Danilo Taino, Corriere della Sera 18/1/2007, pagina 41., 18 gennaio 2007
India, le famiglie scoprono il capitalismo d’assalto. Corriere della Sera, giovedì 18 gennaio NEW DELHI – Il bagno nel Karma Capitalism sarà un’esperienza nuova
India, le famiglie scoprono il capitalismo d’assalto. Corriere della Sera, giovedì 18 gennaio NEW DELHI – Il bagno nel Karma Capitalism sarà un’esperienza nuova. Quando arriveranno assieme in India, a febbraio, la delegazione del governo, guidata da Romano Prodi, e quella della Confindustria, condotta da Luca di Montezemolo, troveranno un Paese sempre più sicuro di se stesso. La India Inc. è in una fase di ristrutturazione e di espansione all’estero straordinaria. Ma sta anche iniziando a esportare un suo modello indigeno di capitalismo. L’anno scorso, in Cina, Prodi e Montezemolo hanno conosciuto il mercato duro e puro, tutto avidità e muscoli. Questa volta troveranno altrettanti capitalisti duri, ma avvolti nel mantello di una certa spiritualità. Il settimanale Business Week ha sintetizzato così la differenza: Sun Tzu, l’autore cinese dell’Arte della Guerra, contrapposto a Shiva, la divinità indù che predica il bene come via per il successo. Non che gli imprenditori indiani abbiano preso la via della santità. Anzi, sono sempre più aggressivi, in casa e fuori. A parte l’industria dell’information technology, che cresce e innova, è l’intero treno dell’economia che si è messo a correre. E in testa ci sono i vagoni tradizionali, le grandi conglomerate del passato, quelle cresciute all’ombra dell’ economia pianificata dove il legame con il governo valeva mille volte più di una buona idea: a mercati aperti, sono diventate locomotive ad alta velocità. Il gruppo Tata è in piena battaglia per l’acquisizione di Corus, società anglo- olandese: ne nascerebbe uno dei giganti mondiali dell’acciaio. Il gruppo Reliance Industries sta per lanciare un’offerta per le plastiche General Electric, una decina di miliardi di dollari. Le aziende indiane del farmaceutico e delle biotecnologie hanno passato il 2006 a comprare concorrenti in Occidente: l’acquisizione più grossa, quella di Dr. Reddy’s Laboratories sulla tedesca Betapharm. La Videocon, elettronica di consumo, nel 2005 aveva già comprato le attività della francese Thomson, ora sta facendo un’offerta per la coreana Daewoo Electronics. Le imprese indiane investono in Europa, Stati Uniti, Cina, Africa e ora sono alla ricerca di marchi nel lusso e nella fascia media del mercato. Le operazioni più straordinarie, però, sono quelle in casa. La battaglia miliardaria per comprare la maggioranza di Hutch Essar, quarto operatore di telefonia mobile del Paese, vede in campo Vodafone e almeno quattro grandi famiglie indiane. Nella grande distribuzione i progetti sono straordinari: sempre la Reliance di Mukesh Ambani sta lanciando un progetto di ipermercati e punta a un giro d’affari di 20 miliardi di dollari entro il 2010; Sunil Bharti Mittal, alleato con i Rothschild per esportare vegetali freschi, ha appena formato una joint-venture con il gigante americano Wal-Mart; Ratan Tata ha colloqui con un partner estero per ipermercati e negozi; il gruppo Birla lo stesso; il Godrej Group è in trattativa con i giganti della distribuzione europea Carrefour e Tesco; anche Li Ka Shing, stramiliardario di Hong Kong, vorrebbe qualche centro commerciale. E’ iniziata la battaglia per uno dei più grandi mercati di consumo del pianeta, segno che, forse, la famosa classe media indiana inizia a farsi sentire. Insomma, è come se i grandi progetti uscissero dalla testa di Brama. Tata sta per iniziare la costruzione, in Bengala, dello stabilimento che produrrà l’auto da duemila euro. Ambani opera una delle più grandi raffinerie del mondo e ne vuole costruire un’altra. Sunil Bharti Mittal – che ha già messo sottosopra il settore della telefonia mobile, dove è numero uno perché ha rovesciato il concetto di outsourcing e lui, indiano, ha dato le reti in gestione a Ericsson, Siemens e Nokia e i servizi di It all’ Ibm – oltre a verdura e negozi punta alle assicurazioni, dove ha appena lanciato una joint-venture con Axa. Il gruppo Mahindra & Mahindra in tre anni ha comprato nove aziende in America, Cina ed Europa ed ora è un gruppo globale dei macchinari agricoli; ma finanzia anche gli agricoltori, produce auto, componenti auto e via dicendo. Imprenditori scatenati, dunque, non bramini contemplativi. Succede però che i loro successi hanno messo l’India – e il modo di fare affari di alcuni gruppi – al centro dell’attenzione. Negli Stati Uniti, per esempio, si è creata una scuola di management "indiana" che rovescia i valori del capitalismo anni Ottanta e Novanta: insegna business con una coscienza sociale, senso della missione, cooperazione, individuo al centro e, udite, dice che il denaro non è tutto. Da Rakesh Kurana di Harvard a CK Prahalad dell’Università del Michigan, da Vijay Govindarajan del Dartmouth College al "trainer" di grandi amministratori delegati Ram Charan, un nuovo approccio al business sembra uscire dal subcontinente della spiritualità: niente ha più successo del successo. Troveranno il mondo degli affari in eccitazione, dunque, Prodi, Montezemolo e gli industriali italiani nel Grand Tour dell’India 2007. Ma anche un po’ di filosofia, buona per mettere le cose con i piedi per terra. Nella foto grande, Ratan Tata, numero uno dell’omonimo gruppo industriale, che conta 93 divisioni ed è attivo in decine di settori, dalla meccanica alle telecomunicazioni, dalle automobili alle costruzioni. Il colosso Tata rappresenta da solo il 3% dell’intero Pil indiano. Danilo Taino