta. Conoscevo quasi esclusivamente musica sacra, quando a diciannove anni un amico mi invitò ad ascoltare al Verdi di Trieste La vedova allegra e Norma: fu un colpo di fulmine. Successivamente un maestro di coro che aveva esercitato in quel teatro e alla Rai di Milano, si innamorò della mia voce e mi convinse ad approfondire gli studi [...] Nel 1996 vinsi il Concorso internazionale Luciano Pavarotti Voice e l’anno dopo cantai in Simon Boccanegra all’Opera di Montecarlo diretta da Daniel Oren. Il maestro israeliano dichiarò in alcune interviste di ‘aver scoperto la nuova Mirella Freni’ e fu decisivo per la mia affermazione quando, ancora sconosciuta, mi impose come Aida al San Carlo di Napoli e Tosca all’Opera di Roma”. Il suo rapporto con la musica è assai personale: ha parlato di “Sindrome di Stendhal”... “Fascinazione ed estasi: questo esercita su di me il canto. Se esistesse tale sindrome per la musica, io ne sarei certamente vittima, tant’è che non posso ascoltare un brano musicale e fare contemporaneamente qualcos’altro, come leggere un libro o guidare l’auto. E odio, quasi rifiuto fisicamente, la musica utilizzata come sottofondo, che so?, nello studio del dentista [...] La mia esistenza è tesa nella ricerca della perfezione e della bellezza. L’amore per il canto e per la musica è un dono divino. Dio è il bene che c’è in noi e lo intuiamo anche attraverso espressioni come l’arte o la volontà di fare buone azioni. Solo nella natura, oltre che nella musica, egli si manifesta direttamente, senza intermediazioni o sovrastrutture intellettuali. Proprio per questo la musica di valore viene percepita da tutti come qualcosa di emozionante, perché è la sua bellezza intrinseca”. Fra i suoi grandi amori ci sono anche i gatti... “Me li porto in tournée per tutta Europa: ho una macchina da sette sedili e quelli dietro li ho tolti per attrezzare un’enorme gabbia che li ospita. Ad Anduins ne ho undici ex randagi: non comprate animali da allevamento! Per strada, nei canili, è pieno di creature che hanno bisogno di conforto”. [...] ha affermato che l’opera è un tavolino a quattro zampe: direttore, regista e due (o più) protagonisti. E se le capita un direttore che le vuole imporre con forza la sua interpretazione? “Inevitabilmente il tavolino si sbilancerebbe. Una volta mi è capitato di dare un aut aut alla produzione: o io o lui, riferendomi a un regista. Io sono rimasta”. Quali sono le caratteristiche del direttore d’opera perfetto? “Innanzitutto deve amare gli artisti. Innamorato del loro canto fin quasi ad accompagnarli nel respiro, affinché possano dare il loro meglio”. I personaggi femminili pucciniani paiono essere la sua passion predominante... “È l’autore che coglie magistralmente l’ineffabile ambivalenza della donna. Donne allo stesso tempo buone e cattive, distruttive e autodistruttive, donne vere, in definitiva. Come Manon Lescaut: misteriosa, enigmatica al punto da sembrare indifferente, talmente affascinante da meritare il perdono, nonostante tutto, anche per la sua debolezza. Tosca: un po’ sciocca, impacciata, tutta istinto e senso materno, che perde il controllo di sé quando scopre quanto si possa soffrire e odiare nella vita reale. Mimì, la ragazza della porta accanto, un po’ leggera e frivola, che ci insegna come si possa morire a vent’anni, anche se non è giusto e non si è fatto nulla di male al mondo. E Butterfly, la ragazza che rifiuta se stessa, la propria realtà, inventandosene una impossibile, che si rifugia in quella follia autodistruttiva che solo le adolescenti sono capaci di perseguire fino all’estremo [...] Butterfly apparentemente è il paradigma della fragilità, invece ha dentro di sé una forza addirittura disumana. Al contrario Norma potrebbe sembrare un’algida donna di potere: in realtà ha una esilità interiore che la porta a uccidersi piuttosto che a far morire un innocente”» (Riccardo Lenzi, “L’espresso” 25/1/2007).