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 2007  gennaio 18 Giovedì calendario

Il mestiere del fuoriuscito. la Repubblica, giovedì 18 gennaio Temiamo che alla fine non gli abbiano fatto un favore cancellandogli la condanna a 16 anni e permettendogli, dopo 26 anni di Parigi, di rientrare in un´Italia che, tra i petardi contro Padoa Schioppa e il diffuso antiamericanismo, persino istituzionale, potrebbe a prima vista dargli l´illusione che non solo gli anni settanta non sono finiti, ma che ora magari lo faranno ministro degli Esteri o, meglio, commissario del popolo, perché insomma continua quella cosa che non era che un debut

Il mestiere del fuoriuscito. la Repubblica, giovedì 18 gennaio Temiamo che alla fine non gli abbiano fatto un favore cancellandogli la condanna a 16 anni e permettendogli, dopo 26 anni di Parigi, di rientrare in un´Italia che, tra i petardi contro Padoa Schioppa e il diffuso antiamericanismo, persino istituzionale, potrebbe a prima vista dargli l´illusione che non solo gli anni settanta non sono finiti, ma che ora magari lo faranno ministro degli Esteri o, meglio, commissario del popolo, perché insomma continua quella cosa che non era che un debut. In realtà, secondo noi, non gli hanno fatto un favore perché, senza più lo status di rifugiato politico, Oreste Scalzone smetterà di essere la ricercatssima stella della irriducibilità al pensiero unico giustizialista e revisionista, e forse perderà anche la simpatia che ancora gli fa dire: «In vita mia non ho mai avuto tempo di lavorare». Ora davvero rischia, povero prescritto, di diventare un altro dei tanti detriti depositati dal fiume della storia italiana più recente, ex brigatisti ed ex terroristi che, oggi ancora più paradossali di allora, scrivono e presentano libri, organizzano incontri mediatici con le proprie vittime, tengono lezioni in università dove vengono, da un lato, applauditi perché fenomeni da baraccone spettacolare e, dall´altro lato, contestati perché c´è sempre un tornaconto nel gioco delle parti, nell´eterna guerra tra sceriffi e banditi. E dunque ci sarà anche per lui un La Russa che farà il poliziotto contro le proprie ossessioni di ieri, un Mantovano ragazzo della via Pal che inseguirà gli ex katanga, e forse il rettore dell´università di Lecce lo inviterà, come ha già fatto con Renato Curcio, nel suo saloon accademico dove, di nuovo, il sindaco Adriana Poli Bortone srotolerà il vecchio wanted. Adesso dunque toccherà anche a Oreste Scalzone fare il marziano a Roma: «A marzia´, vie´ qua», «A terrori´, vie´ qua». Sarà chiamato come consulente, o come opinionista del Tg1, costretto a fare il verso a Dostoevskij e agli anarco nichilisti. E infatti mi dice: «Farò il one man show. E come sempre mi basterà un marciapiede». Ecco la vera malinconia del sottosuolo italiano: i cani rabbiosi degli anni settanta sono gatti castrati, le pantere sono diventati orsi ballerini. La prescrizione è come la data di scadenza dei farmaci, non cancella la malattia ma la terapia, annulla l´aspetto curativo, abolisce la pena. Rimane Oreste Scalzone e quel senso di penosità che, senza più lo status formale di rifugiato, ne farà comunque un rifugiato sostanziale per tutta la vita, in perenne fuga dalla realtà, un recluso nella "politica spiegatutto", un prigioniero della "politica innanzitutto". Il mal di schiena per esempio, che lo tormenta da quarant´anni, gli viene da «una banconata fascista che mi arrivò sul groppone». E anche l´epatite c, che si beccò a Regina Coeli per una trasfusione, « la somatizzazione dell´universo concentrazionario capitalista». Così le nevrosi che denunzia e sulle quali sa magnificamente scherzare sono «guerra civile a bassa intensità». E fuma tanto, ma solo per dissimularsi nelle nebbioline e ingannare l´occhiuta sbirraglia. ipocondriaco, ma per ripararsi dagli effetti nichilistici della caduta tendenziale del saggio di profitto>. A Parigi aveva un mestiere preciso, quello del capo dei rifugiati appunto, con i suoi procedimenti e le sue regole, le sue abitudini e un posto nella gerarchia delle professioni. Adesso invece dovrà impersonare se stesso, sarà l´ex portavoce di un mondo prescritto, quello degli esuli italiani, un club di latitanti, come spiegherà nelle conferenze, che aveva fatto di Parigi la striscia di Gaza, il campo profughi dove per più di trent´anni c´è stato chi procurava l´alloggio, chi si occupava della prima accoglienza, chi offriva da mangiare... E ci sono ancora il collegio degli avvocati, gli intellettuali francesi esperti in sottoscrizione di appelli, i ristoranti di riferimento. Dice con un sospiro: «Sono rimasti solo un decina di ricercati per omicidio, ma sono lontani da Parigi, sparsi per la Francia, dispersi, fuori dal campo profughi. Qui ci restano appena una quarantina di rifugiati minori». Ebbene, se l´Italia di quegli anni era un pandemonio dove tutto ribolliva, questi esuli sono gli ex bolliti della P38. Aspettano sul boulevard la fase suprema del capitalismo, e nei bistrot di Saint Michel, al vecchio Passe-partout o al Baraonda, in questa città-clinica dove è ricoverato il mondo, l´equipe medica di Oreste Scalzone tasta il polso alla società digitale, all´Impero di Toni Negri e al Nomadismo, all´anarco-democrazia di Attali, ai naufraghi del pianeta che fremono nella banlieue, all´apocalisse climatica del capitale. E sono associati in una organizzazione che chiamano Assemblea Generale, litigano e si dividono, nel movimento Bella Ciao, fra "entristi" ed "uscisti", tra chi vorrebbe entrare e chi vorrebbe uscire dalla lotta armata. E forse Scalzone smetterà pure di vestirsi "anni settanta", forse abbandonerà questo stile sfigato d´epoca che potrebbe ispirare i manifesti paradossali di Oliviero Toscani, come il catalogo degli abiti dei condannati a morte fotografati negli Stati Uniti, o il "vestivamo alla Corleone" dei picciotti di Totò Riina. I rifugiati portano i jeans, i maglioni, le Clark e l´eskimo. E´ appunto l´abbigliamento alla Scalzone, è la moda del "c´eravamo tanto armati". Anche nel parlare gli invecchiati angry boys di Scalzone, questi eterni compagni di strada, sono speciali. Hanno un linguaggio tutto loro che è un argot da braccati, da marginali e da ospiti, un italo-francese che è come l´italo americano dei Soprano´s: dans la mesure où, l´appartenenza di classe è una faire-part de naissance, la giustizia italiana sa solo se noyer dans un crachat; e ancora «il mio percorso» significa la fedina penale; «la messa al bando» è «passare alla Chambre», cioè rischiare l´estradizione e dunque ricorrere alla clandestinità, come fece Battisti. Ma Scalzone sa spezzare la complicità per coglierne il grottesco e ridere di sé, o forse capisce che ci si rende non risibili solo ridendo. Perciò mi racconta che quando a sua madre, Eugenia, dicevano «suo figlio è un delinquente» lei precisava: «insurrezione armata contro lo stato, prego» che le pareva un tratto di eleganza, insomma un reato ben più distinto. All´inizio, è vero, fu un vera fatica. Poi, a poco poco, Scalzone ha imparato a vivere così, una vita sospesa, lavoretti per il cinema, traduzioni, né in cielo né in terra, una specie di palafitticolità. E di questo mondo parigino in prescrizione era ormai diventato la mascotte di 49 chili di peso e un metro e cinquantacinque di altezza, allegro e felice anche se a Parigi non ha avuto né i soldi né le opportunità di Toni Negri che - mi racconta - «la prima volta che mi vide mi disse ”io sono geniale´». Scalzone da Parigi non ha avuto cattedre, come il suo amico Persichetti «l´unico estradato, l´unico in prigione». Per lui le complicità dei salotti intellettuali non sono mai diventati agi, spazi editoriali, portinerie, negozietti da idraulico, libri gialli... Scalzone è rimasto l´agitatore di trent´anni fa, così strano che sembra inventato, un personaggio da parodia risorgimentale, il protagonista di un codice irreale che davvero crede di essere scampato non alla giustizia ma allo Spielberg d´Italia. C´è qualcosa di geniale nel riuscire, per ventisei anni, a vivere di espedienti, in questa città che non è generosa, senza mai diventare un clochard. E ha pure una bella famiglia, una moglie che lo protegge dall´ipocondria («che è la politica andata a male»), una figlia che gli ha regalato un nipotino. E ogni giorno si inventa occupazioni, e ha la battuta facile quando non si infila in verbosissime e professorali spiegazioni politiche, anch´esse da collettivo metropolitano d´antan, che gli servono per far quadrare il mondo sconclusionato dei suoi rifugiati, che è fatto di mille cose incompatibili tra di loro e incontenibili, con i giudici nella parte dei persecutori, e l´Italia nel ruolo del «paese dove trionfa l´accanimento punitivo». Invece noi italiani, si sa, siamo per le prescrizioni, per i perdoni e i condoni, per le grazie, per metterci una pietra sopra. Non ci piacciono gli odi infiniti e neppure «ora e sempre resistenza». E poi si capisce subito che Scalzone, qualsiasi cosa abbia fatto, oggi è sicuramente innocuo, un nonno con il problema di non apparire ridicolo al proprio nipotino, cosa che ora, da ex rifugiato, gli verrà molto più difficile. Forse Scalzone, ma lo diciamo senza crederci troppo, potrebbe assolvere a un compito: quello di azzittire tutti questi suoi ex complici, invitarli a farsi da parte, e aiutarci a sciogliere l´imbarazzo di un paese in cui le vittime del terrorismo e i loro familiari sono dimenticate mentre ai rivoluzionari armati, assassini, omicidi, cattivi maestri e gregari del terrorismo sono riservati seminari, gruppi di studio, lauree, posti di lavoro statali, segreterie d´aula parlamentari... Da terroristi hanno sfondato le teste alla gente e da ex terroristi vogliono mettere in testa alla gente che andava fatto, che la colpa è dell´epoca, perché, insomma, lo storicismo, la generazione, il contesto, e "avevamo vent´anni". Scalzone lo sa: in Italia lo aspetta questa compagnia di giro, questa giostra di orsi ballerini che sono esperti sì, ma in esplosivi, agguati, pistole, vita clandestina, documenti falsi, pedinamenti e fughe, anche verso Parigi, caveau de famille che ripulisce le cattive coscienze. Francesco Merlo